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giovedì 3 marzo 2011
Ad Herat la prima mostra videofotografica di un gruppo di donne afgane che sono divenute videoreporter grazie ad un progetto realizzato dall’Università di Herat e dall’Università Cattolica di Milano in collaborazione con il contingente italiano di stanza in Afghanistan

Herat è oggi un posto tranquillo. Tranquillo quanto può esserlo una città afgana. Nel senso, cioè, che la guerra è altrove, nei villaggi e fra le montagne ai confini del Paese: luoghi come il territorio a nord di Shindand dove l’ultimo giorno di febbraio è caduto in attentato l’alpino Massimo Ranzani.

Certo, anche a Herat in ogni momento può esserci una bomba che esplode al passaggio di una colonna di mezzi militari, o un kamikaze che si fa saltare fra la folla di un mercato. Ma per il milione e mezzo di abitanti della città e della provincia, la vita scorre nell’ordinaria precarietà e povertà, intellettuale oltre che materiale, di un Paese in guerra da dieci anni.

È per quegli uomini e per quelle donne che le truppe italiane sono lì, in “missione di pace”. Ed è la loro vita che Asma e Vidia, Massima, Mahnaz e tante altre giovani donne afgane stanno imparando a raccontare per immagini e video grazie al primo corso per foto e videoreporter donne tenuto all’Università di Herat dall’Università Cattolica di Milano in collaborazione con il contingente italiano di stanza in Afghanistan e con la Fondazione Fondiaria Sai.

Asma e le altre escono ogni giorno sul campo a riprendere ciò che sfugge o non interessa ai fotoreporter di guerra: la giornata tipo di una donna anziana: pulire, cucinare, fare la spesa e badare alla nipotina (la madre è morta durante la guerra) mentre gli uomini della famiglia sono fuori a sbarcare il lunario. O il lavoro, tutto femminile, della coltivazione, raccolta ed essiccazione dello zafferano. O, ancora, la realizzazione del sogno possibile di Nahid, 23 anni, insegnante di karate e allenatrice di una squadra femminile.

Parte del lavoro delle giovani aspiranti fotoreporter è stato presentato il 25 febbraio in una grande mostra a Herat: foto e testi dove non si parla di bombe, ma di lavoro e mercato, tossici e famiglia. In una parola, della vita difficile di un popolo che cerca d’inventarsi una parvenza di normalità. Alcune delle immagini sono anche sul sito womentobe.org, rivista online dove vengono pubblicati i lavori delle fotoreporter.

“Finora, l’informazione dall’Afghanistan è stata monopolio della stampa internazionale, che ovviamente privilegia la copertura della guerra. L’obiettivo che ci siamo posti è invece quello di far raccontare l’Afghanistan dagli afgani” spiega Marco Lombardi, coordinatore del corso. “Con il valore aggiunto della formazione specifica di giornaliste donne: sono loro, infatti, che con sensibilità, curiosità e coraggio possono raccontare un Paese in lenta ma ineluttabile trasformazione”.

Per le migliori è previsto uno stage in alcuni media italiani. “Le ragazze sono molto motivate e determinate” racconta Lombardi, che alla Cattolica insegna Sociologia e Gestione della crisi e comunicazione del rischio. “Fin dal primo momento non hanno esitato a buttarsi sul territorio per raccogliere storie e personaggi, senza l’elmetto o il giubbotto antiproiettile di rigore per tutti i giornalisti e gli operatori stranieri, me compreso”.

Il corso per fotoreporter non è l’unica autentica espressione del concetto “missione di pace” in Afghanistan. Da quando, due anni fa, il dirigente del ministero della Cultura Attaullah Wahidyar venne in Italia, a Milano, chiedendo alle università locali idee e disponibilità per corsi da tenere a Herat che aiutassero le nuove generazioni a costruire un nuovo Paese, sono partiti diversi progetti con una base comune: l’università Cattolica e alcuni sponsor forniscono il software, i militari italiani l’hardware, cioè gli edifici, costruiti o ricostruiti in loco dal nostro contingente.

“Tutti i progetti hanno in comune due linee guida: l’educazione e le donne” spiega Lombardi. Il primo è partito a Kabul: in una scuola a 40 kilometri dalla capitale afgana è stato avviato un sistema di borse di studio per 50 famiglie che mandino a scuola le loro figlie femmine, più un corso di aggiornamento per gli insegnanti. Le borse sono garantite fino al 2014, anno del presunto ritiro dall’Afghanistan.

La Cattolica ha poi avviato, in contemporanea a quello di foto e videoreportage, un corso all’università di Herat donne e famiglia come motori di sviluppo del nuovo Afghanistan. E, sempre la Cattolica, provvede alla formazione di 30 docenti di 15 scuole costruite a Herat e provincia dai militari italiani. “Insegniamo ai maestri, ragazzi che finito il liceo passano dal banco alla cattedra, come si fa ad insegnare” spiega Lombardi. “Cose basilari: come si fa lezione, con quali strumenti, come usarli, come gestire la conflittualità in classe. Conoscenze che a loro volta i maestri trasferiranno ai loro colleghi”.

La vera sfida, però, è il Centro per donne maltrattate che il governo locale ha chiesto organizzare nel Social center costruito, sempre dagli italiani, a Herat e assegnato al Dowa (Departement of women affaires). “Siamo ancora alla fase di valutazione del progetto” dice Lombardi. «Il governo locale deve spiegarci in quale contesto, per chi e per fare che cosa sarà istituito questo Centro”. Che cosa significa, in Afghanistan, violenza alle donne? Probabilmente non quello che s’intende in Occidente. Più facilmente qualcosa che ha a che vedere con il ruolo stesso della donna nella società afgana: una persona priva di diritti, spesso percossa, abusata, ripudiata dal marito e dunque messa sulla strada. Se non bruciata viva dal marito. O suicida, sempre dandosi fuoco, per sottrarsi a un matrimonio imposto o alla violenza di un marito padrone.

“All’ospedale di Herat esiste un Burn Center dove viene data assistenza medica alle donne scampate alle fiamme. Noi vogliamo essere sicuri di poter offrire qualcosa di più: non solo assistenza psicologica ma anche una nuova prospettiva di vita” dice Lombardi. “È molto importante che le istituzioni locali abbiano individuato questa necessità, ma prima di partire con il progetto dobbiamo essere sicuri che il governo sarà in grado, dopo il nostro intervento, di dare a queste donne case protette e lavoro. Altrimenti il nostro aiuto sarebbe vano e tanto varrebbe offrire loro la stricnina invece dell’alcool e del cerino”.

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