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venerdì 25 febbraio 2011
Ascoltare dalla sgradevole voce di Vittorio Sgarbi la parola libertà, ripetuta come in un loop grottesco e irritante, mi procura un tale disagio che, solo una lunga serie di calci bene assestati al centro del suo culo, potrebbe placare la mia frustrazione.
A questo fenomeno da baraccone, la libertà è stata servita su un piatto d’argento, frutto del sacrificio di tutti quegli italiani che, alla farsa delle parole gridate e alla sceneggiata, hanno anteposto l’azione, la dignità e un decoroso silenzio. Una libertà, oggi, trasfigurata in licenza, diffamazione e improperio, adottata a proprio uso e consumo e assunta a quotidiana pratica relazionale. Questo personaggio inaffidabile, finto, abusivo, invalido e scadente, viene illegittimamente spacciato per un intellettuale, da tutto quel branco di caproni, incapaci e incompetenti che, nel brutalità dei suoi attacchi, intravedono il coronamento virtuale al loro stato di ignavia cronica, e una rivalsa ad una codardia, conclamata e connaturata.
Una astratta cerebralità e l’ostentazione urlata di una superiorità infondata, (non ascrivibile ad alcunché di tangibile e di ufficiale), sono le armi dello Sgarbi, a difesa di una insicurezza psicotica di fondo che, se sollecitata, rischia di degenerare in isteria compulsiva per poi, accanirsi sui nervi scoperti di una precaria autostima.
Un vile che si scaglia, senza un reale motivo e in forma plateale, contro gli inermi per poi, nell’ombra, lontano da sguardi indiscreti, ubbidire supinamente agli ordini impartiti dall’alto di chi lo foraggia, non è un uomo, ma il peggiore dei servi.
Quella che Vittorio Sgarbi vorrebbe fosse letta e accreditata come intelligenza, in verità è un’auto difesa camuffata da feroce indignazione, escogitata allo scopo di intimidire l’avversario, scoraggiandolo da ogni altra rimostranza.
Sgarbi, non è niente, non dice niente, non produce niente e non insegna niente. E’ il verso di se stesso; l’immagine iconografica di una inedita e moderna stupidità che, attraverso il filtro mediatico di un ripetuto repertorio circense da suburra, trasfigura la sua originaria inconsistenza culturale, in un eccentrico esercizio didattico.
Quando prende le difese di Silvio Berlusconi sul caso Ruby, assolvendolo in toto da ogni responsabilità morale, deontologica e politica, affermando di avere avuto, lui medesimo, rapporti sessuali con la marocchina (con l’intento, in questo modo, di sdrammatizzare la questione per sdoganarla come fisiologica e necessaria adducendone una sorta di privilegio ad personam), conferma, in questo modo, la sua natura servile e pusillanime, permeata di ipocrisia, narcisismo paranoide e codardia.
E’ il classico soggetto affetto dalla “sindrome della nonna”, la quale, sostituendosi alla madre naturale, riempie il piccolo Vittorino di morbose attenzioni, perdonandogli qualsiasi cosa e traducendo ogni suo gesto e pensiero, in un surrogato di genialità. Il risultato, poi, è lo Sgarbi che tutti conoscono. Quando, durante un contraddittorio, ha esaurito il vuoto del suo argomentare (precedentemente preparato a tavolino e affilato in modo tale da potere colpire a morte l’ignaro antagonista), si inceppa come un disco rotto, riproducendo, all’infinito e, con carica emotiva sempre maggiore, l’ultimo insulto della sua lunga e fiorita lista di improperi. Non c’è nulla di creativo, originale o di immaginifico nelle sue parole gridate, ma solo arido apprendimento scolastico, combinato ad buona dose di memoria. L’assenza, poi, di introspezione, di una corretta e coerente analisi delle circostanze e, un’incapacità di base ad addivenire a conclusioni oggettive, equidistanti da ogni interesse, privilegio e appartenenza, collocano lo Sgarbi, fuori da ogni dimensione che si possa definire o ritenere di natura intellettuale.
“E’ del poeta il fin la meraviglia, parlo dell’eccellente e non del goffo..” scriveva il grande Gianbattista Marino.
Il fine ultimo dello Sgarbismo è la meraviglia – lo stupore del telespettatore sovrastato dall’iperbole e quasi perso nel ginepraio letterario in cui la rappresentazione delle azioni più banali, viene amplificata con concetti di tronfia verbosità, che si sovrappongono senza sintesi. Più che a trasmettere nozioni e contenuti, Vittorio Sgarbi, mira ad esprimere sensazionalismi, effetti illusionistici, per stordire ed ammaliare chi ascolta. Ma Sgarbi non è Marino e, la sua, una platea di allocchi
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A questo fenomeno da baraccone, la libertà è stata servita su un piatto d’argento, frutto del sacrificio di tutti quegli italiani che, alla farsa delle parole gridate e alla sceneggiata, hanno anteposto l’azione, la dignità e un decoroso silenzio. Una libertà, oggi, trasfigurata in licenza, diffamazione e improperio, adottata a proprio uso e consumo e assunta a quotidiana pratica relazionale. Questo personaggio inaffidabile, finto, abusivo, invalido e scadente, viene illegittimamente spacciato per un intellettuale, da tutto quel branco di caproni, incapaci e incompetenti che, nel brutalità dei suoi attacchi, intravedono il coronamento virtuale al loro stato di ignavia cronica, e una rivalsa ad una codardia, conclamata e connaturata.
Una astratta cerebralità e l’ostentazione urlata di una superiorità infondata, (non ascrivibile ad alcunché di tangibile e di ufficiale), sono le armi dello Sgarbi, a difesa di una insicurezza psicotica di fondo che, se sollecitata, rischia di degenerare in isteria compulsiva per poi, accanirsi sui nervi scoperti di una precaria autostima.
Un vile che si scaglia, senza un reale motivo e in forma plateale, contro gli inermi per poi, nell’ombra, lontano da sguardi indiscreti, ubbidire supinamente agli ordini impartiti dall’alto di chi lo foraggia, non è un uomo, ma il peggiore dei servi.
Quella che Vittorio Sgarbi vorrebbe fosse letta e accreditata come intelligenza, in verità è un’auto difesa camuffata da feroce indignazione, escogitata allo scopo di intimidire l’avversario, scoraggiandolo da ogni altra rimostranza.
Sgarbi, non è niente, non dice niente, non produce niente e non insegna niente. E’ il verso di se stesso; l’immagine iconografica di una inedita e moderna stupidità che, attraverso il filtro mediatico di un ripetuto repertorio circense da suburra, trasfigura la sua originaria inconsistenza culturale, in un eccentrico esercizio didattico.
Quando prende le difese di Silvio Berlusconi sul caso Ruby, assolvendolo in toto da ogni responsabilità morale, deontologica e politica, affermando di avere avuto, lui medesimo, rapporti sessuali con la marocchina (con l’intento, in questo modo, di sdrammatizzare la questione per sdoganarla come fisiologica e necessaria adducendone una sorta di privilegio ad personam), conferma, in questo modo, la sua natura servile e pusillanime, permeata di ipocrisia, narcisismo paranoide e codardia.
E’ il classico soggetto affetto dalla “sindrome della nonna”, la quale, sostituendosi alla madre naturale, riempie il piccolo Vittorino di morbose attenzioni, perdonandogli qualsiasi cosa e traducendo ogni suo gesto e pensiero, in un surrogato di genialità. Il risultato, poi, è lo Sgarbi che tutti conoscono. Quando, durante un contraddittorio, ha esaurito il vuoto del suo argomentare (precedentemente preparato a tavolino e affilato in modo tale da potere colpire a morte l’ignaro antagonista), si inceppa come un disco rotto, riproducendo, all’infinito e, con carica emotiva sempre maggiore, l’ultimo insulto della sua lunga e fiorita lista di improperi. Non c’è nulla di creativo, originale o di immaginifico nelle sue parole gridate, ma solo arido apprendimento scolastico, combinato ad buona dose di memoria. L’assenza, poi, di introspezione, di una corretta e coerente analisi delle circostanze e, un’incapacità di base ad addivenire a conclusioni oggettive, equidistanti da ogni interesse, privilegio e appartenenza, collocano lo Sgarbi, fuori da ogni dimensione che si possa definire o ritenere di natura intellettuale.
“E’ del poeta il fin la meraviglia, parlo dell’eccellente e non del goffo..” scriveva il grande Gianbattista Marino.
Il fine ultimo dello Sgarbismo è la meraviglia – lo stupore del telespettatore sovrastato dall’iperbole e quasi perso nel ginepraio letterario in cui la rappresentazione delle azioni più banali, viene amplificata con concetti di tronfia verbosità, che si sovrappongono senza sintesi. Più che a trasmettere nozioni e contenuti, Vittorio Sgarbi, mira ad esprimere sensazionalismi, effetti illusionistici, per stordire ed ammaliare chi ascolta. Ma Sgarbi non è Marino e, la sua, una platea di allocchi
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3 commenti:
sottoscrivo ogni parola, ottimo articolo!
Vittorio Sgarbi ha la forza della ricerca della verità, della lotta al qualunquismo, ha rappresentato il contro-corrente quando tutti si allinevano nelle file della sinistra per fare carriera, è stato il primo a non sbavare per Di Pietro, per conto mio ci vede abbastanza lungo, poi che spesso sia sgradevole è anche vero.
Sono sostanzialmente d'accordo con cappuccettorosso, Sgarbi rimane dalla stessa parte anche quando è in minoranza, e ha dimostrato diverse di non avere remore ad attaccare anche quelli del suo schieramento politico. E' eccessivo, ma non certo ipocrita.