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giovedì 14 aprile 2011
Come la maggior parte delle persone, ogni tanto avevo riflettuto un po' su che cosa è effettivamente la carne, ma finché non sono diventato padre e non mi sono trovato a dover prendere delle decisioni in merito all' alimentazione di qualcun altro, non avevo provato alcuna necessità pressante di andare in fondo alla questione. Sono uno scrittore e non mi era mai venuto in mente di poter scrivere qualcosa che non fosse fiction e, francamente, dubito che lo rifarò.

In ogni caso, la questione dell' allevamento intensivo del bestiame è in questo periodo un argomento che nessuno dovrebbe ignorare. Essendo uno scrittore, il mio modo di prestarvi attenzioneè scriverne. Se le nostre modalità di allevamento del bestiame a scopi alimentari non sono il problema numero uno al mondo, sono sicuramente la causa numero uno del riscaldamento globale: dai rapporti delle Nazioni Unite risulta infatti che le attività legate all' allevamento del bestiame generano più emissioni di gas serra di tutti i mezzi di trasporto presi insieme.


Si tratta di sicuro della prima causa di sofferenza per gli animali, un fattore decisivo nella creazione di malattie zoonotiche come l' influenza aviaria e suina, e l' elenco potrebbe continuare. In assoluto, questo è il problema più di qualsiasi altro circondato da un assordante silenzio. Perfino le persone più riflessive e impegnate in politica e in altre cause cercano di "non sfiorare questo argomento". E a buon motivo: parlarne può essere estremamente imbarazzante.

Il cibo non è soltanto ciò che ci mettiamo in bocca per sfamarci, ma è cultura, è identità. La logica riveste sicuramente un ruolo di primo piano nelle nostre decisioni riguardanti il cibo, ma di rado è essa a indurci a determinate scelte. Dobbiamo trovare un modo migliore per parlare del fatto che mangiamo gli animali, e deve essere un modo che non ignori né accetti scrollando le spalle determinati fattori, come le abitudini, le "voglie", la tradizione famigliare e personale, ma le includa tutte nel discorso. Quanto più si permetterà a questi elementi di essere parte integrante del discorso, tanto più saremo capaci di seguire i nostri migliori istinti. Benché ci siano molti modi rispettabili di riflettere sulla carne, non vi è neppure una persona su questa Terra il cui migliore istinto quale possa spingerla verso l' allevamento intensivo.



Il mio libro Eating Animals ( Se niente importa. Perché mangiamo animali? in uscita per Guanda il 25 febbraio, n.d.r.) si occupa dell' allevamento intensivo da varie prospettive diverse: il benessere degli animali, l' ambiente, il prezzo pagato dalle comunità rurali, i costi economici. Per quale motivo non vi è un numero maggiore di persone consapevoli - e arrabbiate - dell' incidenza di malattie evitabili legate al consumo di determinati cibi? Forse non sembra così ovvio che qualcosa non quadra per il semplice fatto che tutto ciò che accade così di frequente - come la contaminazione di carne, specialmente pollame, da parte di agenti patogeni - tende di fatto a sfumare in secondo piano. In ogni caso, se uno sa che cosa cercare, il problema patogeno assume una rilevanza terrificante.


Per esempio, la prossima volta che un vostro amico si prende una di quelle "influenze" improvvise - quelle che in genere si tende a descrivere erroneamente come "influenze intestinali" - ponetevi qualche domanda. La malattia del vostro amico è una di quelle che "durano 24 ore" e scompaiono velocemente dopo un po' di vomito e diarrea? La diagnosi non è semplice, ma se la risposta a questa domanda è sì, il vostro amico con ogni probabilità non ha avuto nessuna influenza. Molto verosimilmente è uno dei 76 milioni di casi di malattie dovute agli alimenti che il Centro per il controllo e la prevenzione delle malattie ritiene scoppino in America ogni anno. Il vostro amico, insomma, non ha "preso un virus", ma "ha mangiato un virus".

E, molto probabilmente, quel virus è stato creato dall' allevamento intensivo. Oltre al numero puro e semplice delle malattie riconducibili all' allevamento intensivo, sappiamo che questo tipo di allevamenti contribuisce al proliferare di patogeni resistenti agli antimicrobici, semplicemente perché in essi se ne fa grandissimo uso. Come misura di sanità pubblica studiata per limitare il numero di questi farmaci assunti dall' uomo, dobbiamo andare a farci visitare da un medico prima di ottenere una prescrizione per antibiotici e altri antimicrobici. Accettiamo questa seccatura per l' importanza che acquisisce sotto il profilo medico. I microbi finiscono con l' adattarsi agli antimicrobici e quindi vogliamo che siano le persone che veramente ne hanno bisogno e sono malate a trarre beneficio dal numero di volte che li si può usare prima che i microbi imparino a sopravvivere. In un tipico allevamento intensivo, gli animali ricevono farmacia ogni pasto.

Negli allevamenti intensivi di pollame è pressoché obbligatorio, perché gli animali sono stati allevati in condizioni tali che le loro malattie sono inevitabili e le loro condizioni di vita le favoriscono al massimo. Il settore ha individuato il problema sin dalla sua comparsa, ma invece di accettare la possibilità di allevare animali meno produttivi, controbilancia l' immunità degli animali ormai compromessa per sempre con i farmaci. Di conseguenza, gli animali cresciuti negli allevamenti intensivi ricevono antibiotici per motivi non terapeutici.

In pratica, li assumono prima ancora di ammalarsi. Negli Stati Uniti, gli esseri umani ogni anno consumano circa 1.360 tonnellate di antibiotici, ma gli animali da allevamento ne assumono la stratosferica cifra di 8.074 tonnellate. Questa, per lo meno, è la cifra dichiarata dal settore. L'vUnionof Concerned Scientists ritiene che il settore riporti dati inferiori alla realtà almeno del 40 per cento. Secondo questo sindacato di coscienziosi scienziati, quindi, calcolando soltanto le motivazioni non terapeutiche, maiali, pollame e altri animali da allevamento ogni anno consumano 11.158 tonnellate di antibiotici.

Questo dato risale al 2001: in altre parole, per ogni dose di antibiotici assunta da un essere umano malato, almeno otto dosi sono somministrate a un animale "sano". Le implicazioni per la creazione di agenti patogeni resistenti ai farmaci sono alquanto evidenti. Uno studio dopo l' altro conferma che la resistenza antimicrobica subentra rapidamente, subito dopo l' introduzione di nuovi farmaci negli allevamenti intensivi. Per esempio, nel 1995, quando la Food and Drug Administration approvò l' utilizzo dei fluoroquinoloni - come il "Cipro" - nel pollame, malgrado le proteste del Centro per il Controllo delle malattie, la percentuale di batteri resistenti a questa potentissima categoria di antibiotici passò da quasi zero al 18 per cento già nel 2002.


Un più ampio studio pubblicato sul New England Journal of Medicine ha reso noto un aumento di otto volte nella resistenza antimicrobica tra il 1992 e il 1997 e ha ricondotto questo aumento all' uso di antimicrobici nel pollame degli allevamenti intensivi. Già alla fine degli anni Sessanta, gli scienziati avevano messo in guardia dall' utilizzo non terapeutico di antibiotici nel mangime degli animali d' allevamento.

Oggi istituzioni quanto mai disparate - quali l' Associazione dei medici americani, i Centri per il controllo delle malattie, l' Istituto di medicina, la divisione dell' Accademia nazionale delle scienze e l' Organizzazione Mondiale della Sanità - hanno collegato l' uso di antibiotici non terapeutici negli allevamenti intensivi con una aumentata resistenza antimicrobica ed esortano a una loro messa al bando. Il settore dell' allevamento intensivo è riuscito con successo a contrastare tale richiesta di messa al bando negli Stati Uniti. Non stupisce che negli altri Paesi divieti parziali siano soluzioni soltanto in minima parte.

Vi è una ragione lapalissiana che spiega per quale motivo non è entrato in vigore il necessario divieto totale di utilizzo di antibiotici non terapeutici: il settore dell' allevamento intensivo, alleato con l' industria farmaceutica, ha più potere dei professionisti della salute pubblica. Qual è l' origine dell' immenso potere del settore? Glielo abbiamo conferito noi. Noi abbiamo scelto, inconsapevolmente, di finanziare questa industria su scala enorme mangiando prodotti animali di allevamenti intensivi. E così facciamo quotidianamente.


Fonte: Repubblica Tratto da: ariannaeditrice



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12 commenti:

lol ha detto...

poi ci spiegherai cosa centra il tag "berlusconi" nell'articolo..!

Gio ha detto...

questo brano non è di un carnivoro, è di safran foer :-)

Anonimo ha detto...

Berlusconi c'entra sempre.

Silvia ha detto...

Io non mangio più carne da 25 anni, cioè da quando ho visto mio marito caricare dei maiali d'allevamento e trasportare manzi in un macello. Sto benissimo e mi ammalo poco (magari solo coincidenza)e non sento il bisogno di riempirmi di antibiotici e ormoni per la crescita animale.

Anonimo ha detto...

Ogniuno e libero di fare cio che vuole.
A me la carne piace come piace la frutta e la verdura,prendetevela con chi va a sparare in mezzo al bosco solamente per puro divertimento di ammazzare oppure ai bastardi che vanno a prendere a scarpate cani gatti solo per divertimento. Se volete essere vegetariani fatelo,ma non cercate di imporre il vostro credo agli altri per forza.

Anonimo ha detto...

Perfetto carissimo anonimo, ma io pago la crisi alimentare per causa tua. Io non posso pagare spargimenti di sangue sul pianeta perchè c'è gente che nnon ha da mangiare solo perchè tu devi acquistare il tuo chilo di carne (che ha richiesto 15 kg di frumento un enormità di acqua e di risorse che potrebbero benissimo essere usate per aiutare il mio prossimo).
E' assurdo pensare che l'80% delle derrate alimentari devono essere date a vacche e porci per avere la costoletta di maiale e o di manzo.
Mangiatevi il seitan se volete qualcosa che "sappia" di carne e non fate pagare al vostro prossimo le vostre cattive abitudini alimentari.

Michelle ha detto...

Non si tratta di "imporre il vostro credo agli altri". E' informazione, e come tale va accolta. Di fondo ad ogni scelta di un regime alimentare, c'è la realtà. Questo fa male, questo fa bene. Stop.

Anonimo ha detto...

http://www.youtube.com/watch?v=8DQoJTwEN0Q

Anonimo ha detto...

credo che nessuno ti voglia imporre niente ma ricordati essere informati e sempre un privilegio quindi prendi le tue decisioni in piena libertà ma consapevolmente!!!

viviana ha detto...

Per anonimo. Questo e' probabilmente preso dal libro di Foer, che descrive la realta' degli allevamenti intensivi. Non c' e' da condividere nulla qui. Il post di anonimo dimostra appunto quanto il tema sia tabu e imbarazzante, non sembra se ne possa neanche parlare. Sono sempre i carnivori ad attaccare per primi, questo me lo dimostrano ogni santa volta che ceno con uno di loro. Io ordino le mie verdurine e cominciano le torture verbali. Il tema della sofferenza animale e' talmente scottante e doloroso che si preferisce usare o eufemismi, ( la bistecca era molto tenera e non pezzo di cadavere proveniente da un animale tenuto legato tutta la sua breve vita) o sarcasmo.

Romina Borgotti ha detto...

Questo articolo dovrebbe farci riflettere sul comprare la carne in maniera più consapevole, l'ormai di moda "a chilometro zero" significa tante cose, ma prima di tutto significa comprare a qualche euro in più al kilo ma sapendo di mangiare bene in ogni senso. Il macellaio di quartiere è sicuramente molto affidabile e normalmente sa da dove provengono gli animali che vende.
Io non compro mai carne nei supermercati, anzi noi compriamo una mucca l'anno e la congeliamo.
Carne fantastica e saporita.
Romina (VB)

Michele Cagnolati ha detto...

Non confondiamo fischi con fiaschi:
Qui mi sembra si faccia Informazione nuda e cruda. E non è il primo "carnivoro" ( io in primis mangio abitualmente carne, è una scelta ) che vedo scaldarsi perchè gli viene espressa chiaramente la verità: di quanto facciano male le carni a livello tumorale, di quanto inquini l'allevamento intensivo, di quanto venga "corrotto economicamente" con lobby potentissime e di quanto sia palese faccia meglio una dieta vegetariana contrariamente ad una carnivora.
Non mi sembra che si imponga il pensiero di nessuno a nessuno. Anzi, semmai il vegetariano/vegano ( generalizziamo "non-carnivoro" ) si vede "imposto" il "credo carnivoro" tramite pubblicità, condizionamenti, enorme preponderanza di menù carnivori, opposti a menù vegetariani presenti all'1% nei ristoranti/bar/fast-food di tutto il mondo e denigrazione sociale piuttosto forte, sentendosi catalogati come "hippye" o simili.

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