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giovedì 24 marzo 2011

E’ proprio vero che una volta che hai aiutato qualcuno, gli hai anche dato un prezzo. E devono saperlo molto bene i Responsabili parlamentari, che il 14 dicembre scorso devono aver dato alla salvezza del governo Berlusconi (o direttamente alla sua persona?) un prezzo molto alto. Impasta e rimpasta tra frizzi e lazzi, Bondi se ne va con il capo sparso di cenere, il padano Galan al suo posto e all’agricoltura si libera la poltrona per Saverio Romano, esponente di spicco alla camera della stampella della responsabilità nazionale. Nato la vigilia di Natale del ‘64, è un politico tanto giovane quanto rampante, e dal passato politico e personale decisamente interessante.

Cresciuto nel vivaio siciliano della DC all’ombra di due mostri sacri come Calogero Mannino (già ministro dell’agricoltura e già indagato ed assolto per un concorso esterno) e Salvatore “Totò” Cuffaro, ora soggiornante presso la patria galera di Rebibbia in Roma, dove sconta una pena di sette anni per favoreggiamento a Cosa Nostra.
Nel 1990 è consigliere provinciale a Palermo, dove ricoprirà in seguito la carica di assessore alla viabilità; nel 1997 viene chiamato a ricoprire la carica di presidente del più grande istituto di credito isolano, l’ Ircac. La svolta (e non solo la sua) è però nel 2001, l’anno in cui Cuffaro è governatore di Trinacria con la percentuale bulgara di 61 seggi su 61: Romano approda in parlamento, componente delle commissioni Giustizia, Bilancio, Cultura, Trasporti e Vigilanza sulla cassa depositi e prestiti. Nel 2003 iniziano le magagne con la giustizia: viene indagato dalla Procura di Palermo per concorso esterno in associazione mafiosa e corruzione, procedimento dapprima archiviato il 1 aprile 2005 (data profetica?) per insufficienza di prove, e riaperto in seguito alle dichiarazioni del pentito Francesco Campanella, che lo accusa niente di meno che di essere sul libro paga dei boss di Villalbate, che gli avrebbero garantito una sicura elezione.

Nel frattanto il giovane Romano si da da fare e nel 2006 viene nominato per acclamazione segretario regionale dell’Udc siciliano. Di fatto, è il braccio desto di Cuffaro e colonna portante della maggioranza assoluta al governo della Regione. Nel 2008 è il terremoto politico: Cuffaro è indagato e costretto a dimettersi, e Romano deve mettercela tutta per tenere le redini della situazione. Ci riesce brillantemente: candidato alle europee nel 2009, ottiene 110 mila preferenze e cede il suo seggio. Fa meglio di tutti gli altri centristi italiani potendo contare solo sulla circoscrizione “isole”.
Nel 2009 un altro pentito lo scaglia nel girone dei concorrenti interni: Ciancimino jr, figlio del sincado mafioso di Palermo Vito Ciancimino, lo accusa di avergli corrisposto euro 100 mila in tangenti; l’accusa è di corruzione aggravata dal favoreggiamento di Cosa Nostra, ed è in ottima compagnia: oltre al suo, nel registro degli indagati ci sono i nomi di Totò Cuffaro, Salvatore Cintola e Carlo Vizzini.
Per niente intimorito ed anzi forte dell’eredità politica di Cuffaro, Saverio Romano abbandona l’ UdC al momento del quarto governo regionale Lombardo. Si butta nel gruppo misto dove fonda il Movimento per l’Italia di domani. Il resto, come si suol dire, è storia.

Il 14 dicembre 2010 i Responsabili salvano Berlusconi ed ora passano a chiedere il conto al presidente. Che non si sarà fatto troppi problemi a nominare ministro un cittadino con qualche problemino di giustizia in ambito mafioso, intendiamoci. La scelta non degrada lo status morale del suo governo, già compromesso in passato gente che non sa chi gli compra la casa, ex modelle,  conflitti di interesse ingombranti, condanne in via definitiva. Lo scempio, l’ennesimo, oggi è stato fatto all’Italia, ed il presidente Napolitano non ha mancato di sottolinearlo tra le righe con una nota ufficiale in cui invita il neo ministro a chiarire le sue posizioni. Ma Romano non è impensierito, e scrive sul suo sito ufficiale “ho la coscienza a posto, non sono nemmeno indagato, figuriamoci se sono imputato. Sono fiducioso e assai contento che il gip svolga il suo ruolo di controllo. E’ una inesattezza dire che io sia imputato”. Se lo dice lui, siamo in una botte di ferro.

Non è una questione di puntare il dito e discriminare qualcuno. Semplicemente un ministero è un’ente molto potente, che gestisce ogni anno miliardi di euro delle casse statali. E’ un ente che influisce sul denaro e sulla vita dei contribuenti. E’ tanto pretendere che sia gestito da una persona limpida, pulita, inattaccabile? Una persona credibile. Non so voi, ma se Saverio Romano facesse l’idraulico, io non gli farei riparare nemmeno il rubinetto di casa mia con una storia cosi alle spalle.
Mestiere di famiglia il suo: lo zio, tale Saverio Barrale, è oggi sindaco di Belmonte Mezzagno. E Belmonte Mezzagno è oggi uno dei comuni siciliani per cui il Viminale ha avviato le pratiche di scioglimento per infiltrazioni mafiose.

Mi viene da pensare come Saverio Romano non rappresenti, alla fin fine, l’anomalia. Porta semplicemente l’imprinting di una delle grandi metastasi del nostro paese, quella parte di una classe dirigente (siciliana e non) che negli ultimi decenni ha ridotto allo stremo il nostro paese, e che oggi assurge ai massimi livelli del potere.

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