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sabato 30 aprile 2011
Il dominus di tuto è Luigi Abbatte, boss legato al potente mandamento palermitano di Porta Nuova. A lui oggi sono stati sequestrti beni per 22 milioni di euro. Con la sua Italia 90 negli anni è riuscito a ottenere decine di appalti sfruttando anche appoggi politici
Luigi Abbate, 53 anni, ritenuto “uomo d’onore” del mandamento mafioso di Porta Nuova a Palermo aveva affari in corso un po’ in tutta Italia. Nella sua Sicilia, naturalmente, ma anche al nord: in Lombardia, in Liguria e in Emilia Romagna. In un’operazione ribattezzata “Città pulite”, il Tribunale di Palermo su segnalazione delle questure del capoluogo siciliano e di Lodi, ha sequestrato all’affiliato di Cosa nostra beni per 22 milioni di euro. Tra questi, le proprietà di diverse società operanti nell’attività di raccolta e smaltimento rifiuti. Settore nel quale lavorava anche Italia 90, l’azienda punta di diamante dell’organizzazione, con sede a Palermo ma unità operativa al nord, ad Ospedaletto Lodigiano ed impegnata a prendere appalti in diverse piazze del settentrione.
“Ginu ‘u mitra” – questo il soprannome che Abbate aveva nel mondo della malavita, per una particolare abilità nell’utilizzo delle armi – è stato scarcerato nel 2010 ed oggi è sottoposto a un provvedimento di obbligo di dimora in Sicilia. Prima del sequestro controllava i suoi affari attraverso una serie di prestanome, che di solito erano persone con lui imparentate. Italia 90, per esempio, divenne a partire dal 2005 ufficialmente di proprietà di Claudio Demma, il marito di Maria Abbate, la sorella del boss, entrambi in carcere.
Messa al sicuro la reale identità del vertice, il gruppo andava alla ricerca di appalti, preferendo la raccolta e il conferimento in discarica dei rifiuti di piccoli comuni del nord Italia. Fino al 2009 si contano 40 gare aggiudicate a Italia 90. La maggior parte nelle provincie della bassa Lombardia, tra Lodi e Cremona. Le cronache raccontano che, dove gli era possibile, gli uomini di Abbate non si risparmiavano dall’intimidire i loro concorrenti, col più classico degli stili mafiosi, il tutto per creare una sorta di monopolio nella gestione dei rifiuti.
Qualche imprenditore ha pure avuto il coraggio di denunciare. Una cooperativa impegnata nella raccolta del pattume in un comune del Lodigiano, una mattina si ritrovò i mezzi incendiati. Il titolare querelò il Demma, sicuro che fosse l’autore dell’attentato. Nell’ambiente tutti erano a conoscenza dei metodi utilizzati da “quelli di Italia 90”. “Gente che è capace di metterti la testa di un cavallo morto nel letto” scherzavano tra loro due funzionari dell’ufficio tecnico di Sant’Angelo Lodigiano, sempre in provincia di Lodi, intercettati però dalle microspie dei carabinieri del Noe. Su quel comune, infatti, erano in corso delle indagini. La Procura di Lodi nel 2009 scoprì che Demma, in combutta coi due funzionari, aveva falsificato le carte relative ad un appalto da 5 milioni di euro, per aggiudicarselo ed escludere un altro concorrente.
Il modus operandi del gruppo che faceva capo a Ginu ‘u mitra, era infatti fortemente pervasivo nei confronti delle amministrazioni pubbliche locali. “Il ruolo svolto da Antonino Abbate, il nipote del boss – scrivono i magistrati di Palermo – era proprio quello di trait d’union tra esponenti della criminalità organizzata e soggetti legati al mondo del sottobosco politico e vertici amministrativi di enti pubblici”. Al nord come al sud, naturalmente. “In particolare – proseguono gli inquirenti – l’Antonino ha agito con lo zio Luigi per intimorire i vertici della Gesip, una società del Comune di Palermo collegata con l’agenzia del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e che si occupa del reinserimento di precari in lavori di pubblica utilità”. I due mafiosi, nel 2003, incontrarono il presidente, Francesco Gentile, per dissuaderlo da affidare nuovi incarichi a persone diverse da quelle riconducibili alla cosca. Bisognava rimettere Gentile “in carreggiata”, sosteneva il patron di Italia 90.
Il sequestro di oggi è arrivato a conclusione di indagini patrimoniali molto complesse. Le aziende di Abbate avrebbero in realtà dovuto fallire, stando ai loro bilanci; ma queste continuavano a ricevere considerevoli iniezioni di capitale, evidentemente frutto dell’attività di riciclaggio. Italia 90 stava alla testa di una galassia intera di società piccole e grandi, controllate dall’Abbate. Come Ecoitalia Ambiente s.r.l., con sede a Palermo, e impegnata nella trasformazione e smaltimento di rifiuti solidi urbani.
Una copia degli atti dell’operazione “Città pulite” è pure sulla scrivania del Procuratore della Direzione distrettuale antimafia di Milano Nicola Piacente, che dal gennaio scorso sta indagando sull’inquietante serie di incendi che a cadenza regolare ha interessato proprio il settore dei rifiuti nel Lodigiano. Chissà che tra le pieghe dell’attività di Luigi Abbate non spunti una nuova pista da seguire.
fonte
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Luigi Abbate, 53 anni, ritenuto “uomo d’onore” del mandamento mafioso di Porta Nuova a Palermo aveva affari in corso un po’ in tutta Italia. Nella sua Sicilia, naturalmente, ma anche al nord: in Lombardia, in Liguria e in Emilia Romagna. In un’operazione ribattezzata “Città pulite”, il Tribunale di Palermo su segnalazione delle questure del capoluogo siciliano e di Lodi, ha sequestrato all’affiliato di Cosa nostra beni per 22 milioni di euro. Tra questi, le proprietà di diverse società operanti nell’attività di raccolta e smaltimento rifiuti. Settore nel quale lavorava anche Italia 90, l’azienda punta di diamante dell’organizzazione, con sede a Palermo ma unità operativa al nord, ad Ospedaletto Lodigiano ed impegnata a prendere appalti in diverse piazze del settentrione.
“Ginu ‘u mitra” – questo il soprannome che Abbate aveva nel mondo della malavita, per una particolare abilità nell’utilizzo delle armi – è stato scarcerato nel 2010 ed oggi è sottoposto a un provvedimento di obbligo di dimora in Sicilia. Prima del sequestro controllava i suoi affari attraverso una serie di prestanome, che di solito erano persone con lui imparentate. Italia 90, per esempio, divenne a partire dal 2005 ufficialmente di proprietà di Claudio Demma, il marito di Maria Abbate, la sorella del boss, entrambi in carcere.
Messa al sicuro la reale identità del vertice, il gruppo andava alla ricerca di appalti, preferendo la raccolta e il conferimento in discarica dei rifiuti di piccoli comuni del nord Italia. Fino al 2009 si contano 40 gare aggiudicate a Italia 90. La maggior parte nelle provincie della bassa Lombardia, tra Lodi e Cremona. Le cronache raccontano che, dove gli era possibile, gli uomini di Abbate non si risparmiavano dall’intimidire i loro concorrenti, col più classico degli stili mafiosi, il tutto per creare una sorta di monopolio nella gestione dei rifiuti.
Qualche imprenditore ha pure avuto il coraggio di denunciare. Una cooperativa impegnata nella raccolta del pattume in un comune del Lodigiano, una mattina si ritrovò i mezzi incendiati. Il titolare querelò il Demma, sicuro che fosse l’autore dell’attentato. Nell’ambiente tutti erano a conoscenza dei metodi utilizzati da “quelli di Italia 90”. “Gente che è capace di metterti la testa di un cavallo morto nel letto” scherzavano tra loro due funzionari dell’ufficio tecnico di Sant’Angelo Lodigiano, sempre in provincia di Lodi, intercettati però dalle microspie dei carabinieri del Noe. Su quel comune, infatti, erano in corso delle indagini. La Procura di Lodi nel 2009 scoprì che Demma, in combutta coi due funzionari, aveva falsificato le carte relative ad un appalto da 5 milioni di euro, per aggiudicarselo ed escludere un altro concorrente.
Il modus operandi del gruppo che faceva capo a Ginu ‘u mitra, era infatti fortemente pervasivo nei confronti delle amministrazioni pubbliche locali. “Il ruolo svolto da Antonino Abbate, il nipote del boss – scrivono i magistrati di Palermo – era proprio quello di trait d’union tra esponenti della criminalità organizzata e soggetti legati al mondo del sottobosco politico e vertici amministrativi di enti pubblici”. Al nord come al sud, naturalmente. “In particolare – proseguono gli inquirenti – l’Antonino ha agito con lo zio Luigi per intimorire i vertici della Gesip, una società del Comune di Palermo collegata con l’agenzia del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e che si occupa del reinserimento di precari in lavori di pubblica utilità”. I due mafiosi, nel 2003, incontrarono il presidente, Francesco Gentile, per dissuaderlo da affidare nuovi incarichi a persone diverse da quelle riconducibili alla cosca. Bisognava rimettere Gentile “in carreggiata”, sosteneva il patron di Italia 90.
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