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giovedì 3 marzo 2011
Chiudono gli ospedali di provincia e dei comuni limitrofi alla Capitale, ma degli elicotteri promessi dal presidente Polverini per portare i pazienti in emergenza negli ospedali romani non c'è traccia.

Ventiquattro piccoli ospedali trasformati in ambulatori. Chiusura di 11 Pronti soccorso. Taglio di 2 mila e 800 posti letto. Il piano di riordino del sistema ospedaliero del Lazio è partito tra polemiche e proteste. E i primi effetti diverranno palpabili e concreti nelle prossime settimane.

Visto che su 11 Dipartimenti di emergenza ben dieci, a Roma chiude solo quello del Cto alla Garbatella, si trovano nelle province laziali e alcuni in quella di Roma, i nosocomi della Capitale verranno presi d’assalto dai pazienti calati dai Castelli o dai piccoli comuni del viterbese e del reatino, aggravando una situazione già al limite del collasso.

Il quadro è già stato illustrato domenica scorsa nella trasmissione PresaDiretta (Rai3), condotta da Riccardo Iacona.

Le telecamere hanno mostrato la tragica situazione del Pronto Soccorso del San Camillo. Ambulanze che arrivano. Il paziente sulla barella entra nel reparto accettazione e prima di essere smistato ai reparti, quando ci sono i posti letto liberi, o trasferito in un’altra struttura, passano molte ore, a volte anche un paio di giorni. Nel frattempo le ambulanze del 118, senza barella, non possono ripartire e restano ferme nel piazzale dell’ospedale. Per affrontare l’emergenza la giunta regionale ha deciso di affittare le ambulanze dai privati alla modica cifra di 12 mila euro al mese. “Non è una questione di ambulanze – commenta Achille Lunghi, radiologo al Pronto Soccorso del San Camillo e coordinatore della Rsu – il problema è che un reparto dispone di 100 posti letto, al centounesimo paziente che deve essere ricoverato il sistema si blocca. Già la situazione è grave, ma cosa succederà, ad esempio, quando chiuderà l’ospedale di Marino dove i pazienti che affluiscono in un anno sono 30 mila? Verranno a Roma. E allora saranno guai. Il problema si affronta creando una rete territorale di medici di base a disposizione sette giorni a settimana, essenziale come filtro per evitare che una persona con 39 di febbre, non trovando un medico, si faccia portare al pronto soccorso quando basterebbe una visita del medico di famiglia”.

Il primo impatto di questo improvvisato e raffazzonato piano sarà sui piccoli comuni. L’elenco dei piccoli ospedali che chiuderanno i battenti è lungo: Monterotondo, Palombara Sabina, Subiaco, Zagarolo, Anagni, Ceccano, Pontecorvo, Ceprano, Ferentino, Arpino, Isola Liri, Atina, Rocca Priora, Ariccia, Anzio, Sezze, Gaeta, Minturno, Bracciano, Acquapendente, Montefiascone, Ronciglione, Magliano Sabina e Amatrice. Molti dei sindaci dei comuni coinvolti hanno già presentato ricorso al Tar. La popolazione è scesa più volte in piazza. Ha manifestato anche a Roma, ma non c’è stato nulla da fare. E cosa succederà a un paziente colpito da ictus che vive a Subiaco? Quando verrà caricato sull’ambulanza dovrà percorrere più 70 chilometri, prima lungo strade di montagna e poi nel traffico caotica di Roma. Per risolvere lo spinoso problema il governatore del Lazio Renata Polverini ha avuto una bella pensata: cinque eliporti, sparsi strategicamente sul territorio regionale, una flotta di elicotteri con tutte le attrezzature sanitarie e il miracolo è compiuto. Purtroppo delle cinque piste una sola ha visto la luce, nel viterbese. Peccato che per far decollare l’elicottero occorrebbe abbattere i tralicci dell’Enel. E poi ci vuole una fervida fantasia per immaginare un elicottero che atterra in uno dei cortili del Policlinico Umberto I o del San Camillo. Comunque niente paura, degli elicotteri ancora nessuna traccia.
Ma perchè tanta fretta per scompaginare il sistema ospedaliero, quando la Regione Toscana ha impiegato dieci anni per razionalizzare l’assistenza?

Il problema è semplice. Per non perdere i Fondi per le aree sottoutilizzate (Fas), messi a disposizione dall’Unione europea, ma gestiti dal ministero dell’Economia. Da tre anni ormai i vertici delle Regioni, che registrano deficit endemici, devono concordare con il ministero dell’Economia i piani di rientro dal debito. E il Lazio, che riceve ogni anno più di 9 miliardi e mezzo dal Fondo sanitario nazionale, registra ogni anno quasi un miliardo e trecento milioni di deficit. Perchè allora non risparmiare sulla spesa farmaceutica? Perchè non effettuare controlli a tappeto sulle strutture sanitarie private accreditate per verificare se, ad esempio, nel reparto di Cardiologia è sempre presente 24 ore su 24 un cardiologo? Troppo complesso. Meglio tagliare con l’accetta e se poi mezzo milione di persone resta senza un ospedale a distanza ragionevole, s’arrangino.

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