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giovedì 17 febbraio 2011
La settimana scorsa l'amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne, ha ribadito l'intenzione della società di realizzare il progetto Fabbrica Italia, con l'investimento di circa 20 miliardi di euro e il mantenimento della «testa» in Italia, sempre che sia garantita la governabilità delle fabbriche.

Proposito lodevole, affermato nell'assordante silenzio del governo e del suo degno rappresentante, l'ex-craxiano ministro Sacconi; e tuttavia proposito tutto da verificare, proprio come dev'essere verificata la «governabilità» richiesta da Marchionne. Chi giudicherà, se non la stessa Fiat, del conseguimento della governabilità? Dunque gli investimenti si faranno solo se la Fiat riterrà conveniente farli: e in questo, e solo in questo, consiste il suo impegno. In altre parole, bisogna fidarsi della Fiat. Tuttavia la storia degli ultimi cinquant'anni è anche la storia degli errori e delle bugie della Fiat. Alla fine degli anni '50 la Pirelli, l'Italcementi e la stessa Fiat predisposero un progetto di massima per un'autostrada che unisse Milano a Napoli; tuttavia i dubbi della stessa Fiat sullo sviluppo della motorizzazione in Italia fecero accantonare il progetto. Questo, dietro forti pressioni politiche nazionali e locali, venne ripreso dall'Iri, che realizzò, a costo zero per lo Stato, l'Autostrada del Sole, che si sarebbe rivelata fonte insostituibile di profitti e di liquidità prima per l'Istituto, poi per l'Italstat. Un secondo errore della Fiat fu la cessione della controllata spagnola Seat ai tedeschi, nell'ipotesi - poi smentita dai fatti - di un mancato sviluppo della motorizzazione iberica; sviluppo che invece si verificò con grande dinamismo proprio all'indomani della cessione della Seat.
Con l'avvicinarsi della liquidazione dell'Egam - che operava nei settori minero-metallurgico, meccanotessile e della siderurgia speciale - la Fiat, nella persona dell'ingegnere Ferdinando Palazzo, allora responsabile della Teksid, fece circolare la voce di un proprio interessamento all'acquisizione del settore acciai speciali (Sias) dell'Egam; tuttavia, quando l'Ente fu messo in liquidazione, la Teksid non presentò alcuna offerta (com'era facilmente prevedibile) e la Sias venne assegnata alla Finsider del Gruppo Iri. A questo punto la Fiat si fece avanti per una razionalizzazione congiunta del settore acciai speciali, e l'avvocato Sette, allora presidente dell'Iri, incaricò chi scrive di negoziare con la Teksid non un matrimonio, ma un adeguato periodo preliminare di «ottima convivenza», nel quale ciascuno avrebbe dovuto razionalizzare le proprie attività omogeneizzandole con quelle dell'altro. Quest'ipotesi tuttavia non fu gradita alla Fiat, che voleva in realtà disfarsi del settore. Le trattative furono interrotte, e poco tempo dopo, con l'intermediazione dell'allora Ministro delle Partecipazioni statali, De Michelis, la Finsider dovette acquistare l'intero comparto dalla Fiat. Verificate le carenza e le manchevolezze tecniche dell'intera struttura dei forni elettrici della Teksid, la Finsider li chiuse, sacrificando la cifra non indifferente pagata alla Fiat (400 miliardi di lire dei primi anni '80), lasciando in funzione solo quell'impianto di laminazione che - trasferito alla Terni acciai speciali (Tas) e da questa ceduta alla Thyssen Krupp - avrebbe completato il suo ciclo di vita con la tragedia che tutti ricordiamo. In seguito, con la gestione Prodi, l'Iri avviò trattative con Cesare Romiti - allora amministratore delegato della Fiat - per la cessione dell'Alfa Romeo. Le trattative furono bocciate da Romiti ( «Di boxer - il motore superquadro dell'Alfa - conosco soltanto il cane», affermò). Solo in seguito all'interesse manifestato dalla Ford, la Fiat si vide costretta a tornare sui suoi passi e ad acquistare (a buon mercato) l'Alfa Romeo, che è oggi il marchio di maggior successo della casa torinese. Ancora più recente è l'episodio della General Motors, con la quale Fiat aveva siglato un accordo che avrebbe dato alla Gm una consistente partecipazione azionaria nella casa italiana. Quando Generale Motors - dopo un'accurata analisi - decise di non proseguire nel progetto, la Fiat ottenne come penale il pagamento di 1 miliardo di dollari, ma non per questo abbandonò definitivamente il progetto di un trasferimento oltreoceano. Se e quando si verificherà l'acquisizione di Chrysler, la Fiat potrà infatti avviare la fusione tra le attività automobilistiche italiane (oltre che polacche, brasiliane, ecc.) e quelle americane. Ora, è evidente che in un patè di allodola e cavallo, fatto con un'allodola e un cavallo, il gusto dominante sarà quello del cavallo. La società nata dalla fusione sarà certamente quotata a Wall Street, e la quota di minoranza di proprietà Fiat potrà essere venduta senza grandi problemi. Si vuole dire con questo che la Fiat non può sbagliare? Solo il Papa è infallibile, e anche lui solo in determinate circostanze. La Fiat è gestita da esseri umani, soggetti, come abbiamo visto, a ingannarsi, a ingannare e ad essere ingannati. Nessuno possiede tutta la verità: né la Fiat, né i sindacati, né tanto meno il governo. Le scelte migliori possono provenire solo dal negoziato e dal confronto: non dal diktat e della prevaricazione di una parte sull'altra o - come nel caso del governo - dall'appiattimento sulle posizioni di una delle parti in causa. Appare oggettivamente difficile che la Fiat abbandoni spontaneamente la propria posizione di forza e che anteponga gli interessi generali a quelli, molto particolari, dei suoi azionisti. Tuttavia la tutela dell'interesse generale, sia in termini di ricerca e sviluppo che di salvaguardia dell'ambiente e dell'occupazione, spetta non al mercato, con tutti i suoi squilibri, le sue storture e le sue forzature, ma a chi, come il governo, si trova istituzionalmente al di sopra delle parti e dei loro interessi. L'intenzione di realizzare i 20 miliardi di investimenti promessi e di non abbandonare l'Italia non deve quindi restare un buon proposito della Fiat, soggetto solo alla sua benevola discrezione, ma deve trovare vincoli espliciti e precisi nella volontà pubblica, e trasformarsi in un impegno vero e proprio, garantito da adeguate sanzioni nel caso, tutt'altro che improbabile, di inadempienza.

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2 commenti:

Gian luigi ha detto...

Più che la testa sembra che faccia comodo averci il portafoglio in Italia visti tutti gli incentivi e finanziamenti di cui ha sempre goduto la Fiat da parte dello stato e quindi da noi tutti........che poi sono stati spartiti con gli azionisti!!!!

Gian luigi ha detto...

Occorre analizzare anche tutto ciò che ha gravitato intorno alla Fiat e non solo per l'automobile.
1)Nei primi del '900 a Torino vi erano molte fabbriche artigianali di auto, poi sono sparite tutte inghiottite dalla Fiat che di fatto ha monopolizzato il settore.
3)Se la Fiat lascia Torino questa muore in quanto di fatto tutto ruota intorno ad essa, è ben poca cosa quello che rimane ed è stato tutto offuscato quello che non fosse in luce Fiat.
3)Tutto quello che riguarda il turismo in Val chisone ed in Val Susa è stato indirizzato verso il Sestriere e località collegate lasciando agonizzare il resto delle vallate. (olimpiadi docet)....Lascio a voi la ricerca obiettiva dei fatti e l'analisi finale....
Ma l'elenco potrebbe continuare ancora: cassaintegrati ceduti alla ferrovia nel periodo degli anni '8o (dopo si è scoperto che i ferrovieri erano troppi), Fiat Ferroviaria, Seat (come accennato nell'articolo) ecc. ecc., ma sarebbe troppo lungo.
Vedete un pò voi se la Fiat è da considerare una benefattrice per l'Italia oppure......

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