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venerdì 18 marzo 2011
Dall’esplosione delle violenze in Libia si è subito parlato di “soldati mercenari africani” al soldo del dittatore libico responsabili di stragi e di immani violenze. Ma chi sono veramente questi mercenari tra i quali, secondo un sito web dell’opposizione libica ma non è confermato, ci sarebbero anche elementi italiani?
Ci sembra di poter smentire con quasi certezza che vi siano mercenari italiani mentre si parla con insistenza di mercenari bianchi che, secondo diversi testimoni, parlano francese e afrikaans il che farebbe supporre anche la presenza di mercenari sudafricani. Di sicuro la maggioranza delle truppe mercenarie al soldo del dittatore libico sono nere africane, per lo più provenienti dal Kenya, dal Mali, dal Niger e dal Ciad.
La presenza di mercenari kenioti è una novità. A parlarne per primo è stato l’ex capo del protocollo del col. Gheddafi, Nouri Al Misrahi, in una intervista ad alcuni media arabi. Al Misrahi ha raccontato che negli ultimi giorni sono arrivati dal Kenya migliaia di ex militari rimasti disoccupati in patria e che avrebbero costituito questo esercito al soldo di qualsiasi dittatore li possa pagare. Secondo quanto afferma Nouri Al Misrahi, supportato da altre testimonianze, i mercenari kenioti sarebbero molto ben addestrati e inquadrati in gruppi che fanno capo ad ufficiali altamente professionali. La truppa keniota sarebbe l’ultima linea di difesa del Col. Gheddafi e non sarebbe implicata nelle violenze contro i civili.
Discorso diverso per i mercenari provenienti da Ciad, Niger e Mali. Questi sarebbero disorganizzati, senza una vera e propria linea di comando, una sorta di cani sciolti che commettono ogni tipo di abuso, entrano nelle case e violentano le donne per poi, molto spesso, ucciderle. Sono quelli che sparano in maniera indiscriminata sui civili che vedono radunati o addirittura semplicemente in coppia. In Libia sono stati soprannominati “Dogs of war”.
Alcuni di questi gruppi sono comandati e coordinati da mercenari bianchi che, secondo diversi testimoni, parlerebbero francese o afrikaans i quali le poche volte nelle quali ci sarebbe un coordinamento, individuano gli obbiettivi da colpire lasciando però completa mano libera ai mercenari.
Viene invece smentito che tra i mercenari vi siano anche militari dello Zimbabwe. E’ stato il Ministro della Difesa dello stato africano, Emmerson Mnangagwa, a smentirlo categoricamente parlando di “vile speculazione” ai danni dello Zimbabwe.
In ogni caso tutte le fonti sono concordi con l’affermare che questi gruppi di mercenari sono molto bene armati con fucili di ultima generazione, lanciarazzi, lanciarazzi anticarro, esplosivi di ogni tipo, bombe a mano, mine di ogni tipo e, in alcuni casi, mezzi blindati dotati di armi pesanti e antiaeree. Proprio le armi antiaeree sarebbero nella disponibilità di un gruppo sudafricano che ha la propria base a Tripoli e sarebbe costato al Colonnello Gheddafi diversi milioni di dollari.
Lo stesso gruppo gestirebbe le batterie di armi antinave dispiegate lungo la costa e alcune batterie di missili Scud a media e lunga gittata. La decisione di lasciare ai mercenari la gestione delle armi più potenti sarebbe stata presa dal Colonnello Gheddafi alla vigilia dello scoppio delle rivolte quando era chiaro che non poteva fare affidamento sul proprio esercito. Ne parla sempre Nouri Al Misrahi il quale riferisce di aver visto arrivare i mercenari sudafricani il 14 febbraio.
E chiaro che un quadro come quello appena descritto restituisce una situazione tutt’altro che rosea per gli insorti. Sembra infatti evidente che la maggior parte dell’arsenale militare sia ancora nelle mani del Colonnello Gheddafi soprattutto se si parla di armi pesanti.
Se a questo aggiungiamo il mix formato dalla spietatezza dei mercenari africani e dalla preparazione dei “professionisti della guerra”, si capisce che prima di cadere (se mai dovesse cadere) Gheddafi scatenerà contro gli insorti tutta la sua forza con migliaia e migliaia di perdite in termini di vite umane. Su come evitare tutto questo è aperto un dibattito tra le cancellerie dei maggiori Paesi occidentali. Si pensa anche a un intervento armato “umanitario” del tipo di quello fatto in Jugoslavia, ma Gheddafi potrebbe non aspettare che questa idea si concretizzi. I suoi “Dogs of war” sono già all’opera.
fonte
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Ci sembra di poter smentire con quasi certezza che vi siano mercenari italiani mentre si parla con insistenza di mercenari bianchi che, secondo diversi testimoni, parlano francese e afrikaans il che farebbe supporre anche la presenza di mercenari sudafricani. Di sicuro la maggioranza delle truppe mercenarie al soldo del dittatore libico sono nere africane, per lo più provenienti dal Kenya, dal Mali, dal Niger e dal Ciad.
La presenza di mercenari kenioti è una novità. A parlarne per primo è stato l’ex capo del protocollo del col. Gheddafi, Nouri Al Misrahi, in una intervista ad alcuni media arabi. Al Misrahi ha raccontato che negli ultimi giorni sono arrivati dal Kenya migliaia di ex militari rimasti disoccupati in patria e che avrebbero costituito questo esercito al soldo di qualsiasi dittatore li possa pagare. Secondo quanto afferma Nouri Al Misrahi, supportato da altre testimonianze, i mercenari kenioti sarebbero molto ben addestrati e inquadrati in gruppi che fanno capo ad ufficiali altamente professionali. La truppa keniota sarebbe l’ultima linea di difesa del Col. Gheddafi e non sarebbe implicata nelle violenze contro i civili.
Discorso diverso per i mercenari provenienti da Ciad, Niger e Mali. Questi sarebbero disorganizzati, senza una vera e propria linea di comando, una sorta di cani sciolti che commettono ogni tipo di abuso, entrano nelle case e violentano le donne per poi, molto spesso, ucciderle. Sono quelli che sparano in maniera indiscriminata sui civili che vedono radunati o addirittura semplicemente in coppia. In Libia sono stati soprannominati “Dogs of war”.
Alcuni di questi gruppi sono comandati e coordinati da mercenari bianchi che, secondo diversi testimoni, parlerebbero francese o afrikaans i quali le poche volte nelle quali ci sarebbe un coordinamento, individuano gli obbiettivi da colpire lasciando però completa mano libera ai mercenari.
Viene invece smentito che tra i mercenari vi siano anche militari dello Zimbabwe. E’ stato il Ministro della Difesa dello stato africano, Emmerson Mnangagwa, a smentirlo categoricamente parlando di “vile speculazione” ai danni dello Zimbabwe.
In ogni caso tutte le fonti sono concordi con l’affermare che questi gruppi di mercenari sono molto bene armati con fucili di ultima generazione, lanciarazzi, lanciarazzi anticarro, esplosivi di ogni tipo, bombe a mano, mine di ogni tipo e, in alcuni casi, mezzi blindati dotati di armi pesanti e antiaeree. Proprio le armi antiaeree sarebbero nella disponibilità di un gruppo sudafricano che ha la propria base a Tripoli e sarebbe costato al Colonnello Gheddafi diversi milioni di dollari.
Lo stesso gruppo gestirebbe le batterie di armi antinave dispiegate lungo la costa e alcune batterie di missili Scud a media e lunga gittata. La decisione di lasciare ai mercenari la gestione delle armi più potenti sarebbe stata presa dal Colonnello Gheddafi alla vigilia dello scoppio delle rivolte quando era chiaro che non poteva fare affidamento sul proprio esercito. Ne parla sempre Nouri Al Misrahi il quale riferisce di aver visto arrivare i mercenari sudafricani il 14 febbraio.
E chiaro che un quadro come quello appena descritto restituisce una situazione tutt’altro che rosea per gli insorti. Sembra infatti evidente che la maggior parte dell’arsenale militare sia ancora nelle mani del Colonnello Gheddafi soprattutto se si parla di armi pesanti.
Se a questo aggiungiamo il mix formato dalla spietatezza dei mercenari africani e dalla preparazione dei “professionisti della guerra”, si capisce che prima di cadere (se mai dovesse cadere) Gheddafi scatenerà contro gli insorti tutta la sua forza con migliaia e migliaia di perdite in termini di vite umane. Su come evitare tutto questo è aperto un dibattito tra le cancellerie dei maggiori Paesi occidentali. Si pensa anche a un intervento armato “umanitario” del tipo di quello fatto in Jugoslavia, ma Gheddafi potrebbe non aspettare che questa idea si concretizzi. I suoi “Dogs of war” sono già all’opera.
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