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giovedì 24 marzo 2011

Giovanna Botteri, corrispondente da New York del Tg3, è stata a lungo inviata di guerra. Del mestiere di giornalista televisiva conosce entrambi gli aspetti: la conduzione e il campo di battaglia.

Vedendo le immagini che arrivano da Tripoli sembra di essere tornati alla prima guerra del Golfo , quando dall’Iraq arrivavano solo inquadrature di cieli bui solcati dai traccianti, luci verdi e i commenti dei reporter provenivano solo dalle terrazze dell’hotel Palestine. “In un certo senso è così ma questo riguarda solo Tripoli e Misurata, le roccaforti del regime. Siccome in Libia ci sono molte troupe televisive, giornalisti di tutte le testate e frotte di freelance, se le immagini sul campo non arrivano è a causa della censura del regime. Non è certo per mancanza di documentazione. Semmai oggi ciò che si registra è la caccia al giornalista che è diventato merce di scambio ed è considerato un nemico da parte di chi sta perdendo la guerra”. Secondo Giovanna Botteri la prova della “cecità” solo parziale di questa guerra sta nell’abbondanza di immagini che invece arrivano da Bengasi. “Dove il regime di Gheddafi non può operare alcun tipo di censura, come a Bnegasi, i racconti per immagine di ciò che sta accadendo arrivano senza problemi. Anzi, rispetto alla prima guerra del Golfo, al secondo Iraq, all’Afghanistan, queste rivoluzioni nel Maghreb e in Medio Oriente hanno ampliato l’offerta di testimonianze visive perché sono entrate in scena le nuove tecnologie”.

Gli smartphone, le telecamerine nascoste, Internet e Twitter consentono al pubblico di qualsiasi latitudine di assistere a momenti di vita in guerra che le telecamere delle troupe sul campo non potranno mai mostrare. “Con le nostre telecamere ancora troppo grosse, il cameraman, il giornalista con il radiomicrofono, insomma la tipica formazione delle troupe televisive classiche, non siamo in grado di passare inosservati. Di conseguenza non riusciamo a restituire la complessità della vita durante la guerra. Oggi invece anche la gente del posto partecipa attivamente all’informazione. Questo ci aiuta a saperne di più”. A noi sembra però che tutta l’informazione televisiva, nel caso della guerra libica, sia povera di immagini. Si vedono solo tornado che decollano, recinzioni di basi militari. I giornalisti restano all’esterno anche in Occidente. “È il tipo di situazione militare che è diversa. Nel caso libico, non si tratta di una vera e propria guerra. Questo è un appoggio militare a una risoluzione dell’Onu. La comunità internazionale non ha dichiarato guerra alla Libia, sta invece cercando di tradurre in fatti ciò che si è deciso a Palazzo di Vetro. È chiaro che in questa fase prevalgono i commenti, i dibattiti televisivi piuttosto che le immagini. Qui negli Stati Uniti, le tv mostrano i sondaggi, intervistano la gente comune, danno priorità a ciò che dice e vuole l’opinione pubblica”.

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