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lunedì 11 aprile 2011

L'Associazione italiana nucleare (Ain) rassicura, ma cita tecnologie inesistenti. Areva invece è sempre più preoccupata, mentre l'Agenzia per la sicurezza giapponese non sa perché esca acqua contaminata dal reattore


Dopo le emissioni in atmosfera, il problema del giorno della centrale di Fukushima è diventato il flusso di acqua radioattiva dal reattore 2. Viene riversato direttamente nell’oceano, dove ieri è stato registrato un livello di iodio 131 pari a 7,5 milioni di volte il limite legale. I tecnici sono allo sbando: “Abbiamo provato con la segatura, fogli di giornale e una miscela di calcestruzzo da applicare sulla zona delle perdite, ma la miscela non sembra in grado di entrare nelle falle”. Hidehiko Nishiyama, vice direttore dell’Agenzia per la sicurezza nucleare giapponese ieri ha dettto: “Non sappiamo ancora come fuoriesca l’acqua contaminata dal reattore numero 2”.


La situazione si fa ogni giorno più confusa e secondo i tecnici di Areva, primo costruttore mondiale di impianti nucleari, per domare la catastrofe e capire se l’incidente di Fukushima evolverà nel peggiore disastro della storia del nucleare civile ci sono ancora pochi giorni. Gli ingegneri del colosso pubblico francese, chiamati in soccorso dalla Tepco, (la società proprietaria della centrale) lunedì hanno pubblicato un rapporto, rivelato dal sito linkiesta.it, in cui si confermano i rischi già evidenziati dagli osservatori più esperti. In sostanza, mentre due dei tre vessel d’acciaio che contengono il nocciolo del reattore sembrerebbero integri, su un terzo (reattore numero 2) ci sono seri dubbi, viste le fuoriuscite radioattive. “Non ci sono chiare informazioni sul perché il reattore due si stia comportando in questo modo”, dice il rapporto.


Ma la sitazione che al momento appare più grave è quella delle refueling pools, le piscine in cui è stoccato il combustibile di ricambio e quello esausto. Ci vogliono 10 giorni, dice il rapporto Areva, perchè finisca l’acqua della piscina dell’impianto numero 4 (quello fermo al momento del terremoto) e da cinque a sei settimane perché rimangano a secco quelle degli impianti 1 e 3. La conseguenza sarebbe: “fusione a cielo aperto e vasta dispersione dei prodotti di fissione”. La situazione del reattore 4 potrebbe essere particolarmente critica, perché non è escluso che l’incidente sia accaduto mentre il vessel era aperto per il ricambio delle barre di combustibile. Secondo i tecnici di Areva, è difficile dare un quadro preciso anche perché “la Tepco sta rilasciando troppo poche informazioni”.


Molto più tranquilli sono gli esperti dell’Associazione italiana nucleare (Ain), comitato tecnico-scientifico finanziato dai principali gruppi industriali interessati al business nucleare italiano.


L’Ain, pur non partecipando alle operazioni in Giappone, ha pubblicato sul suo sito una ricostruzione degli eventi che è un capolavoro di minimalismo, condito di affermazioni che paiono quantomeno avventate.
Nella ricostruzione dell’evento, per esempio, si legge che a Fukushima tutti gli impianti hanno resistito al sisma e si sono arrestati automaticamente. Affermazione che sembra ignorare non solo il fatto che i sistemi di raffreddamento sono saltati, ma anche quello che una centrale nucleare non si può spegnere con un interruttore, tantomeno automatico. Anche in caso di emergenza, per il cosiddetto “shut down” è necessaria la corrente elettrica (che a Fukushima è mancata) e centinaia di operazioni che richiedono giorni. Riguardo alla situazione delle piscine poi si afferma chel ’acqua della piscina deve essere continuamente raffreddata, come se fosse scontato che di acqua nelle piscine di Fukushima ce ne sia ancora. Tuttavia, secondo l’Ain in condizioni normali la piscina non raggiunge la temperatura di ebollizione dell’acqua prima di diversi giorni anche in caso di interruzione del raffreddamento.


Più realisticamente i tecnici di Areva hanno però fatto notare che di giorni ne rimangono pochi e se non si trova il sistema di assicurare la refrigerazione delle barre, si andrà incontro al rilascio delle radiazioni a cielo aperto. Il rapporto Ain non manca infine di rassicurare sui mega reattori di terza generazione, gli Epr da 1.600 Mw che si vorrebbero costruire in Italia (progetto che sta incontrando enormi difficoltà proprio sotto il profilo della sicurezza), definendoli “intrinsecamente sicuri” e progettati per fronteggiare anche un evento grave come la fusione del nocciolo.


Il nucleare di terza generazione, assicura l’Ain, è predisposto con modalità di refrigerazione del nocciolo fuso: anche in caso di fallimento dei sistemi di rimozione del calore residuo dal combustibile e suo danneggiamento o fusione, sarebbe possibile assicurarne il raffreddamento, senza che il contenitore risulti danneggiato. Salvo che un sistema di questo tipo non è mai stato nemmeno progettato, visto che tecnologie per fronteggiare un tale evento allo stato non ne esistono.


da Il Fatto quotidiano del 6 aprile 2011





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