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giovedì 17 febbraio 2011

La notte "folle" in Questura. Parlano gli agenti: "Dodici chiamate per Ruby". La prima stranezza fu la telefonata di Michelle Conceicao che chiedeva di Karima

“Spero che adesso la gente capisca che può fidarsi della polizia. Abbiamo dimostrato che tanti di noi non si piegano e obbediscono solo alla legge. Sono fiero che i pm abbiano affidato a noi le indagini come segno di fiducia. Noi li abbiamo ripagati e le prove che abbiamo raccolto sono state definite evidenti. Oggi sono di nuovo fiero della mia divisa”.

Parlare con gli agenti che erano in Questura l’ormai famosa notte tra il 27 e il 28 maggio 2010 è un’impresa: “Niente telefono, perché abbiamo tutti un abbonamento stipulato dalla polizia e, chissà, potrebbero controllare i tabulati”. Allora ci si può vedere di persona, ma dove? “Lontano dalla Questura… anzi, da qualsiasi commissariato”.

Uno slalom, però vedi che vogliono raccontare, un po’ per se stessi, molto per la polizia. Certo, sono stati mesi duri: “Non sapete quante volte ho maledetto il giorno che mi sono segnato di turno quella notte. Voi non avete idea di quante rogne abbiamo avuto: le indagini, i giornalisti, i superiori che non vogliono che parliamo con nessuno. Ma lo sa che ci sono colleghi così spaventati che non riesci nemmeno più a chiedergli come stanno”.
Sembra di essere piombati in mezzo a una storia di spionaggio, alla fine ci si ritrova nella saletta interna di un bar fuori mano: “È comprensibile, qui c’è di mezzo il premier e un’inchiesta della Procura”. Non solo: “Bè… può immaginare, ci sono anche dei nostri pezzi grossi che compaiono negli atti, certo non sono indagati, ma la faccenda è complicata”.

Nessun nome, nessun riferimento, d’accordo, allora Giorgio (lo chiameremo così) comincia a parlare. E non si ferma più, come se da mesi aspettasse di sfogarsi: “Bè… all’inizio ‘sta storia di Ruby era come tante altre. A parte che lei era carina… insomma, una ragazza alta un metro e ottanta, vestita come se andasse al mare che ti piomba in Questura mentre stai facendo il turno di notte… bé, non te la dimentichi”, sorride Giorgio. Poi si passa la mano sul viso, come per cancellare quell’espressione e non dare l’idea di prendere poco sul serio questa vicenda.

“Guardi, era tutto filato liscio per qualche ora. Alle 18,15 gli uomini della volante Monforte Bis avevano fermato Ruby, poi l’avevamo accompagnata in Questura e alle 19,13 la prima telefonata al pm del Tribunale dei minori Annamaria Fiorillo. Tutto ok, ma alle 21,38 è arrivata quella prima strana chiamata. Sul momento non ci avevamo fatto caso. Era Michelle Conceicao Dos Santos Oliveira che ha chiamato il 113 e ha chiesto notizie di Ruby… ma sa, di gente così ne gira parecchia. I guai, quelli veri sono venuti più tardi… verso mezzanotte è arrivata quella telefonata. Abbiamo visto la dottoressa Giorgia Iafrate sbiancare in volto. Era il capo di Gabinetto della Questura, Pietro Ostuni che le riferiva della telefonata di Berlusconi. A quel punto è successo il finimondo… Lo so, io difendo la polizia, ma mi rendo conto che ci sono tanti punti oscuri, mi fa male vedere la paura che tutti noi abbiamo a parlare di questa storia… ma provate a mettervi nei nostri panni: un funzionario di polizia come la dottoressa Iafrate riceve dodici, dico dodici!, telefonate dal Capo di Gabinetto della Questura Pietro Ostuni che a sua volta era stato chiamato da Berlusconi. Non è facile resistere, anche se in qualche modo Iafrate ci ha provato… È stata una notte folle… davanti a noi avevamo quella ragazza, con quello sguardo insieme da donna consumata e da bambina, poi la sua amica brasiliana dal mestiere incerto che ci telefona.

Quindi le chiamate del premier che tira fuori Mubarak… e alla fine ci mancava solo quella consigliera regionale vestita da pin up. Ecco, glielo devo dire, sono anni, tanti anni che lavoro in polizia. Lasciamo perdere i reati di Berlusconi, a quelli ci penserà eventualmente il giudice… e io non sono né di destra, né di sinistra… ma l’impressione è stata che ci abbiano trattati senza alcun riguardo. Ma che cazzo credono che siamo, un circo Barnum, un teatrino di avanspettacolo…? Vede, noi a fine mese ci portiamo a casa millecinquecento euro. E quando usciamo con le volanti non sappiamo mai a che cosa andiamo incontro… provate a immaginare la radio di servizio che vi chiama e vi ordina di andare dove c’è una rapina e stanno sparando. Noi non possiamo tirarci indietro. Questo è il nostro lavoro e poi ci tocca rischiare la carriera per la nipote di Mubarak. Ma scherziamo? Ecco, dopo aver visto certe cose ho pensato di mollare tutto. Ma poi è arrivata la decisione del gip, il processo immediato, e ho ritrovato fiducia: le indagini che abbiamo fatto noi poliziotti hanno retto all’esame del giudice. Io non spero che Berlusconi sia condannato, mi basta vedere che la legge è uguale per tutti. Anche grazie al nostro lavoro”.

da Il Fatto quotidiano del 17 febbraio 2011

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