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lunedì 25 aprile 2011
La situazione politica appare sempre più ambigua e incerta, caratterizzata da fratture sia all'interno della maggioranza, sia nelle forze di opposizione. La conseguenza più evidente di questo stato di cose è l'ulteriore accentuarsi del distacco e della disaffezione dalla politica, della crescente incertezza dei cittadini sugli orientamenti da assumere di fronte alle varie questioni e, ciò che è ancora più significativo, dell'indecisione sulla preferenza verso questo o quel partito. Si allarga infatti enormemente il numero di dubbiosi su cosa votare in caso di elezioni e, al tempo stesso, la quantità di chi richiede le consultazioni anticipate.

Uno dei motivi principali dell'insoddisfazione sta nella percezione diffusa di troppo scarsa attività e produttività dell'esecutivo: molti lo accusano di non avere rispettato le promesse avanzate a suo tempo, durante la campagna elettorale, e dubitano della possibilità che queste vengano rispettate di qui alla fine della legislatura.
Anche nel corso dell'ultima settimana, sono stati numerosi gli episodi che, secondo diversi osservatori, hanno visto focalizzarsi il dibattito politico al di fuori della - se non in antitesi alla - applicazione del programma di governo, «distraendo» così l'esecutivo dai suoi compiti istituzionali. Dopo le riprovevoli baruffe sul «processo breve», si è assistito al subitaneo rinvio dei progetti sulla ripresa della produzione dell'energia nucleare (volto più che altro a scongiurare il raggiungimento del quorum al referendum, considerando anche il fatto che, ormai, più dell'80% della popolazione si pronuncia contro questa forma di energia), alla proposta di modifica dell'articolo 1 della Costituzione (la quale, però, è considerata ancora valida ed attuale dalla maggioranza dei cittadini, anche se una porzione consistente - quasi il 40% - la giudica «datata»), sino alle recentissime discussioni interne al governo sulla figura di Tremonti (molto stimato, tuttavia, dall'elettorato, con un indice di fiducia - 44% - decisamente superiore a quello di Berlusconi).


Nel loro insieme, questi episodi e queste tensioni hanno ancor più contribuito, come si è detto, alla disillusione dei cittadini. Tanto che, oggi, quasi metà dichiara di non saper scegliere chi votare o di essere tentato dall'astensione se fossero indette nuove elezioni. Questa percentuale ha subito una crescita intensa da diverso tempo e, in particolare, negli ultimi mesi, connotati dalla sempre maggiore confusione del quadro politico. Era il 36,8% a febbraio, il 47,5% a marzo, sino al 48,4% di oggi, con un allargamento specialmente di quanti non sanno o non vogliono indicare una preferenza tra le diverse forze politiche in campo. Colpisce il fatto che siano più indecise specialmente le donne (in parte orfane del particolare consenso manifestato in passato per Berlusconi) e i giovani, che più di altri - esaurito ormai da tempo il potere trainante e «semplificatore» delle ideologie tradizionali - stentano a comprendere le logiche (se mai esistono) del confronto politico in atto.

Nonostante l'accrescersi dell'indecisione - o forse proprio per questo - le elezioni anticipate vengono sempre più viste come la via di uscita più opportuna (o, semplicemente, più praticabile) dalla situazione attuale. Oggi quasi il 40 per cento chiede nuove consultazioni, a fronte del 35% a marzo e 30% a febbraio. Anche in questo caso ci troviamo di fronte ad un trend di veloce crescita, comprovato altresì dal fatto che diminuisce al tempo stesso la quota di chi dichiara di desiderare invece la prosecuzione dell'attività del governo attuale.

La richiesta di nuove elezioni proviene però in misura assai differenziata dall'elettorato delle diverse forze politiche. È decisamente più presente nei partiti di opposizione, specie tra i votanti del Pd (ove raggiunge il 63%, con un forte incremento rispetto a febbraio scorso, quando era il 53%), ma anche tra quelli dell'Idv (55%) e, sia pure in misura minore, tra gli elettori dell'Udc (44%, con un vistoso aumento rispetto a un mese fa, quando era il 29). Essa è viceversa quasi assente (5%) tra i votanti per il Pdl, segno della persistente fedeltà di questi ultimi all'esecutivo: il 76% (ma a febbraio era l'82%) di costoro opta ancora oggi per la prosecuzione del governo attuale e un altro 10% propone un altro governo, con a capo sempre Berlusconi. La situazione della Lega è un po' diversa. Anche se minoritaria, qui la quota di chi chiede nuove elezioni è assai più consistente (20%), mentre quella di chi auspica il mantenimento dell'esecutivo in carica costituisce la maggioranza relativa, ma in misura assai più contenuta (40%).

Certamente consapevole di questo stato di cose, il governo ha annunciato una decisa reazione, consistente nel prossimo varo di molte delle riforme annunciate in campagna elettorale e, in particolare di un incisivo «piano crescita» promosso dal ministro Tremonti. Vedremo nelle prossime settimane se questa rinnovata iniziativa - ammesso che si attui davvero - riuscirà ad attirare e/o a riconsolidare il consenso popolare, tamponando così il trend di forte criticità sempre più diffuso oggi nell'elettorato.

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