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mercoledì 23 febbraio 2011

Ormai nell’ambiente lo sanno tutti, la vera forza di un’organizzazione criminale non si misura a Palermo, a Reggio Calabria, Napoli o Milano, ma dai carichi che si vanno a recuperare e si fanno arrivare a dall’altra parte dell’oceano.

Non è un caso infatti che prima di sequestrare 1.130 chili di cocaina, i carabinieri abbiano registrato una telefonata in lingua spagnola tra colombiani e italiani. La conversazione intercettata avveniva tra i venditori colombiani e la persona che faceva da trait d’union tra Bogotà e Milano. Perchè, l’intercettato Marcello Sgroi sapeva bene che “Milano è in mano ai calabresi”. Non usa troppi giri di parole con i narcotrafficanti colombiani il pregiudicato di 58 anni, che con le sue telefonate ha messo sulla strada giusta il Nucleo investigativo. Insieme a Sgroi, 58 anni ci sono altre 16 persone coinvolte a vario titolo nel traffico internazionale di stupefacenti venuto alla luce con l’operazione denominata “Marcos”.
Oltre ai 16 arresti ci sono state 17 perquisizioni tra Milano, Parma e Reggio Calabria. Oltre a Marcello Sgroi sono arrivate le notifiche delle ordinanze di custodia cautelare in carcere anche per Massimiliano De Curtis, 38, Domenico Vottari, 42 e Moreno Fuscaldo, 33 oltre a zio e nipote della famiglia calabrese dei Paviglianiti e due vecchie conoscenze delle forze dell’ordine: Samantha Lottici, 35 con precedenti per truffa e Francesco Granato 34,, compagno della Lottici.
L’INCHIESTA - Siamo nel 2007 quando in Italia devono arrivare cinque tonnellate di cocaina. Ad organizzare la transazione è Marcello Sgroi, vecchia conoscenza delle carceri colombiane e italiane sempre per traffico di stupefacenti. Sgroi è l’intermediario tra i cartelli colombiani e Antonino Paviglianiti, legato alla cosca omonima. Insomma, i colombiani vendono a Paviglianiti e Sgroi fa da mediatore, tranquillizzando i narcos d’oltreoceano: “In Italia è tutto comandato dai siciliani e dai calabresi. Milano, ad esempio, è in mano ai calabresi, e noi siamo molto legati ai calabresi. Quando verrai qui, vedrai che li conosceremo tutti e andremo in Calabria”.


E’ la DEA (Drug Enforcement Administration) che si mette sulle rotte del narcotraffico. Il grosso quantitativo di droga tra Colombia e Italia ha due crocevia che sono Venezuela e Polonia. Gran parte del traffico, giusto perchè la potenza delle cosche si misura dai contatti con i cartelli del narcotraffico sudamericano, è destinato alla ‘ndrangheta. Così i carabinieri italiani hanno il compito di identificare l’organizzazione dei trafficanti in Italia.
LA TRANSAZIONE – La trattativa per portare quei 5.000 chili di droga in Italia non è semplice, allora Sgroi funge da garante per i buoni rapporti tra i narcos colombiani e le ‘ndrine. Lo stesso Sgroi, come documentato anche dalle foto contenute nei fascicoli dell’inchiesta, si reca più volte in Sud America per organizzare al meglio le questioni logistiche. Proprio in virtù di questi incontri si decide che il carico passi, almeno inizialmente da 5.000 a 1.000 chili, così il 18 febbraio 2009 atterrano all’aeroporto di Varsavia con un dc-10 polacco 1.130 chili di cocaina per il valore di 50 milioni di euro. Carico acquistato in gran parte da cosche calabresi della Locride e della piana di Gioia Tauro, fra cui proprio Marco e Antonio Paviglianiti, di 26 e 58 anni.
Ad aspettare il carico dei Tir dove nascondere la cocaina che sarebbe poi stata trasportata a Milano e nell’hinterland, dove sono attive altre cosche c’è lo stesso Sgroi che deve però tornare in Italia a mani vuote. Ma quella tonnellata di cocaina non lascerà l’aeroporto di Varsavia a bordo dei Tir come previsto, perchè verrà sequestrata dalle autorità polacche.
Se il colpo fosse andato a buon fine il meccanismo sarebbe girato senza troppi problemi sulla scia di altre attività legali: Paviglianiti compra dai colombiani, Sgoi intermedia e ridistribuisce ad altri grossisti che poi avrebbero smerciato agli spacciatori per la vendita al dettaglio. I grossisti in questo caso sono Domenico e Antonio Vottari, due ‘fornitori ufficiali’ dello spaccio in salsa meneghina. Emergono poi altri nomi come quello di Luciano Bertelli, pensionato, incensurato, ma finanziatore del traffico illecito e sorpreso più volte al telefono con Sgroi.
GLI ARRESTI E I REATI - In 4 anni le indagini svolte hanno portato a 16 ordinanze di custodia cautelare, 18 arresti in flagranza di reato, 47 denunciati a piede libero e 35 perquisizioni personali e domiciliari in Lombardia, Emilia Romagna e Calabria. I reati contestati ai 16 arrestati nella notte tra domenica e lunedì sono traffico e detenzione di stupefacenti ai fini di spaccio. Per Paviglianiti, Sgroi e Bertelli è stata contestata anche l’aggravante per l’ingente quantità.
CHI CI AVEVA PROVATO ANCHE IN POLITICA - Come succede spesso, qualcuno nel giro dei boss, ci aveva provato anche con la politica. E’ il caso di due degli arrestati nell’operazione “Marcos” appena descritta: sono Massimiliano De Curtis e Moreno Fuscaldo. I due si erano inseriti nella lista “Progetto sociale di destra”, che sosteneva il candidato sindaco Liborio Fraccica alle elezione del 6 e 7 giugno a Garbagnate e Cesate.
L’avventura politica, fortunatamente, terminava all’apertura delle urne: i 281 voti presi non sono stati sufficienti nè per accedere al consiglio comunale, nè per mandare Fraccica, titolare di un’armeria, a fare il sindaco.
I (recenti) PRECEDENTI - Già lo scorso 10 dicembre il Gico della Guardia di finanza aveva sequestrato circa 600 kg di cocaina proveniente da Panama diretta in Lombardia, in cui era stata riscontrata una autentica Joint-venture del traffico di stupefacenti.
Pochi giorni dopo sempre nelle zone dell’hinterland milanese il 14 dicembre, un’operazione della squadra mobile di Milano e della Direzione Distrettuale Antimafia, esegue 16 ordinanze di custodia cautelare che colpiscono i rampolli della ’ndrangheta che opera a sud di Milano. Da Buccinasco a Corsico, da Cesano Boscone a Casorate Primo organizzavano un traffico di cocaina che non si limitava allo spaccio di zona, ma faceva parte organicamente del business principe della ‘ndrangheta calabrese al nord. Business, quello della cocaina, che piazza la ‘ndrangheta tra i leader mondiali in materia e in continuo dialogo con i grandi cartelli della droga internazionale.
Le basi erano proprio i comuni a sud del capoluogo lombardo dove dagli accertamenti predisposti dal gip milanese Gaetano Brusa, su richiesta del pm Alessandra Dolci, hanno colpito in particolare le famiglie Barbaro e Pangallo di Platì (Reggio Calabria).
Il meccanismo che emerge dalle indagini pare essere chiaro: la cocaina veniva comprata in grossi quantitativi, da 1 o 2,5 chilogrammi da alcuni fornitori, i quali la importavano dall’estero, e poi rivenduta in Italia da altre persone che la spacciavano al dettaglio ai consumatori, andando così a oliare l’ingranaggio affaristico-criminale delle ‘ndrine.

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