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domenica 17 aprile 2011
È proprio vero che la vita può cambiare in un momento. Un attimo prima, ad esempio, sei un professionista di successo sulla piazza nazionale. Un attimo dopo un aspirante terrorista, stella nascente della lotta armata. Basta un istante.
Un istante, per sconvolgere un’esistenza serena, normale. E appena ventisette secondi per leggere una sentenza dove si afferma che non è vero niente, che con il terrorismo non c’entri nulla e che le accuse che ti vengono mosse sono del lutto infondate. In mezzo, però, tra quell’istante e quei ventisette secondi, c’è un anno e mezzo di galera, per lo più in isolamento.
Diciotto mesi dietro le sbarre che pesano come macigni, anche da uomo nuovamente libero. Perché non basterà il resto della vita a dimenticarli. Lo sa bene Massimo Papini, scenografo apprezzato e stimato, che, da un giorno all’altro, a ottobre del 2009, si è visto sbattere in prigione con l’accusa di essere un novello brigatista.
Criminale in pectore, pronto a imbracciare le armi sotto le insegne della stella a cinque punte. A suo carico indizi pesantissimi, tracce indelebili. Ovvero, i suoi sentimenti. Quelli nei riguardi di Diana Blefari Melazzi, che aveva amato e alla quale era ormai legato da una tenera e profonda amicizia. Un legane che non si è spezzato neanche davanti ai gravi sintomi di disturbi psichici che la donna, membro delle nuove Br e reclusa in regime di 41-bis, ha iniziato a manifestare in carcere.

Lui ha continuato a starle accanto, nelle lettere e nelle poche ore di colloquio. Quando Diana Blefari Melazzi si impicca nella sua cella a Rebibbia, poco dopo aver ricevuto la notifica della condanna all’ergastolo, Massimo è in galera già da un mese. Vittima di quella sorta di pratica medievale che è la custodia cautelare, spesso usata come strumento per mettere sotto pressione gli imputati affinché confessino i crimini dei quali sono accusati. Massimo però non ha proprio nulla da confessare.
Non li ha mai nascosti né rinnegati, del resto, i suoi sentimenti. E sono proprio i sentimenti a finire sotto processo, insieme ad alcune frequentazioni e percorsi politici intrapresi in gioventù. Frattaglie del passato, suggestioni prive di significato eppure, sufficienti, in un clima da caccia alle streghe e in base a quel residuato degli anni di piombo che è l’articolo 270 bis, a costituire per l’accusa un impianto probatorio.
E a sottoporre l’uomo, presunto colpevole fino a prova contraria, a un regime detentivo per certi versi più pesante del carcere duro imposto a mafiosi e camorristi. Un trattamento simile quasi a un’istigazione al suicidio. Massimo, però, non ha ceduto. Con la sua forza, grazie al sostegno di chi, come Rita Bernardini, è andato a trovarlo in carcere e all’affetto degli amici del Comitato che porta il suo nome, costituito all’indomani dell’arresto per sostenerne l’innocenza, ha superato l’ingiusta detenzione, con grande dignità. Oggi, dunque, è di nuovo un nomo libero, anche se quei diciotto mesi di vita non glieli restituirà nessuno. Neanche le scuse, semmai arriveranno, del ministro dell’Interno che il giorno del suo fermo si affrettò a congratularsi con il capo della Polizia e il prefetto per il successo dell’operazione.

Valentina Ascione da Gli Altri



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