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mercoledì 2 febbraio 2011

Mentre il mondo medita sul destino dell’Egitto nel dopo Mubarak, gli americani invece meditino su quello che segue: è abbastanza probabile che se Mubarak non avesse governato da dittatore negli ultimi 30 anni, il World Trade Center sarebbe ancora in piedi. Una verità che resta tale  benché  il regime di Mubarak non sia venuto meno nell’essere un alleato affidabile degli Stati Uniti, un partner nei nostri sforzi di antiterrorismo e un nemico del radicalismo islamico. E forse, proprio per queste ragioni, tale affermazione resta vera.
In un  libro sulla storia di al Qaida,“The Looming Tower”, Lawrence Wright solleva la possibilità che “ la tragedia statunitense dell’11 Settembre sia nata nelle prigioni d’Egitto.” Con le  “visiting imprisonment” (ovvero le incarcerazioni in Egitto di individui invisi agli Usa), la tortura e l’esilio dei leader egiziani della Fratellanza musulmana, Mubarak ha sicuramente impedito qualunque possibilità di rivoluzione islamica nel suo paese. Al tempo stesso però, Mubarak ha permesso la radicalizzazione e l’internazionalizzazione degli islamisti egiziani, sino a spingere uomini come Ayman al-Zawahiri ( il luogotenente di Osama bin Laden e forse l’odierno cervello di al-Qaida) fuori dai confini politici egiziani, proiettandolo al jihadismo globale.

A prima vista tutte queste possono sembrare delle buone ragioni per salutare la potenziale destituzione di Mubarak, e con essa la fine di quella ultra decennale relazione tra gli Stati Uniti e il repressivo regime egiziano. Purtroppo però la politica mediorientale non è mai così semplice. Gli Stati Uniti hanno a lungo sostenuto Mubarak per due ragioni apparentemente sconnesse: la paura di un altro Khomeini e la paura di un altro Nasser. Entrambe queste ansie rimangono a oggi legittimamente fondate.
La prima delle due, ovvero la nascita di un nuovo Khomeini, è altamente comprensibile dato che ancora oggi ci confrontiamo con la tirannide religiosa che l’ayatollah Khomeini fondò in Iran nel 1979, alla vigilia di una rivoluzione spontanea non così dissimile da quella che osserviamo attualmente nelle strade del Cairo e Alessandria d’Egitto. La seconda delle due è molto meno risonante, forse perché Gamal Abdel Nasser è da quasi 40 anni nella tomba. Ma val la pena notare che l’ultima volta che una rivoluzione popolare ha destituito un regime corrotto nella terra dei faraoni, ovvero nel 1952, Nasser ne fu il beneficiario e a Washington molti, negli anni, ne maledirono la presa di potere.
Nasser non è stato un islamista: era un socialista, laico e pan-arabista, che negli anni ’50 sembrò per prendere la prima volta il coltello dalla parte del manico. Ma è bene ricordare che sotto la sua influenza, l’Egitto divenne una forza aggressiva e destabilizzatrice per l’intera regione mediorientale. Il suo sogno di un mondo arabo unificato portò a convulsioni e colpi di stato dal Libano sino all’Iraq. Combatté due guerre contro Israele, e intervenne disastrosamente in Yemen. Il suo esercito fu accusato di usare gas letali in quel conflitto, tetra avvisaglia delle terribili tattiche militari di Saddam Hussein. E la sua ricerca tesa all’ottenimento di missili balistici fu una sorta di teatro di posa per il programma nucleare iraniano, con tanto di azioni israeliane per minare i programmi d’armamento.
La memoria di Nasser è un monito sul fatto che, seppur l’Egitto del dopo Mubarak non dovesse trasformarsi in un dittatura religiosa, è possibile che esso si muova su una via ancor più anti-americana. Le conseguenze sul lungo periodo di un Egitto un pò più populista e nazionalista, potrebbe di per sé essere una buona notizia per gli Stati Uniti. Uno scenario migliore rispetto alla stasi asfittica dell’era Mubarak e al terrorismo che il suo regime ha provocato. Ma siccome non c’è mai limite al peggio, non è detto che la china che gli eventi in Egitto potrebbero prendere, non possa essere peggiore. Dietro ogni porta ci possono essere innumerevoli demoni.
Gli americani non amano ammettere una cosa del genere. Noi americani in generale amiamo rifugiarci in sistemi di politica estera. Internazionalismo liberale o realpolitik; neo-conservartorismo o non-interventismo. Abbiamo delle teorie, e ci aspettiamo che i fatti restino entro i confini tracciati da esse. Sostieni la democrazia e la stabilità si prenderà cura del resto. Non immischiarti negli affari degli altri, e nessuno si immischierà negli affari tuoi. Le istituzioni internazionali manterranno la pace. Sbagliato: l’equilibrio di potenza lo farà.
Ma non dimentichiamoci che la Storia può farci fessi tutti. Seminiamo accordi con dittatori e raccogliamo il terrorismo. Promuoviamo la democrazia, e osserviamo gli islamisti prendere il potere dall’Iraq alla Palestina. Ci immergiamo in interventi umanitari, e raccogliamo una carneficina in Somalia. Non ci immischiamo, e ci tocca stare a guardare il genocidio in Rwanda. Interveniamo in Afghanistan per poi ripartire, e i talebani potrebbero prendere il potere di nuovo. Interveniamo in Afghanistan per rimanere, e finiamo intrappolati laggiù, senza una via di uscita che sia una all’orizzonte.
Prima o poi, le teorie falliscono sempre. Il mondo è troppo complicato per loro, troppo tragico. La Storia è beffarda, e nella maggior parte delle crisi, c’è bisogno di commisurare gli imprevisti agli imprevisti, e scegliere tra mali minori.
Il solo sollievo, mentre guardiamo gli egiziani che si battono per il futuro del proprio paese, è che alcune di quelle scelte non dovranno essere assunte dagli Stati Uniti.

(Tratto dal The New York Times)
Traduzione di Edoardo Ferrazzani

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