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venerdì 25 febbraio 2011
Il 5 Ottobre del 1980 Nanni De Angelis si "suicida" in carcere, dopo che degli agenti lo colpiscono alla testa con le pistole ed in seguito lo ammanettano ad un lampione e continuano a picchiarlo con ferocia dandogli dei calci. Ma questo non bastava, in seguito all'arrivo in Questura lo ammanettano a una sedia e continuano a sbattergli la testa al muro, solo successivamente lo portano in ospedale, ma nonostante il referto medico indichi come sia necessario un suo ricovero, un magistrato lo fa riportare in cella, dove in isolamento secondo le fonti ufficiali viene trovato impiccato. Sono passati ventisette anni dalla morte di Nanni De Angelis. Anni in cui molte cose sono cambiate, in cui molte storie sono state scritte e molte strade sono state percorse. La storia di Nanni è fatta di scelte difficili, compiute in un periodo in cui decidere di fare politica significava mettere in gioco tutto, essere pronti a qualunque sacrificio. Insieme ad altri camerati aveva dato vita, alla fine degli anni ’70, a Terza Posizione, un’organizzazione extraparlamentare, una comunità di ragazzi che hanno vissuto, per dirla con le loro parole, “un periodo di militanza pura dettata dal sentimento più autentico e forgiata nella dignità”. Una storia fatta di gruppi di studio tenuti in umide cantine a lume di candela, di volantini, di giornali scritti e diffusi con impegno, di manifestazioni per il diritto alla casa, di lotte studentesche.
Una storia di ragazzi che hanno voluto farsi a loro modo esempio, parlando di rivoluzione come costruzione di “uomini che hanno in sé il centro dell’attività e riescono ad esprimere, direttamente e continuamente nella realtà, quelle idee viventi e vivificanti che li contraddistinguono (…) ”. La storia di questi ragazzi, tra cui Nanni, finisce nel 1980, dopo la strage alla stazione di Bologna del 2 agosto, che tutti si affrettarono a definire senza ombra di dubbio “fascista”. Per dar immediatamente corpo e consistenza alla “pista nera”, si procedette ad una serie indiscriminata di arresti nell’ambiente dell’estrema destra, ed in particolare appunto tra i ragazzi di TP, usati come capri espiatori dalla magistratura e dal sistema politico di allora (note le pesanti affermazioni dell’allora ministro dell’interno Cossiga). Il 23 settembre 1980, con un notevolissimo dispiegamento di uomini e di mezzi, si procedette ad un blitz contro i ragazzi di Terza Posizione. Tra loro, quasi tutti giovanissimi, una ragazza al quarto mese di gravidanza, che partorirà in carcere. Alla retata riescono a sfuggire Nanni e un suo camerata che però, colpiti comunque da mandato di cattura, vengono arrestati il 4 ottobre da agenti della DIGOS in via Sistina. Un testimone ha in seguito scritto una tremenda lettera alla madre di Nanni, in cui descrive i particolari dell’arresto: con assurda ferocia i poliziotti hanno picchiato i due ragazzi e li hanno gettati a terra colpendoli in testa con i tacchi delle scarpe e i calci delle pistole. Nella lettera si dice addirittura che quello che è successo a Nanni è il minimo che potesse accadergli dopo un simile trattamento. Terribile è anche quanto si legge nel verbale dell’interrogatorio di Luigi, il ragazzo arrestato con Nanni: “Nanni De Angelis. Di costui mi rimarrà sempre impresso il modo in cui venne trattato in Questura ed ancora vedo lo squarcio che aveva in testa. Ho ancora il ricordo degli agenti che lo malmenavano mentre era in tali condizioni e sento le sue testate contro la parete della stanza della DIGOS contigua rispetto a quella ove mi trovavo io”. Nonostante le sue gravi condizioni Nanni, invece di essere immediatamente ricoverato nel reparto medico del carcere di Rebibbia, venne tradotto nella cella n.23 del reparto isolamento, in cui sarà dopo poche ore rinvenuto morto, impiccato ad una sbarra della finestra. Non è mai stato chiarito se Nanni si sia suicidato o se si sia trattato di un tentativo di far passare per suicidio una morte avvenuta per altre ragioni. Ma come è scritto in una canzone dedicata a Nanni da Massimo Morsello, “(…) cosa importa se la morte te l’ha data un’altra mano o te la sei data tu (…) ”. Questo per dire che la morte di Nanni, che allora aveva 19 anni, è stata in ogni caso l’espressione di un’ansia di libertà, di una volontà di vivere per sempre oltre le sbarre, sia quelle materiali della cella in cui era rinchiuso, sia quelle ideali di un sistema che voleva far tacere con la violenza coloro che si ribellavano ad esso. Per usare ancora una volta le parole di Massimino, “ (…) cosa importa se non dormi, se non mangi e non respiri, per me vivo resterai”. La storia di Nanni, come quella degli altri ragazzi che, come lui, hanno dato la vita, è scritta sui muri della nostra città, nelle nostre canzoni, e soprattutto deve essere scritta nella nostra militanza quotidiana. Spetta a noi oggi, nel nostro tempo, con i nostri piccoli sacrifici, far vivere quella volontà di libertà che animava Nanni e coloro che hanno dato la vita come lui.
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Una storia di ragazzi che hanno voluto farsi a loro modo esempio, parlando di rivoluzione come costruzione di “uomini che hanno in sé il centro dell’attività e riescono ad esprimere, direttamente e continuamente nella realtà, quelle idee viventi e vivificanti che li contraddistinguono (…) ”. La storia di questi ragazzi, tra cui Nanni, finisce nel 1980, dopo la strage alla stazione di Bologna del 2 agosto, che tutti si affrettarono a definire senza ombra di dubbio “fascista”. Per dar immediatamente corpo e consistenza alla “pista nera”, si procedette ad una serie indiscriminata di arresti nell’ambiente dell’estrema destra, ed in particolare appunto tra i ragazzi di TP, usati come capri espiatori dalla magistratura e dal sistema politico di allora (note le pesanti affermazioni dell’allora ministro dell’interno Cossiga). Il 23 settembre 1980, con un notevolissimo dispiegamento di uomini e di mezzi, si procedette ad un blitz contro i ragazzi di Terza Posizione. Tra loro, quasi tutti giovanissimi, una ragazza al quarto mese di gravidanza, che partorirà in carcere. Alla retata riescono a sfuggire Nanni e un suo camerata che però, colpiti comunque da mandato di cattura, vengono arrestati il 4 ottobre da agenti della DIGOS in via Sistina. Un testimone ha in seguito scritto una tremenda lettera alla madre di Nanni, in cui descrive i particolari dell’arresto: con assurda ferocia i poliziotti hanno picchiato i due ragazzi e li hanno gettati a terra colpendoli in testa con i tacchi delle scarpe e i calci delle pistole. Nella lettera si dice addirittura che quello che è successo a Nanni è il minimo che potesse accadergli dopo un simile trattamento. Terribile è anche quanto si legge nel verbale dell’interrogatorio di Luigi, il ragazzo arrestato con Nanni: “Nanni De Angelis. Di costui mi rimarrà sempre impresso il modo in cui venne trattato in Questura ed ancora vedo lo squarcio che aveva in testa. Ho ancora il ricordo degli agenti che lo malmenavano mentre era in tali condizioni e sento le sue testate contro la parete della stanza della DIGOS contigua rispetto a quella ove mi trovavo io”. Nonostante le sue gravi condizioni Nanni, invece di essere immediatamente ricoverato nel reparto medico del carcere di Rebibbia, venne tradotto nella cella n.23 del reparto isolamento, in cui sarà dopo poche ore rinvenuto morto, impiccato ad una sbarra della finestra. Non è mai stato chiarito se Nanni si sia suicidato o se si sia trattato di un tentativo di far passare per suicidio una morte avvenuta per altre ragioni. Ma come è scritto in una canzone dedicata a Nanni da Massimo Morsello, “(…) cosa importa se la morte te l’ha data un’altra mano o te la sei data tu (…) ”. Questo per dire che la morte di Nanni, che allora aveva 19 anni, è stata in ogni caso l’espressione di un’ansia di libertà, di una volontà di vivere per sempre oltre le sbarre, sia quelle materiali della cella in cui era rinchiuso, sia quelle ideali di un sistema che voleva far tacere con la violenza coloro che si ribellavano ad esso. Per usare ancora una volta le parole di Massimino, “ (…) cosa importa se non dormi, se non mangi e non respiri, per me vivo resterai”. La storia di Nanni, come quella degli altri ragazzi che, come lui, hanno dato la vita, è scritta sui muri della nostra città, nelle nostre canzoni, e soprattutto deve essere scritta nella nostra militanza quotidiana. Spetta a noi oggi, nel nostro tempo, con i nostri piccoli sacrifici, far vivere quella volontà di libertà che animava Nanni e coloro che hanno dato la vita come lui.
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