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giovedì 3 marzo 2011


C’è qualcosa di misterioso nel fenomeno del movimento hippie, qualcosa che è sempre sfuggito e che sociologi, politici, media, non sono mai riusciti a spiegare. Lo straordinario è come un movimento giovanile, durato poco più di tre anni, sia riuscito a far parlare di sé condizionando un’intera generazione, come se fosse durato un decennio; e che ancora oggi, quarant’anni dopo, riesca ancora ad affascinare. La sola spiegazione che sono riuscito a darmi di questo fenomeno è che debba il suo successo alla sua filosofia. Quello degli hippie, infatti, è stato l’unico movimento culturale che ha fondato il suo credo esclusivamente nella divulgazione della pace e dell’amore, senza aver mai abbracciato un’ideologia politica.
Una filosofia e non solo uno stravagante stile di vita, quella del peace & love, che non poteva non nascere che negli Stati Uniti dove la maggioranza della popolazione, in un momento di ripresa economica, si identifica nell’American dream. Il Grande sogno che diffonde sicurezza e secondo il quale «ognuno negli Stati Uniti può avere successo e prosperare». Siamo agli inizi degli anni Sessanta, anni in cui è vincente lo stereotipo della famiglia felice composta da due giovani, belli, puliti, con due bambini, altrettanto belli e puliti, che vivono in una villetta, con cane, gatto e giardino, tv (sempre accesa) in salotto e macchinona nel garage. Per loro, ovviamente, un roseo futuro all’orizzonte.
A svegliare tutti arriva il Vietnam: gli americani vanno in guerra.
Gli hippie, o i flower children, colgono l’artificiosità del modello proposto dalla società, si rendono conto che la felicità è contrabbandata e mascherata dal comfort, mettono a fuoco la monotonia del vivere quotidiano e svelano il più radicato tabù della società borghese: il sesso. Si spogliano, non solo fisicamente, di tutti gli stereotipi e fondono la cultura insieme alla politica, insieme alla musica, insieme all’arte. La loro filosofia si basa semplicemente sul rifiuto della società capitalistica e del benessere, sulla volontà di costruire un mondo fondato su alti valori, che non hanno nulla a che fare con i dollari e gli status symbol. Si diffonde l’amore, inteso come modo di porsi di fronte alle cose, alle persone, al sesso, alla vita. Raccolgono seguaci in tutto il mondo, milioni di giovani restano affascinati dall’approccio liberatorio verso la vita. I portavoce sono le rockstar, icone di una musica e uno stile di vita immortale, vite bruciate troppo presto dalla droga e dagli eccessi. Da tutto il mondo, coloro che si sentono partecipi a queste idee, si radunano in modo spontaneo e inarrestabile. Sono musicisti, poeti, scrittori, insegnanti, a cui si uniscono pure nullafacenti, imbroglioni e semplici sognatori. La ‘rivoluzione dell’amore’ si dilaga. Il Flower Power, come lo definiscono i media, però non ce la fa; il Potere non lo conquista, forse perché non era quello che interessava, non era quello che volevano i “figli dei fiori”. O, forse, perché parole come Pace e Amore cominciavano ad essere una minaccia per l’America, impegnata nelle guerre contro Vietnam e Cambogia, in rapporti tesi con l’Unione sovietica, con conflitti razziali interni e con presidenti e predicatori assassinati. Il trasgressivo slogan dei Figli dei fiori è stato: Fate l’amore, non fate la guerra. Ma la storia e gli eventi lo capovolsero in Non fate l’amore, fate la guerra. Purtroppo, così fu.



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