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giovedì 14 aprile 2011
Burocrazia e disinteresse: gli ex possedimenti mafiosi in città sono in stato di abbandono. Vanno ristrutturati per essere usati dalle associazioni, ma il Comune non stanzia i fondi. La situazione nel dossier del magazine catanese 'Step1'

Al civico 28 di via Caprera, a Catania, c’è un bel garage con il cancello decorato. Trinacrie, disegni di cavalli e assi di mazze. C’è pure una scritta dipinta di fresco: “Fatevi i cazzi vostri”. Eppure, al Comune di Catania questo bel box di 32 metri quadrati – confiscato al boss Santo Mazzei, alleato della famiglia Santapaola – risulta essere un rudere da demolire. “E’ l’esempio della mancanza di controllo e della confusione nella gestione dei beni confiscati alla mafia, ma soprattutto dimostra che questi beni non sono della città”. A parlare è Agata Pasqualino, giovane giornalista autrice del dossier ‘Case loro – I beni di mafia a Catania confiscati e dimenticati‘, pubblicato on line dal magazine catanese ‘Step1‘ in collaborazione con ‘Libera Informazione‘.

“I beni confiscati alla mafia sono un simbolo potentissimo della lotta alla criminalità organizzata. Attraverso il loro riutilizzo sociale si riafferma il principio di legalità. Ma quando questo meccanismo si inceppa o rallenta, il simbolo rischia di ribaltarsi e di rafforzare il mito di una mafia invincibile”. A Catania, città dalla mafia discreta, che nessuno vede, il meccanismo è inceppato da tempo. Secondo i dati del 6 settembre 2010, il capoluogo etneo è la quarta città in Italia per beni confiscati alla criminalità: 592 a Catania e provincia, 60 – aziende escluse – nel solo comune etneo. Troppo pochi per una città dove il potere mafioso è radicato, ma è un altro il numero che stupisce. Dei 60 beni cittadini – per un valore di 8,5 milioni di euro – solo 38 risultano formalmente destinati e consegnati e appena 5 sono davvero utilizzati. Dal Comune e da (poche) associazioni a esso collegate. Per chi opera nel sociale, ma da esterno, non c’è spazio.

“A Catania i beni confiscati non vengono visti come un valore, ma come pesi e scartoffie”, spiega l’autrice, “Eppure la città ne ha bisogno, perché si trovano proprio in quartieri che necessitano di legalità e socialità per dare un’alternativa ai giovani”. Si tratta per lo più di terreni e appartamenti, ma non mancano garage, palazzi e intere aree urbane. Gli ex proprietari portano cognomi importanti: Laudani, Ercolano, Santapaola solo per citare i più noti.

Ma i boss possono stare tranquilli: fanno in tempo ad uscire di galera e a non vedere traccia di legalità in casa loro. Perché dal sequestro alla confisca passano dagli otto ai dieci anni, si legge nel dossier. “A Catania si aspetta e poi, o si chiude il processo o i beni vengono dissequestrati o vengono venduti e con tutta una serie di prestanomi ritornano al patrimonio mafioso”, spiega nel rapporto Giusy Mascali, avvocato dell’associazione antiracket ‘Libero Grassi’. Va poi aggiunto il tempo per l’assegnazione: in tutto si può arrivare a quasi 15 anni. E non è detto che a quel punto si possa effettivamente prendere possesso del bene, che il più delle volte si trova in stato di abbandono ed è inagibile. La ristrutturazione toccherebbe al Comune, lo stesso che a fine 2008 aveva accumulato 357 milioni di buco, per poi respirare grazie ai 140 milioni del Cipe subito sollecitati dal presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Ma nel Comune di Catania i fondi per i beni confiscati non ci sono e, anche quando vengono stanziati sulla carta, non arrivano.

Trovare da soli i soldi potrebbe non bastare. Com’è successo al ‘Centro Astalli‘ di Catania che offre assistenza agli immigrati. Destinatari nel 2006 di un appartamento nel quartiere Zia Lisa di Catania – confiscato a Nicolò Maugeri della cosca Santapaola –, i volontari del centro hanno provveduto alla ristrutturazione con fondi propri, aiutati dai privati. Ma nel 2008 un controllo dei Nas impone un ulteriore adeguamento e il progetto si perde tra gli uffici della direzione Urbanistica del Comune. Ai volontari è intanto scaduto il contratto di comodato d’uso, che dura solo tre anni. Così potrebbero vedere assegnato ad altri un bene per cui hanno pagato e che avrebbero dovuto avere gratis, per l’utilità sociale del loro lavoro. “Una lentezza che non è burocratica”, commenta la Pasqualino, “ma volontà di essere lenti, di non smuovere le acque”.

Basti sapere che neanche sui numeri si può essere sicuri. Dei beni confiscati, assegnati e consegnati esistono tre diverse liste da incrociare. Quella del Comune di Catania, obbligato per legge a stilarla, esiste ma non è pubblica. E per sapere a chi richiederla capita di dover aspettare almeno un mese. E va già bene, ma solo se sei una giornalista. “Prima di sapere chi avrebbe dovuto ricevermi ho aspettato per settimane”, racconta Agata Pasqualino, “E sapevate che il Demanio di Catania non è autorizzato a rispondere sullo stato dei beni confiscati?”. Le informazioni arrivano esclusivamente da Roma, dove i funzionari sono disponibili, certo, ma possono fornire solo informazioni generali. “Si tratta di questioni troppo legate al territorio”, conclude l’autrice, “E questo la dice lunga su come vengano gestite”.



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