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lunedì 21 febbraio 2011
Riceviamo da Marcello Meraviglia e pubblichiamo:

La Legge Basaglia ha sancito, oltre il superamento degli ospedali psichiatrici, anche un cambiamento culturale nel senso di un riconoscimento dei diritti del paziente a partire della qualità della vita. Il fronte del dibattito attuale, che si sta svolgendo all’interno della Commissione Affari Sociali, dove proprio in questi giorni si susseguono le audizioni delle principali associazioni, è rappresentato dalla convinzione che a 20 anni dalla sua emanazione, la legge 180 non sia riuscita nel proprio intento, lasciando il carico maggiore di peso e responsabilità sulle famiglie.


Le famiglie denunciano a gran voce la loro incapacità di aiutare i familiari e chiedono una revisione della normativa vigente soprattutto in materia di Trattamento sanitario obbligatorio;quattro associazioni rappresentano due schieramenti ideologici,Arap e Diapsi da un lato più propensi all’obbligo della cura e Unasam e Diapsigra, dall’altro, che non ritengono necessaria la revisione della legge, ma chiedono regolamenti che sanino subito i vuoti attuali.



Uno dei nodi cruciali della discussione, oggi, è la condizione di quei malati cosiddetti non collaborativi che, non riconoscendo la loro malattia, sono recalcitranti alla cura e quindi secondo la legge attuale non possono essere avviati al trattamento di cui avrebbero bisogno. Situazione questa che spinge a più di 20 anni dall’entrata in vigore della 180 alcune associazioni ma anche alcuni parlamentari, come ad esempio la deputata del pdl Maria Burani Procaccini, a chiedere una ridefinizione della normativa vigente e in particolare di tutta l’area del Trattamento sanitario obbligatorio verso forme di cura obbligatorie, non nella veste manicomiale tradizionale, ma attraverso un modello che può finire per somigliargli molto.


Di fatto una delle critiche più forti che ha raccolto negli anni la 180 è proprio quella di non aver predisposto adeguatamente il “dopo chiusura”. Trasferendo le competenze della cura nella cosiddetta “psichiatria territoriale”, senza che però le regioni fossero pronte, il problema dell’assistenza socio-sanitaria è passata di fatto dallo Stato direttamente ai familiari. 

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