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sabato 5 marzo 2011
Il sostituto procuratore della Dda della città Giuseppe Lombardo: “Andiamo avanti con più convinzione di prima. La strada è quella giusta“. Sulla sua scrivania ci sono delicatissimi fascicoli sui legami fra la ‘ndrangheta e la politica
Il Pm Giuseppe LombardoUn proiettile di kalashnikov indirizzato al sostituto procuratore della Dda di Reggio Calabria Giuseppe Lombardo.
Questa volta, l’ennesimo messaggio mafioso al magistrato reggino è stato intercettato al centro di smistamento delle Poste a Lamezia Terme. Il terzo proiettile nel giro di un anno per il pm Lombardo il quale, già nel febbraio 2010, era stato avvertito dalla ‘ndrangheta. Poche righe all’epoca erano state sufficienti per invitarlo a “farsi i cazzi suoi se non vuole fare la fine di Falcone e Borsellino”.
Nella busta trovata lunedì sera, invece, non c’era nessun biglietto. Solo un proiettile di mitra sufficiente a far capire al pm che le cosche non scherzano. L’attenzione è alta al sesto piano del Cedir.
“Andiamo avanti con più convinzione di prima. La strada è quella giusta” è l’unico commento del magistrato che ha appreso la notizia mentre si trovava fuori regione per interrogare i nuovi collaboratori di giustizia Roberto Moio e Antonino Lo Giudice.
Stando agli umori degli inquirenti, il mittente deve essere ricercato nel ventre molle della ‘ndrangheta di Reggio Calabria oggetto di numerose e delicate inchieste coordinate dal pm Lombardo.
Sulla sua scrivania ci sono fascicoli delicatissimi sulle famiglie mafiose reggine e sui loro legami con la politica e i colletti bianchi. Fascicoli che presto si potrebbero trasformare in richieste di custodia cautelare in carcere.
Lombardo è titolare della famosa inchiesta “Meta” che ha colpito l’ala militare della ‘ndrangheta facendo luce sugli accordi tra le coche Condello, De Stefano, Libri e Tegano. Nel maggio scorso, infatti, sono stati arrestati pezzi da novanta del calibro di Pasquale Condello, Giuseppe De Stefano, Pasquale Libri e Giovanni Tegano. Sono loro i padroni di Reggio Calabria, i boss che si spartiscono gli affari illeciti: dagli appalti pubblici alle estorsioni, al traffico di droga.
“Occupandomi delle indagini sulla città – ha aggiunto Lombardo – affronto tematiche complesse che mi espongono. Ci sono intrecci di varia natura e lavorando su questi aspetti della criminalità ci si attira diverse attenzioni”.
Ma l’inchiesta “Meta”, nata dalle risultanze investigative del Ros, ha aperto uno squarcio anche sulla politica e sui rapporti tra cosche ed esponenti del Comune di Reggio Calabria.
In un’informativa, firmata dal colonnello Valerio Giardina e inserita nel fascicolo dell’indagine, sono stati riportati alcuni incontri tra politici, imprenditori in odor mafia e boss della ‘ndrangheta. In un pranzo organizzato dall’indagato Domenico Barbieri per festeggiare i 50 anni di matrimonio dei suoi genitori avevano partecipato l’ex sindaco della città Giuseppe Scopelliti, oggi governatore della Calabria, alcuni consiglieri comunali e il boss Cosimo Alvaro (oggi latitante), accompagnato dai fratelli originari di Sinopoli.
In alcune intercettazioni telefoniche, inoltre, sono emersi i contatti tra alcuni indagati arrestati e i consiglieri comunali Manlio Flesca e Michele Marcianò. Nei confronti di quest’ultimo, come emerge dall’audizione del magistrato intimidito davanti alla commissione parlamentare antimafia, il pm Lombardo aveva chiesto l’arresto che, però, non è stato vistato dal procuratore capo Giuseppe Pignatone il quale ha preferito proseguire le indagini per raccogliere ulteriori elementi sul secondo troncone dell’inchiesta.
Nelle intercettazioni si discute di voti e di tessere di Forza Italia in cambio di lavori e di consulenze per le opere del Decreto Reggio. In altre ancora si fa riferimento a Tino Scopelliti, fratello del governatore, indicato da due imprenditori come l’uomo chiave per accaparrarsi gli appalti al Comune di Reggio Calabria.
In questi mesi, inoltre, il sostituto Lombardo è impegnato negli interrogatori dei pentiti Antonino Lo Giudice e Roberto Moio. Quest’ultimo, genero del boss Giovanni Tegano, sta spiegando alla Dda reggina l’organigramma della cosca di Archi. Ha confessato una serie di omicidi e, non è escluso, stia facendo i nomi di politici alcuni dei quali, stando ad alcune indiscrezioni, secondo il collaboratore di giustizia sarebbero anche affiliati alla ‘ndrangheta.
In una regione come la Calabria dove il valzer delle solidarietà è sempre particolarmente efficiente, l’unico attestato a Lombardo giunge dalla parlamentare Angela Napoli, coordinatrice calabrese di Fli, secondo la quale “non può che destare grande preoccupazione la notizia della nuova minaccia indirizzata al pm della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria. È noto che il pm Lombardo è titolare di numerose inchieste e procedimenti che toccano le cosche della ‘ndrangheta reggina, ma anche le sue collusioni, e queste minacce tentano di demotivare l’intera magistratura reggina. Voglio augurare, invece, che proprio questa costante “attenzione minatoria” che viene rivolta a tutta la magistratura reggina serva da impulso per procedere con maggiore determinazione, al fine di garantire giustizia ad una città troppo minata da un sistema di illegalità diffusa, nel quale la ‘ndrangheta non può che trovare linfa vitale”.
Questa volta, l’ennesimo messaggio mafioso al magistrato reggino è stato intercettato al centro di smistamento delle Poste a Lamezia Terme. Il terzo proiettile nel giro di un anno per il pm Lombardo il quale, già nel febbraio 2010, era stato avvertito dalla ‘ndrangheta. Poche righe all’epoca erano state sufficienti per invitarlo a “farsi i cazzi suoi se non vuole fare la fine di Falcone e Borsellino”.
Nella busta trovata lunedì sera, invece, non c’era nessun biglietto. Solo un proiettile di mitra sufficiente a far capire al pm che le cosche non scherzano. L’attenzione è alta al sesto piano del Cedir.
“Andiamo avanti con più convinzione di prima. La strada è quella giusta” è l’unico commento del magistrato che ha appreso la notizia mentre si trovava fuori regione per interrogare i nuovi collaboratori di giustizia Roberto Moio e Antonino Lo Giudice.
Stando agli umori degli inquirenti, il mittente deve essere ricercato nel ventre molle della ‘ndrangheta di Reggio Calabria oggetto di numerose e delicate inchieste coordinate dal pm Lombardo.
Sulla sua scrivania ci sono fascicoli delicatissimi sulle famiglie mafiose reggine e sui loro legami con la politica e i colletti bianchi. Fascicoli che presto si potrebbero trasformare in richieste di custodia cautelare in carcere.
Lombardo è titolare della famosa inchiesta “Meta” che ha colpito l’ala militare della ‘ndrangheta facendo luce sugli accordi tra le coche Condello, De Stefano, Libri e Tegano. Nel maggio scorso, infatti, sono stati arrestati pezzi da novanta del calibro di Pasquale Condello, Giuseppe De Stefano, Pasquale Libri e Giovanni Tegano. Sono loro i padroni di Reggio Calabria, i boss che si spartiscono gli affari illeciti: dagli appalti pubblici alle estorsioni, al traffico di droga.
“Occupandomi delle indagini sulla città – ha aggiunto Lombardo – affronto tematiche complesse che mi espongono. Ci sono intrecci di varia natura e lavorando su questi aspetti della criminalità ci si attira diverse attenzioni”.
Ma l’inchiesta “Meta”, nata dalle risultanze investigative del Ros, ha aperto uno squarcio anche sulla politica e sui rapporti tra cosche ed esponenti del Comune di Reggio Calabria.
In un’informativa, firmata dal colonnello Valerio Giardina e inserita nel fascicolo dell’indagine, sono stati riportati alcuni incontri tra politici, imprenditori in odor mafia e boss della ‘ndrangheta. In un pranzo organizzato dall’indagato Domenico Barbieri per festeggiare i 50 anni di matrimonio dei suoi genitori avevano partecipato l’ex sindaco della città Giuseppe Scopelliti, oggi governatore della Calabria, alcuni consiglieri comunali e il boss Cosimo Alvaro (oggi latitante), accompagnato dai fratelli originari di Sinopoli.
In alcune intercettazioni telefoniche, inoltre, sono emersi i contatti tra alcuni indagati arrestati e i consiglieri comunali Manlio Flesca e Michele Marcianò. Nei confronti di quest’ultimo, come emerge dall’audizione del magistrato intimidito davanti alla commissione parlamentare antimafia, il pm Lombardo aveva chiesto l’arresto che, però, non è stato vistato dal procuratore capo Giuseppe Pignatone il quale ha preferito proseguire le indagini per raccogliere ulteriori elementi sul secondo troncone dell’inchiesta.
Nelle intercettazioni si discute di voti e di tessere di Forza Italia in cambio di lavori e di consulenze per le opere del Decreto Reggio. In altre ancora si fa riferimento a Tino Scopelliti, fratello del governatore, indicato da due imprenditori come l’uomo chiave per accaparrarsi gli appalti al Comune di Reggio Calabria.
In questi mesi, inoltre, il sostituto Lombardo è impegnato negli interrogatori dei pentiti Antonino Lo Giudice e Roberto Moio. Quest’ultimo, genero del boss Giovanni Tegano, sta spiegando alla Dda reggina l’organigramma della cosca di Archi. Ha confessato una serie di omicidi e, non è escluso, stia facendo i nomi di politici alcuni dei quali, stando ad alcune indiscrezioni, secondo il collaboratore di giustizia sarebbero anche affiliati alla ‘ndrangheta.
In una regione come la Calabria dove il valzer delle solidarietà è sempre particolarmente efficiente, l’unico attestato a Lombardo giunge dalla parlamentare Angela Napoli, coordinatrice calabrese di Fli, secondo la quale “non può che destare grande preoccupazione la notizia della nuova minaccia indirizzata al pm della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria. È noto che il pm Lombardo è titolare di numerose inchieste e procedimenti che toccano le cosche della ‘ndrangheta reggina, ma anche le sue collusioni, e queste minacce tentano di demotivare l’intera magistratura reggina. Voglio augurare, invece, che proprio questa costante “attenzione minatoria” che viene rivolta a tutta la magistratura reggina serva da impulso per procedere con maggiore determinazione, al fine di garantire giustizia ad una città troppo minata da un sistema di illegalità diffusa, nel quale la ‘ndrangheta non può che trovare linfa vitale”.
pubblicato su Il Fatto Quotidiano - 1 marzo 2011
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