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mercoledì 9 marzo 2011

La guerra come strumento per rinvigorire l'economia


Il peggior nemico dei mercati è l'incertezza. A evidenziarlo, questa volta, sono Massimo Guidolin ed Eliana La Ferrara dell'Università Bocconi che in un libro analizzano 101 conflitti scoppiati nel periodo compreso tra il 1971 e il 2004, misurandone gli effetti sugli indici di Borsa Msci World, Usa, Uk, France e Japan. Oltre che sul tasso di cambio del dollaro e sui prezzi del petrolio e dell'oro.

Da questa analisi emerge chiaramente come i mercati siano contrari all'incertezza che precede un conflitto, mentre reagiscono mediamente con un rialzo quando le guerre scoppiano. “Anche il caso libico sembra avvicinarsi allo schema medio”, afferma Guidolin, “la Borsa italiana, la scorsa settimana, è crollata alla notizia dei violenti scontri, dopo che simili situazioni si erano risolte in modo più pacifico in altri paesi dell'area, ma prima che una guerra civile fosse ufficialmente scoppiata. Questa settimana, al formalizzarsi di un'opposizione e della spaccatura del paese in due, le borse si sono riprese. Ma attenzione: si tratta di effetti medi, sui quali non si può fare affidamento nelle decisioni d'investimento legate a un singolo episodio”.

Secondo quanto affermato dalla ricerca i mercati borsistici nazionali hanno “maggiore probabilità di reagire in modo positivo piuttosto che negativo all'avvio di un conflitto: il mercato borsistico americano è quello che mostra le reazioni più forti e produce extra rendimenti positivi in corrispondenza del 12% dei conflitti analizzati”.

E per le commodity?

In questo caso le reazioni alle guerre sono variegate: il movimento di un indice che comprende tutti i beni è positivo nel 6,9% dei casi, negativo nel 4,9%. Ma ci sono eccezioni, compresa l'inaspettata reazione dei future sul petrolio all'avvio di conflitti in Medio Oriente, che è negativa nel 45% dei casi, positiva nel 27%. In pratica, il greggio sale fortemente prima delle guerre vere e proprie, ma quando il conflitto scoppia scompare la domanda in eccesso motivata dalle pressioni speculative e i prezzi dei future sul petrolio scendono. Ma è proprio l'investimento in future sul petrolio, sapendolo usare, il più profittevole: secondo lo studio dei due docenti della Bocconi, infatti, investendo sistematicamente in future sul petrolio nei momenti di guerra si guadagna mediamente l'80% in più di chi non interviene su questi mercati.

Le alternative?

Secondo la ricerca condotta da Guidolin e La Ferrara, nel periodo 1971-2004, si è avuto un effetto ricchezza, seppur debole, investendo in azioni Usa (chi ha puntato su questo mercato sarebbe solo il 4% più ricco della controparte più ingenua), ma questo effetto è risultato più forte nel caso delle azioni britanniche (ricchezza superiore del 27%.

Fonte: advisoronline.it

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