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giovedì 31 marzo 2011
Quando si parla di diritti umani, forse sarebbe utile ricordarsi che si sta parlando di nient’altro che dei fondamentali bisogni di ogni individuo. Ebbene, tali bisogni, garantiti nel vecchio continente da una legge sovranazionale, la Convenzione Europea per i Diritti Umani (Cedu) del 1950 ratificata da 47 Stati, in molte di queste nazioni sono tuttora carta straccia.
Lo confermano le 1.499 sentenze e relative condanne, tutt’altro che simboliche, emanate nel corso del 2010 dalla Corte europea dei Diritti dell’uomo nei confronti dei paesi firmatari della Cedu, che l’ha istituita. Stando al rapporto per il 2010 dell’Osservatorio sulle sentenze Cedu presso la Camera dei deputati, in tema di diritti umani il Belpaese è tra gli ultimi della classe.
Con 98 sentenze e rispettive condanne, l’Italia è preceduta da sole altre 5 maglie nere: la Turchia che figura in cima alla lista con 278 provvedimenti penali, seguita da Russia (217), Romania (143), Ucraina (109) e Polonia (107). Ben diversa la posizione delle nazioni vicine all’Italia e cioé Slovenia (6), Svizzera (11), Austria (19) e Francia (42).
Per non dire della Danimarca che figura addirittura a quota zero. Oltre ai numeri, non meno degno di nota è il carattere delle violazioni che hanno portato l’Italia sul banco degli imputati a Strasburgo. Sul totale delle 98 sentenze con condanna, ben 61 accertano almeno una violazione delle norme Cedu, e di queste 50 riguardano l’inosservanza del diritto a un equo processo. Soltanto una invece è relativa alla violazione del divieto di trattamenti inumani o degradanti, sancito dall’articolo 3 della Convenzione, che in sostanza proibisce la tortura.

Ciò, nonostante che dal 2009 siano ormai centinaia i ricorsi giunti alla Corte europea che si appellano a detto articolo, in virtù di un precedente. Due anni fa infatti, l’Italia è stata condannata dai giudici di Strasburgo per aver costretto un detenuto a vivere in una cella che misurava meno di 3 metri quadri, il che costituirebbe un’ipotesi di tortura.
Vista la situazione delle carceri italiane, dove si rileva nel complesso un tasso di sovraffollamento nella misura del 150%, ci sarebbe da aspettarsi una sequela pressoché interminabile di simili punizioni. Tutto questo pressoché agli antipodi peraltro della Germania, da dove proprio in questi giorni giunge la notizia di una sentenza definita epocale.
Questa volta è stata emessa dalla Corte Costituzionale tedesca, che da oggi obbliga le istituzioni penitenziarie del Paese a liberare un detenuto, qualora la carcerazione non sia rispettosa dei diritti umani. Viene così anteposta la dignità della persona alla sicurezza, e si apre la strada alle “liste di attesa” per l’ingresso in carcere, già praticate in alcuni Paesi nordeuropei, Norvegia in testa. Senza dimenticare che nelle prigioni norvegesi e tedesche si parla addirittura di tasso di sotto affollamento, nel senso che nelle carceri di questi Paesi ci sono più posti letto che detenuti.

fonte: "Il Piccolo"



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