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lunedì 25 aprile 2011


Il nostro van di volontari è pieno di materiale di primo soccorso: cibo, tanto riso, acqua, ma anche giocattoli e libri da portare ai centri dei rifugiati sorti nelle zone intorno alla centrale e a quelle colpite dallo tsunami.
Partiti da Tokyo di prima mattina, attraverso la litoranea sul mare, passiamo tra villaggi e cittadine devastate, scheletri di case, barche in mezzo alla strada, detriti a fare da novelli guardrail, gente a caricare macchine con quello che rimane, negozi, ipermercati, centri commerciali, chiusi.
È un percorso a scossoni, perché qui il terremoto ha picchiato duro e quando meno lo aspetti un dosso rischia di farti volare.
Da Tokyo a Fukushima saranno 250 chilometri circa, ma l'andatura è a 70 km/h altrimenti la strada e le sue gobbe, quando non è addirittura aperta in due, rischia di ribaltare le auto.
I MEDIA INDIPENDENTI. E già un rischio lo stiamo prendendo: siamo dotati di un apparecchio per misurare le radiazioni, donatoci da un ingegnere. I ragazzi con cui ci avviciniamo nella zona evacuata sono volontari, ma hanno anche un centro media indipendente con il quale cercano di fornire informazioni alternative ai mantra, confusi e irregolari, della Tepco e del governo.
Alla fine ci possiamo dire soddisfatti: i dati rilevati corrispondono a quelli di Greenpeace, nessun livello oltremodo fuori la norma, tranne quando arriviamo a circa nove chilometri dalla centrale. Da dieci, si passa 24μSv (microsievert): sono troppi.
Quando siamo partiti la raccomandazione era stata di non spingerci nelle zone dove il dato fosse oltre il numero dieci. È a quel punto che torniamo indietro, rimanendo sempre all'interno di un raggio di 30 chilometri dalla centrale.

Nei rifugi gli sfollati chiedono risposte al governo

Le strutture adibite a rifugio sono pulite e ordinate. «Non abbiamo più bisogno di cibo», spiega a Lettera43.it uno dei responsabili della struttura di Iwaki, «quello di cui questa gente ha bisogno è un posto dove andare e il governo non sta facendo niente».
Si respirano rassegnazione e nervosismo, perché le scosse continuano ogni giorno, con picchi che hanno fatto allertare più volte circa nuovi allarmi tsunami, la terra sembra ballare in continuazione e soluzioni, soprattutto, non ne arrivano.
«QUI LO STATO NON ESISTE». «Il cibo e tutte le cose sono portate da privati cittadini, il governo non esiste qui», fa eco una coppia di anziani seduti per terra. Sono stati prelevati subito dopo l'allerta nucleare, sono già stanchi di stare in quella palestra, vorrebbero tornare a casa. «Qualcuno l'ha fatto», spiega la donna, «alla fine i politici hanno rassicurato tutti, no?». Sarà, ma il responsabile del campo la pensa in maniera diversa: «Meglio che ve ne andiate», ci dice.


L'89% degli addetti delle centrali è subbapaltato

Ripartiamo, altri centri, altri rifugiati. È difficile parlare con gli ex lavoratori della centrale. Li chiamano gli 'zingari dell'atomo', lavoratori temporanei, precari, che girano da una centrale all'altra. La loro vita lavorativa si misura in quante radiazioni hanno assorbito nell'arco di un anno, poi non servono più.
I PRECARI DEL NUCLEARE. Un documentario del 1995 realizzato dalla Bbcdal titolo Nuclear Ginza. Lo guardo la sera prima di partire per Fukushima insieme a Yukiko, una delle volontarie che va avanti e indietro, come altri, tra le zone evacuate da un mese preciso. «Sono immagini vecchie, ma problematiche attuali».
Si dice che fino a qualche anno fa i lavoratori delle centrali venissero tirati su da camion che passavano tra le città in cerca di manodopera a basso prezzo. «Poi una volta terminata la propria dose di scorie, vengono abbandonati», specifica Yukiko.
Se si ammalavano, nessuno era in grado di aiutarli.
CONTROLLI QUASI INESISTENTI. Il portavoce del Nuclear Citizen Information, incontrato un paio di giorni prima del viaggio a Fuskushima, durante una conferenza anti nucleare che ha riempito la sala della sede di un sindacato locale, aveva spiegato il fenomeno: «I capi ingegneri, i vertici dei lavoratori che lavorano per le grandi aziende come la Tepco sono attentamente controllati, ben remunerati e sottoposti a esami e controlli costanti circa il livello di radiazioni cui sono esposti. La maggioranza dei lavoratori delle centrali nucleari, invece, sono subappaltati e in posizione di debolezza circa i diritti e i controlli sul livello di radiazioni».
ASSUNTI DALLE INTERINALI. Secondo i dati del Japan Nuclear Safety Commission, di 71.376 giapponesi che lavorano nel settore dell'energia nucleare, 63.420, quasi l'89% sono lavoratori subappaltati. Sono loro che ricevono più del 90% di tutte le radiazioni.
Nagamitsu Miura è un professore di filosofia che ha studiato il fenomeno, rilasciando nel 2000 un documento proprio sui genpatsu gipsy, gli zingari dell'atomo: «La stragrande maggioranza della forza lavoro dell'industria nucleare», ha scritto, «è costituito da lavoratori interinali che lavorano presso gli impianti da uno a tre mesi, poi si spostano presso altre centrali. Queste persone sono per lo più contadini, pescatori e lavoratori giornalieri che cercano di integrare i loro redditi o semplicemente tirare avanti. Alcuni di loro sono senza casa. Lavorano principalmente in impianti di energia nucleare o al seppellimento delle scorie nucleari e impianti di stoccaggio».
DA ZINGARI A SAMURAI. Gli zingari dell'atomo hanno trovato una loro nuova definizione nel dopo Fukushima. Quel manipolo di eroi che è stato lanciato a peso morto per andare a tappare le uscite radioattive ha un nuovo nome: i Nuclear Samurai, come sono stati definiti dal Guardian. Cinquemila dollari al giorno, per andare a morire.
Per chi? Apparentemente per il bene del popolo giapponese, non certo per il governo e Tepco nell'occhio del ciclone e ormai in disgrazia presso l'opinione pubblica: non è piaciuta l'intera gestione della crisi, dalle informazioni a singhiozzo del gestore della centrale alla mancanza di personalità dimostrata da Naoto Kan, il primo ministro.

In 15 mila per le strade di Tokyo dicono no al nucleare

Anche per questo, il giorno dopo il ritorno da Fukushima, partecipando alla manifestazione “No nuke” si è potuta ammirare la risposta: 15 mila persone, secondo gli organizzatori, scese per strada in modo colorato e ordinato a Konji, quartiere a 20 minuti di treno dal centro di Tokyo.
Una manifestazione storica, la più affollata degli ultimi dieci anni.
MODELLI DI CONSUMO DA RIVEDERE.«Una vittoria importante», ha spiegato Kei, uno degli organizzatori, «perché molta gente è scesa in piazza per la prima volta e ha capito che le proteste contro il nucleare non erano parole vuote, ma la battaglia contro un rischio concreto».
La risposta della piazza è un primo passo: «Dobbiamo ripensare al nostro modello di consumo energetico», conclude Kei. Tre ore di manifestazione, comizi iniziali, applausi, famiglie e tanta gente, mentre Tokyo, infine, chiude la sua giornata nella consueta bolgia di gente alla ricerca della normalità.
IN CERCA DELLA NORMALITÀ. Con meno luci del solito, per consentire un risparmio energetico da cui potrebbe nascere una nuova coscienza in termini di consumo.
Nel frattempo i volontari, anche dopo il nostro ritorno, continueranno ad andare nelle zone devastate e a ripetere le operazioni: aiutare i rifugiati, vestirsi con mascherine, occhiali, tute e stivali, rilevare i dati, tornare indietro, cospargersi di sabbia anti radioattiva. E a mandarmi sms o un tweet, con scritto «Greetings from shaking Tokyo», saluti dalla tremante Tokyo, dopo ogni scossa importante.





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