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giovedì 21 aprile 2011

Nel paese del bresciano è stato costruito un bunker dove verranno depositate 150 tonnellate di materiale contaminato. Ma nessuno dei residenti ne era a conoscenza

Lumezzane
, provincia di Brescia. La strada arriva fin nel profondo della valle. Da un lato le montagne, dall’altro le mille aziende. Siamo nel cuore dell’industria del tondino. Un tempo, negli Anni 80, questa era considerata la “Valle dell’oro”, ai vertici delle classifiche dei redditi pro-capite più alti d’Europa.

Si continua a salire verso le frazioni aggrappate ai dossi della Valgobbia, si arriva al piccolo borgo di Premiano, dove improvvisamente appare una costruzione nuova di zecca dal tetto bianco. E qui, se qualcuno non lo impedirà, che verranno depositati sei container di materiale contaminato da Cesio 137.
Sono 150 tonnellate di rifiuti di cui non si conosce esattamente il grado di nocività. La certezza è che sono scorie radioattive prossime allo stoccaggio destinate ad essere “tombate” per oltre 300 anni in un sarcofago messo nel bunker di proprietà , costruito e gestito dalla “Raffinerie Metalli Rivadossi Srl”. È un’industria nella quale si lavorano bronzo, rame e ottone, inserita, tra l’altro, nell’inventario del ministero dell’Ambiente – aggiornato al giugno 2008 – degli stabilimenti suscettibili “di causare incidenti rilevanti”.

Il bunker confina con la casa madre Rivadossi, incastonata nella piccola valle lambita dal fiumeGobbia. Una zona scoscesa, una stretta gola di terra, fatta di roccia e materiale di riporto, circondata da case e piccoli orti. Solo la folta vegetazione trattiene la terra delle sponde dell’avvallamento.



É proprio qui che è stato deciso di costruire il bunker maledetto. I lavori di costruzione del capannone sono terminati in questi giorni, ma gli abitanti del luogo hanno saputo solo a gennaio che quella nuova costruzione altro non sarà che un cimitero di rifiuti radioattivi. Il tam-tam si è diffuso sui blog e nei siti. Il primo incontro ufficiale organizzato dall’amministrazione comunale di centrodestra c’è stato a marzo. Eppure l’attenzione avrebbe dovuto essere alta, visto che la vicenda era iniziata già nell’ottobre 2008, durante la giunta di centrosinistra, quando all’interno dell’industria venne bruciata una sorgente radioattiva (cioè l’elemento che ha generato la contaminazione). Seguirono i controlli e l’impianto venne fermato per quattro mesi.

Di quel periodo a Lumezzane ricordano anche le terribili emissioni “moleste” nell’aria. Fu la stessaArpa (con un documento mandato a Prefettura e Comune) a suggerire di spostare l’attività, in burocratese: “Avviare tutte le possibili soluzioni amministrative atte a favorire una diversa collocazione dell’insediamento”. Ma torniamo alla sorgente radioattiva bruciata nella fabbrica: “Fu il primo caso mondiale di contaminazione di materiale non ferroso”, sostiene Paolo Ghidini, che abita a poche centinaia di metri dalla fabbrica. Insieme ad altri cittadini si sta facendo portavoce delle preoccupazioni su quello che riguarderà la gestione e il controllo del bunker Rivadossi.


Una pericolosa partita di giro. Infatti dopo il processo di fusione, la Rivadossi vende il materiale radiocontaminato alla Germania che però lo rispedisce al mittente che dovrà occuparsi del suo stoccaggio.

Perché? Come? Sul perché la versione ufficiale è che le scorie erano troppo altamente contaminate, mentre un’altra ipotesi è che non sia stato pagato il prezzo pattuito equivalente a diversi milioni di euro.

Sul come, invece, basta leggere il progetto di “ampliamento dello stoccaggio e di immagazzinamento dei materiali contaminati” del marzo del 2009. Questa operazione è prevista “all’interno dello perimetro aziendale, nel cortile destinato a parcheggio e zona di manovra automezzi, adiacente al deposito dei rottami di fonderia”.

Al momento, quindi, i “bags” di materiale contaminato si troverebbero in un’area scoperta “normalmente non frequentata da lavoratori che vi accedono sporadicamente ed esclusivamente per movimentazione di materiali vari”. Nella relazione si parla di pavimentazione in calcestruzzo ed una semplice parete separa l’area da un altro magazzino. Insomma, c’è qualcosa di peggio del bunker e riguarda chi ha lavorato e lavora nei pressi di materiale il cui contatto può sviluppare forme leucemiche e in alcuni casi anche malformazioni fetali. Eppure, quello che accade in azienda, sembra essere perfettamente a norma. Così come del resto la scelta di costruire il bunker in corrispondenza di una scarpata. Del materiale contenuto nei container sono stati resi pubblici i livelli di contaminazione di cinque nulla si sa invece del sesto e rispetto alla collocazione della costruzione ci sono 20 righe di relazione geologica commissionata dalla Rivadossi.

Tutto ciò non basta ai cittadini. “Nessuno si è mai preoccupato di informarci su cosa stavano costruendo. È mancata la partecipazione della popolazione rispetto a una questione che non riguarda solo un privato ma tutti noi – riferisce Ghidini -. Ormai il materiale contaminato è sotto le finestre delle nostre case ma chi ci assicura che la gestione verrà condotta in modo regolare? Che interesse può avere un imprenditore a occuparsi della salute pubblica e spendere per i controlli? Inoltre se questa società a responsabilità limitata chiudesse i battenti quali certezze avrebbe la popolazione di Lumezzane? Il piano di protezione civile è stato adeguato alla presenza di un sito di questa portata? Non abbiamo garanzie. Siamo preoccupati e non poco per le ricadute sulla nostra salute”. C’è un altro aspetto che preoccupa: uno dei titolari di questa stessa azienda è agli arresti domiciliari per un’indagine iniziata proprio nel 2008. Tutto maturato nel giro del commercio dei rottami metallici: un’operazione da 180 milioni di euro di fatture fittizie, 8 arresti nella sola Lumezzane e 15 società coinvolte. Sul bunker della Rivadossi, oggi, la Procura di Brescia ha aperto una serie di accertamenti.



da "Il Fatto Quotidiano"



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