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mercoledì 23 febbraio 2011
Il cimitero sull’isola che raccoglie i corpi dei clandestini annegati
Rafik è uno dei duemila tunisini ancora costretti nell’enorme campo profughi che è diventata l’isola di Lampedusa.
Come la maggior parte dei suoi connazionali è giovane e vaga senza sosta da un bar all’altro, dice ciao e sorride a tutti, si ferma davanti alle vetrine di souvenir e a quelle che pretenziosamente si chiamano boutique.
Ormai, come gli altri, le ha viste tutte, una, due, tre volte, e con i pochi dinari portati dal suo paese ha comprato quello che poteva: felpe firmate (rigorosamente made in China) e jeans. È nei pressi dell’aeroporto quando si imbatte nel cronista. Parla un po’ di italiano e timidamente chiede di indicargli la strada per il cimitero. È più su, poco meno di un chilometro, nel punto più alto dell’isola. Di fronte solo il mare. “Voglio vedere la terra dove dormono i miei fratelli”, racconta. Qualcuno gli ha detto dei tanti immigrati morti nel Canale di Sicilia, il grande cimitero d’acqua che divide le sponde della Tunisia e della Libia dalla porta d’Europa. “Mi hanno raccontato che i pescatori spesso trovavano dei corpi impigliati nelle reti, li portavano a terra e gli italiani li seppellivano qui, nel vostro cimitero”.
Rafik è uno dei duemila tunisini ancora costretti nell’enorme campo profughi che è diventata l’isola di Lampedusa.
Come la maggior parte dei suoi connazionali è giovane e vaga senza sosta da un bar all’altro, dice ciao e sorride a tutti, si ferma davanti alle vetrine di souvenir e a quelle che pretenziosamente si chiamano boutique.
Ormai, come gli altri, le ha viste tutte, una, due, tre volte, e con i pochi dinari portati dal suo paese ha comprato quello che poteva: felpe firmate (rigorosamente made in China) e jeans. È nei pressi dell’aeroporto quando si imbatte nel cronista. Parla un po’ di italiano e timidamente chiede di indicargli la strada per il cimitero. È più su, poco meno di un chilometro, nel punto più alto dell’isola. Di fronte solo il mare. “Voglio vedere la terra dove dormono i miei fratelli”, racconta. Qualcuno gli ha detto dei tanti immigrati morti nel Canale di Sicilia, il grande cimitero d’acqua che divide le sponde della Tunisia e della Libia dalla porta d’Europa. “Mi hanno raccontato che i pescatori spesso trovavano dei corpi impigliati nelle reti, li portavano a terra e gli italiani li seppellivano qui, nel vostro cimitero”.
Andiamo, percorriamo pochi metri fra vecchie tombe con le foto ingrigite dei morti e nuove che i defunti li rappresentano in strane gigantografie a colori. Facce sempre sorridenti e sullo sfondo l’azzurro mare che circonda Lampedusa. Un muratore che sta sistemando dei loculi ci capisce al volo. “Le tombe dei clandestini? La sono, in fondo, dove c’è il muro”. Pochi passi e arriviamo di fronte a un fazzoletto di terra coperto da erbacce e immondizia, fiori di plastica anneriti dal tempo, bottigliette piegate dal sole e lattine. L’erba è alta e quasi copre le dodici croci che contiamo. Croci per morti di un’altra religione che impone il rispetto di un altro dio e offre altri simboli per la preghiera e il riposo eterno. Croci di morti restituiti dal mare. Non c’è un nome, non c’è una data. Solo numeri. Cinque, otto, sette… Rafik guarda e ammutolisce, osserva quella desolazione in silenzio. Il rumore dello scalpello del muratore e lo stridio dei gabbiani sono l’unica colonna sonora di questo luogo di tristezza e di abbandono.
Rafik chiude gli occhi, forse si concentra sulle parole di una sua preghiera, pochiminuti, la visita ai suoi fratelli uccisi dall’indifferenza e dal mare è finita. Ci racconta la sua storia. “Loro sono fuggiti per la fame, alla ricerca di un minimo di benessere, l’Europa li ha respinti e hanno trovato la morte. Io sono scappato dalla mia terra perché cerco la libertà”. Ha trent’anni e ci dice di essere laureato in Ingegneria. “In Tunisia c’è il caos, le bande di Ben Alì sono ancora all’opera, sono forti e controllano buona parte del Paese, mentre il nuovo regime non ha il pieno controllo della situazione. Non si può vivere così. Ho scelto di partire perché rivoglio la mia vita. Spero solo di andar via presto da quest’isola”. Poche parole, poi il giovane tunisino riprende il suo cammino, come gli altri fanno da giorni continuerà a girare in circolo sui 20 chilometri quadrati di questo pezzo di roccia in mezzo al Mediterraneo. Il mare dove tanti “fratelli” di Rafik, uomini e donne, vecchi e bambini, hanno trovato la morte. La memoria del cronista va a uno degli episodi più tragici di questa lunga odissea. Marzo 2002, al largo di Lampedusa, a poche miglia dalle acque territoriali tunisine, il peschereccio “Eli-de” della marineria di Mazara del Vallo incrocia un barcone sovraccarico di disperati. Un legno di sette metri sul quale erano stipate almeno settanta persone. Uomini e donne, tanti bambini. Un pescatore coraggioso e generoso, Vito Diodato, comandante del peschereccio, lancia a mare cime, salvagente, finanche cassette di legno per aiutarli. Il mare è mosso, le onde alte spaccano in due il barcone. Si salvarono solo in nove. Gli altri, quelli che la videocamera di un uomo dell’equipaggio aveva filmato mentre salutavano e battevano le mani sicuri di essere finalmente salvi, finirono in mare. Annegati. Anche di gesti così è fatto il dramma di questa immigrazione senza sosta che trova nelle rocce di Lampedusa il primo approdo. Della generosità dei suoi pescatori che da un decennio, ormai, soccorrono barconi di migranti. Sono gesti silenziosi spesso sovrastati dal frastuono delle parole sbagliate della politica, mortificati dall’incuria nella quale sono costretti a vivere i lampedusani, umiliati da quelle dodici croci senza nome che spuntano appena dall’erba alta di un cimitero di fronte al mare.
Da "Il Fatto Quotidiano" del 18 Febbraio 2011
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