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domenica 27 febbraio 2011

Da Benedetto XVI nessuna considerazione sulle vicende di B, ma un cardinale confessa: "Silvio Berlusconi ci mette in imbarazzo". Bocche cucite anche sulla situazione in Libia 

Il silenzio del Papa dinanzi alle rovine d’Italia. È una cosa che fa impressione. Perché in Vaticanosanno. Quello che sta avvenendo in Italia con il suo premier non è comparabile a nessun paese dell’Occidente democratico. E in nessuna nazione verrebbe accettato.
Giorni fa ho varcato le mura vaticane e sono stato a trovare un cardinale. Si parlava della prossima beatificazione di Wojtyla e della situazione della Chiesa. Poi, da sé, l’eminenza abborda la situazione italiana. “Con questa storia delle donne – dice – Berlusconi ha superato ogni limite”. Pausa. “E ci mette in imbarazzo, perché non possiamo approvare”. Il cardinale sviluppa il suo pensiero. “Al di là delle cifre vere o presunte delle donazioni date a queste donne, in un momento di crisi come l’attuale ci vorrebbe più sobrietà, più onestà”.

Bene ha fatto il presidente della Cei Angelo Bagnasco, continua il porporato, a esigere più decoro. “Un altro – seguita l’eminenza – lascerebbe il suo posto ad un politico diverso, magari per essere difeso meglio. Lui no”. Un sospiro: “Non c’è alternativa. Tutti i ministri dipendono da lui. Ah la Dc ! Se non andava bene l’uno, c’era sempre un altro pronto… Fanfani, Moro, Rumor, Colombo”. Il cardinale guarda dinanzi a sé e conclude: “La situazione è difficile. Fini è finito. Nel simbolo ha messo il Futuro, ma non ne ha. Chissà se riesce ad affermarsi un Terzo Polo?”.

Non è l’unico. Nel mini-stato del Papa molti comprendono la gravità della crisi italiana, avvitata in un massacro di ogni regola per difendere l’indifendibile.

I cattolici chiedono di intervenire. Ne sono consapevoli anche alla Cei che l’insofferenza di Berlusconi ad ogni norma di equilibrio dei poteri e di controllo della legalità è sistematica e irrefrenabile. Il cardinale Bagnasco si è detto “sgomento” pubblicamente per i “comportamenti contrari al pubblico decoro” cui si sta assistendo.

Poi su questa soglia la Chiesa si blocca. Benedetto XVI interviene sui temi etici generali: l’aborto, le staminali, il fine vita, le coppie di fatto, i finanziamenti alle scuole cattoliche. Ma non affronta il passaggio nodale di questo Paese, nella cui storia la Chiesa come realtà di popolo è profondamente coinvolta. Recentemente il Pontefice è intervenuto per condannare l’aborto terapeutico e ammonire che l’interruzione di gravidanza è una “ferita gravissima” alla coscienza morale. I medici, ha soggiunto, devono difendere la donna dall’“inganno” dell’aborto presentato come soluzione a difficoltà familiari, economiche, di salute.
Ma sulla malattia dell’Italia Benedetto XVI tace. Sostengono i clericali più arrabbiati (prevalentemente laici) che “quelli che protestano contro gli interventi del Papa sui temi etici, adesso chiedono che intervenga contro Berlusconi”. Posizioni del genere affiorano nelle lettera dei lettori di Avvenire. E’ una falsa obiezione. In uno stato democratico (lo ricordò il presidente francese Giscard a Papa Wojtyla) è il Parlamento che legifera. Liberi i deputati cattolici, i mass media cattolici, le associazioni cattoliche di fare le loro battaglie. Non tocca ai vertici ecclesiastici organizzare referendum o muovere parlamentari.

Ma qui non siamo in presenza di una delle tante battaglie politiche. Sui fallimenti di Berlusconi – uno zero nel rilancio dello sviluppo industriale, nella tutela economica delle famiglie, nel contrasto alla disoccupazione e al precariato, nella lotta alla corruzione, in politica estera dove è considerato “comico” – sono le forze politiche e sociali italiane a doversi misurare. Senza aiutini.
Ma una questione più ampia, un nodo cruciale sta dinanzi agli occhi di tutti. Per salvare se stesso Berlusconi è pronto a scardinare il sistema costituzionale, stravolgere i processi, sanzionare l’informazione, attaccare la Consulta, insultare il lavoro del Parlamento. Tutto per affermare brutalmente la sua pretesa di immunità. E di immunità “personale” parla ora Bossi con gli abituali modi spicci.

Wojtyla e l’Unità d’Italia. Questo passaggio storico interpella anche la Chiesa. Venti anni fa, con l’esplodere del secessionismo leghista e i rischi di disgregazione dell’Italia, il Vaticano si trovò dinanzi ad un nodo storico di eguale rilevanza. Papa Wojtyla, sensibile come polacco al ruolo della nazione, intervenne incisivamente. Agì perché il cattolicesimo si schierasse per l’unità del Paese (e ne sono un riflesso le iniziative del cardinale Bagnasco e il preannunciato messaggio di Benedetto XVI per i 150 anni dell’Unità), lanciò la Preghiera per l’Italia, indirizzò l’Osservatore Romano su una linea rigorosa. Il giurista Carlo Cardia ricorda in una recente pubblicazione come nel 1996, in occasione del cosiddetto “Parlamento padano”, l’Osservatore elencasse ad una ad una le mosse disgregatrici leghiste: l’appello alla resistenza fiscale e alla disobbedienza civile, le formazioni paramilitari, la creazione di un “governo” secessionista. Fino alla conclusione del giornale del Papa: “Siamo ben oltre le provocazioni. Non si tratta più di questione settentrionale o meridionale… Qui si esiste ormai una questione Italia”.

È questa consapevolezza che non si riscontra oggi nella politica – in senso alto – del Pontificato ratzingeriano rispetto alla vicenda italiana. Certo se Benedetto XVI guarda soltanto il Tg1, se si affida unicamente alla rassegna stampa della Segreteria di Stato (che nel febbraio del 2010 censurò le polemiche di Feltri contro i presunti mandanti vaticani del falso documento su Boffo), se continua a non ricevere persone di varia estrazione a differenza di Wojtyla, che aveva ospiti a colazione e a pranzo, è difficile che possa avvertire il polso vibrante degli eventi, guardando all’Italia soltanto attraverso la lente dei suoi collaboratori ufficiali e dei rapporti che gli arrivano sul tavolo. Dovrebbe essere la Segreteria di Stato ad assisterlo. Ma da tempo affiora nella strategia politica della Santa Sede una carenza di sistematicità. Specie in campo internazionale.

Interventi puntuali del Papa o documenti importanti come quello del Sinodo sul Medio Oriente si alternano a fasi in cui il Papato appare assente o marginale sulla scena internazionale.
Sta accadendo così anche in queste settimane con le rivolte nel Maghreb e il conflitto sanguinoso in Libia (benché l’Osservatore documenti ampiamente gli eventi). Il Papa, come leader di una delle tre grandi religioni monoteiste, avrebbe molto da dire su una sponda con cui il confronto è ineludibile, mentre gli arabi sono alla ricerca di una nuova statualità. Invece la sua voce non si sente. E se c’è una visione, non viene trasmessa.


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