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mercoledì 23 febbraio 2011
Né l'Italia né gli Usa sono disposti ad intervenire: troppi gli interessi in campo. Ma il petrolio basterà a salvare Gheddafi?Le rivolte nel mondo arabo sono iniziate in paesi che versano in situazioni economiche disperate. Perché ora si stanno estendendo anche a Paesi più ricchi come il Bahrein e la Libia? La ricchezza del Paese di Gheddafi è superiore a quella della Turchia, della Romania o del Brasile. La Libia è due volte più ricca della Tunisia. Come spiegare allora quello che sta accadendo?
Perché un Paese ricco come la Libia? Nell’ex colonia italiana le cause della rivolta vanno cercate nello sfasamento, divenuto insopportabile, tra lo sviluppo economico (che ha condotto alla “modernità”) e il mantenimento di un regime politico ormai vecchio, incredibilmente immobile e plasmato intorno ad un vecchio leader. La Libia è governata da più di quarant’anni dal Colonnello Gheddafi. Diversamente dai suoi due vicini (Egitto e Tunisia), il regime politico libico non ha mai neanche tentato di presentarsi come democratico. Non ci sono elezioni, non ci sono partiti. Non servono. La legge 71 punisce con la pena di morte tutti coloro che si vogliono riunire in associazioni od organizzazioni impedite dalla legge.
Perché il regime ritiene che il petrolio lo proteggerà? Non sono solo la forza e la violenza a guidare la Libia. Soldi, alloggi, accesso ai servizi pubblici. Come in altri stati, il regime si basa su un patto sociale. La popolazione beneficia delle ricchezze provenienti dal petrolio che hanno permesso incontestabili progressi sociali. In cambio il potere rimane nelle mani del Colonnello. Il petrolio ha permesso l’educazione, alloggi e sanità gratuita per tutti. Anche la condizione delle donne è nettamente migliorata, essendo riconosciuti stessi diritti de jure e di fatto. Qui la poligamia è stata vietata. L’accesso ad internet è limitato ma c’è grande apertura al mondo e soprattutto mobilità del lavoro in particolare con i vicini più prossimi. Tuttavia anche qui, la rivoluzione tecnologica, i grandi cambiamenti demografici, l’aumento della disoccupazione, in passato quasi inesistente, sono alla base di una profonda insoddisfazione popolare.
Perché le potenze occidentali non intervengono? C’è una grande differenza tra la Libia e le situazioni che si sono create in Tunisia e in Egitto. In questi ultimi due casi, le pressioni occidentali sono state importanti e dirette. Per le popolazioni in rivolta è stato fondamentale sapere che avevano il sostegno dell’Occidente. Sotto questo punto di vista il caso libico si presenta molto diversamente. I paesi occidentali hanno pochi mezzi per fare pressione sul regime o forse poca voglia di guastare i rapporti con questo Paese. Perché? Prima di tutto la Libia dispone di riserve di idrocarburi per un valore che si aggira intorno ai 30-40 miliardi di barili, 85% dei quali sono venduti in Europa. Il governo libico ha inoltre annunciato di voler investire 30 miliardi di dollari in un progetto di modernizzazione delle proprie infrastrutture. Un mercato molto interessante per gli occidentali che già da anni sono i suoi principali fornitori di armi. Inoltre, dall’11 settembre 2001 l’Occidente collabora strettamente con Gheddafi nella lotta contro il terrorismo, soprattutto sul caso Al-Quaeda nel Maghreb islamico (AQMI), così come in materia di politiche migratorie. In questi ultimi due casi l’Occidente ha bisogno della cooperazione o quanto meno della buona volontà di Tripoli.
Perché gli Stati Uniti non prendono posizione? Gheddafi gode inoltre dei vantaggi derivanti dalla sua politica basata su importanti relazioni amichevoli con numerosi paesi del mondo senza dover dipendere da un’unica potenza, come era il caso dell’Egitto. Con gli Stati Uniti il Colonnello ha concluso un accordo nel 2003, con il quale si è impegnato a lottare contro il terrorismo e a fermare il suo programma per la costruzione d’armi di distruzione di massa. In cambio, gli Stati Uniti non avrebbero richiesto più un cambio di regime. Un accordo allora fondamentale per George Bush e Tony Blair che, intervenuti in Iraq con il pretesto delle armi di distruzione di massa, attraverso Gheddafi potevano dimostrare alla Comunità internazionale che alcuni dittatori effettivamente le possedevano. Oggi gli USA sono ancora vincolati a questo accordo che gli impedisce di prendere posizione come nel caso egiziano.
Perché oggi è diverso? Gheddafi, nei trent’anni passati ha dovuto fronteggiare diversi tentativi di rovesciamento. Diversamente da Ben Ali e da Mubarak, è in qualche modo sempre riuscito a farsi seguire dal popolo guadagnandosi la sua fiducia. Negli anni novanta le rivolte erano molto frequenti nella regione di Bengasi, oggi focolaio della protesta. Gheddafi è riuscito sempre a soffocarle in periodi in cui era politicamente molto più debole e non affermato come lo è oggi. E ha fatto esperienza in materia di repressione.
Perché le divisioni interne sono un’arma a doppio taglio? All’interno dello Stato, Gheddafi si appoggia alternativamente alle varie correnti moderate e radicali, ciascuna guidata da uno dei suoi figli. Da diversi anni gioca sul fatto di metterle una contro l’altra per assicurarsi l’autorità. Una situazione interna molto diversa da quella tunisina ed egiziana che, se gestita bene, potrebbe essere un vantaggio per Gheddafi. In caso contrario potrebbe rivelarsi fatale.
Il futuro della Libia però non dipende tanto dai cittadini e dalle loro aspirazioni, ma dall’esercito. Anche in questo caso le forze armate giocano un ruolo fondamentale determinando la sorte della rivoluzione. Se l’esercito si schiererà integralmente con la popolazione la situazione potrebbe diventare molto critica e la maggiore minaccia per Gheddafi deriverebbe proprio dalle divisioni interne al palazzo del governo. Se l’esercito dovesse rimanere sostanzialmente fedele, le violenze in Libia potrebbero continuare ancora per diverso tempo.
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