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giovedì 24 febbraio 2011
Nei cablogrammi della diplomazia americana emerge un ritratto impietoso dei figli del Rais. Ostentazione della ricchezza, lotte intestine e sgambetti reciproci, un mix che condanna il regime alla sconfitta ben prima dell'inizio della rivolta “Una soap opera libica”. Non usa mezzi termini Wikileaks per descrivere i retroscena della famiglia Gheddafi che negli ultimi anni, secondo il sito di Assange, è stata più impegnata a coprire gli scandali e a combattere una sorta di guerra fratricida che a governare il Paese.

Nei cable c’è veramente di tutto. Dai malcelati tentativi per coprire l’ostentata ricchezza del clan del colonnello, alle lotte intestine fra i vari rampolli, fino al reale patrimonio detenuto dal rais che ammonterebbe a 32 miliardi di dollari.

Un’opulenza che unita alla sensazione di totale impunità davanti all’opinione pubblica libica può dare alla testa. Gli esempi non mancano. Da ferventi antiamericani, i figli di Gheddafi ad esempio hanno pagato un milione di dollari la cantante americana Mariah Carey per interpretare quattro canzoni durante la festa di Capodanno del 2009 sull’isola caraibica di St. Bart. Ai tempi la notizia viene riportata da alcuni giornali occidentali ma viene subito smentita dai figli di Gheddafi. Il secondogenito Seif al Islam nega in maniera sdegnata l’indiscrezione sostenendo che in famiglia quello che spende somme da capogiro è il fratello Muatassim, consigliere per la sicurezza nazionale. Dal canto suo il fratello risponde “all’affronto” organizzando un altro party ai Caraibi ingaggiando le star Beyonce e Usher.

La diplomazia americana riporta chiaramente come l’eccessiva stravaganza dei fratelli Gheddafi stia irritando molti cittadini libici che non sono più disposti a tollerare queste azioni “immorali e imbarazzanti per il paese”. Ed effettivamente il ritratto dei figli del dittatore che emerge dai cablogrammi a stelle e strisce è impietoso. “E’ come se trattassero la Libia come un loro feudo personale, con lotte intestine per conquistarsi un posto al fianco dell’anziano padre”.

Ed è proprio nella loro faziosità che gli Stati Uniti intravedono, per la prima volta, le crepe nella monolitica dittatura nordafricana. “L’acuta rivalità tra i figli del rais potrebbe giocare un ruolo importante, se non cruciale, sulla capacità della famiglia di mantenere il potere una volta che il Colonnello sia uscito si scena”, dice una fonte americana in un dispaccio riservato al dipartimento di Stato.

Secondo gli osservatori, uno dei motivi principali di tensione è il ruolo di delfino assunto da Saif al Islam e la conseguente gelosia dei fratelli. In particolare di Muatassim che vede in malo modo le aspirazioni liberali del fratello. “L’arresto e l’intimidazione di un certo numero di alleati di Saif, da un lato, e le mosse tese a circoscrivere il ruolo di Muatassim dell’approvvigionamento di armamenti, dall’altro, mostra come il livello di discordia tra i fratelli sia alto”, nota un diplomatico Usa.

I figli del Colonnello arrivano anche ai ferri corti. Nel 2008, Muatassim chiede al presidente della società petrolifera statale 1,2 miliardi di dollari per costituire un corpo di milizie personali. Il tutto solo per sostenere la sua sfida personale col fratello Khamis, comandante delle forze speciali libiche, la guardia presidenziale di Gheddafi.

Ai figli del rais i denari d’altra parte non mancano, visto che ognuno di loro può contare su stabili “flussi di denaro provenienti dalle società petrolifere statali”. Ma è anche il controllo dell’immenso patrimonio del padre a costituire nuove cause di tensione fra i vari fratelli.

D’altro canto, il colonnello e la sua famiglia controllano una parte considerevole dell’economia nazionale e posseggono importanti partecipazioni nei settori del petrolio e del gas, nelle telecomunicazioni, nelle infrastrutture, negli alberghi, nei media e nella grande distribuzione. In un dispaccio del 2006, i diplomatici americani in Libia spiegano che i figli di Gheddafi ricevono regolarmente redditi dalla società petrolifera nazionale, le cui esportazioni annuali ammontano a decine di miliardi di dollari.

E gli affari per loro non mancano: Saif ha accesso ai proventi del petrolio attraverso la società per l’energia del suo gruppo “One-Nine”. La sorella Aisha ha interessi nei settori dell’energia e delle costruzioni e in una clinica privata a Tripoli, la St James. Mohammad, il figlio maggiore, controlla la Commissione generale per le Poste e Telecomunicazioni. Il terzo figlio Saadi (già calciatore del Perugia) progetta una nuova città nell’ovest del Paese come meta turistica. I dispacci descrivono poi una battaglia a tre fra Mohammed, Mutassim e Saadi per il controllo della produzione locale della Coca Cola, una vicenda oscura e complicatissima che neppure diplomatici e uomini d’affari locali riescono a comprendere bene.

Tutte tensioni che non solo hanno fornito “agli osservatori locali materia sufficiente per un feuilleton melodrammatico libico”, ma che condannano il regime alla caduta ben prima dell’inizio della rivoluzione.

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