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martedì 15 febbraio 2011
Il rapporto di Arm monitora la situazione dei diritti umani nel paese centroasiatico. Secondo il gruppo di ricercatori, quasi 2500 vittime nel corso del 2010.

La guerra fa vittime. E le vittime principali sono quelle civili. A ricordarci ancora una volta la più drammaticamente ovvia - e più elusa - delle conseguenze di ogni guerra, è un gruppo di ricercatori, attivisti, giornalisti che fa capo ad Ajmal Samadi, giovane direttore di Afghanistan Rights Monitor (Arm), organizzazione che monitora la situazione dei diritti umani nel paese centroasiatico.

Il manifesto ha potuto leggere in anteprima il «Rapporto annuale sulle vittime civili del 2010» che Ajmal Samadi rende pubblico questa mattina a Kabul. I dati sono allarmanti, e al «ribasso», a causa della difficoltà dichiarata di raccogliere dati esatti in un paese in guerra, distinguendo ciò che è vero da ciò che gli uffici di propaganda - sia dei movimenti antigovernativi che delle truppe internazionali - intendono far passare per tale. Secondo il rapporto di ARM, dal 1 gennaio al 31 dicembre 2010 sarebbero avvenuti almeno 5.691 incidenti che hanno coinvolto i civili afghani, di cui 2421 con conseguenze letali. Il 63 per cento delle quasi 2500 vittime civili accertate sarebbe da attribuire ai vari gruppi antigovernativi, in particolare ai membri dell'autoproclamato Emirato islamico di Afghanistan (i taleban propriamente detti), al network di Haqqani e all'Hezb-e-Islami di Gulbuddin Hekmatyar.

Dei 1531 morti attribuibili alla galassia taleban, almeno 693 sarebbero stati uccisi dall'esplosione in aree civili o residenziali di ordigni esplosivi artigianali (Ied), 237 in seguito ad attacchi suicidi (110). Dall'altro lato, anche l'aumento delle truppe straniere di occupazione si sarebbe tradotto in un aumento delle vittime civili. Le operazioni di contro-insurrezione e il «surge» voluto dal generale Petraeus nelle province meridionali di Kandahar ed Helmand, per esempio, non solo non avrebbero portato grandi benefici sul piano militare (rivendicati anche da Obama e contestati dai ricercatori di Arm), ma avrebbero avuto pesanti conseguenze per la popolazione locale.

Alle dichiarazioni dei portavoce militari, che segnalano l'arresto o l'uccisione di migliaia di pericolosi insurgents armati, rispondono le voci raccolte sul posto. Che raccontano, oltre che di case, campi coltivati e frutteti distrutti, come in molti casi le vittime fossero «semplicemente etichettate come "sospetti insorti" o "sospetti taleban" per giustificare attacchi preventivi sul terreno o aerei».

E proprio ai bombardamenti aerei vanno imputate 217 vittime civili. Oltre a chiedere restrizioni più severe e procedure più rigide sugli attacchi aerei, Arm chiede che cessino i raid notturni nelle case degli afghani e che le forze internazionali garantiscano informazioni attendibili sulla presunta presenza in Afghanistan di ampie scorte delle micidiali munizioni a grappolo, che secondo alcune fonti sarebbero illegittimamente usate dagli americani. E ribadisce il disappunto per la creazione, imposta al governo locale dagli strateghi a stelle e strisce, delle milizie di sicurezza private, già accusate «nelle province di Kunduz, Baghlan e Kandahar di abusi sessuali sui minori in un clima di totale impunità», oltre che di maltrattamenti e torture. Atteggiamenti illegali, simili a quelli compiuti dai membri delle compagnie private di sicurezza, divenuti veri e propri network di illegalità, «istituiti, finanziati e comandati da attori militari e dell'intelligence straniera, spesso sotto una leadership afghana soltanto nominale», i cui «uomini armati locali sono stati usati come mercenari durante i raid notturni, per assassinii mirati e per altre attività di contro-insurrezione e controterrorismo».

Non è un caso, sottolinea il rapporto di Afghanistan Rights Monitor, che anche a voler considerare le 278 vittime civili (12 per cento del totale) da attribuire alle varie forze legate più o meno legalmente al governo afghano (esercito, polizia, milizie locali), rimanga un 4 per cento di vittime civili senza responsabili.
Ma rimane, soprattutto, un paese senza speranza: «la nuova era afghana che era stata promessa - il Piano Marshall per la ricostruzione, lo sviluppo e la democratizzazione - si è trasformato in un sistema politico fortemente corrotto e inefficiente, che ricompensa e rafforza signori della guerra, criminali, trafficanti di droga e politici corrotti».

Fonte: Giuliano Battiston - "Il Manifesto"

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