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mercoledì 5 gennaio 2011

Un documento coperto dal segreto di Stato. In mano a Gaetano Pecorella, presidente della Commissione ecomafie, da pochi mesi. Racconta un’altra pagina dell’infinita storia sulle navi dei veleni e dimostrerebbe come il Sismi, il servizio segreto militare, abbia seguito la vicenda. Il documento è datato 11 dicembre 1995 e rivelerebbe che il governo di allora, guidato da Lamberto Dini, avrebbe destinato una somma ingente di denaro (centinaia di milioni) al nostro servizio segreto per «lo stoccaggio di rifiuti radioattivi e armi». Il documento è ora agli atti della Commissione presieduta da Pecorella, numero di protocollo 294/55. L’anno prima, Legambiente aveva scoperchito la pentola dei traffici illeciti nelle acque del Mediterraneo, facendo partire le prime denunce sulla vicenda. Ragionando con il senno del poi, e senza andare dietro a troppe dietrologie, l’attività del Sismi rientrerebbe nelle normali operazioni che un servizio di difesa dovrebbe svolgere. Restano però aperte diverse questioni, che nemmeno il trascorrere degli anni è riuscito a chiarire. La prima, e forse quella più rilevante, è perchè un atto così di routine venga coperto dal segreto di Stato, «vincolo posto – come afferma lo stesso sito internet dell’Aise, che dopo le riforma dei servizi ha raccolto l’eredità del Sismi – su atti, documenti, notizie, attività, cose e luoghi la cui divulgazione può danneggiare gravemente gli interessi fondamentali dello Stato». Il segreto di Stato, inoltre, si caratterizza per un limite temporale di 15 anni «ulteriormente prorogabili dal Presidente del Consiglio».
Il documento, a meno di interventi del premier nelle ultime ore, da poco meno di un mese dovrebbe essere consultabile e liberato dal pesante vincolo. Cosa che al momento non risulta. Contribuendo a alimentare i sospetti sulla natura dell’intervento dei nostri servizi. Si attende a breve la relazione conclusiva della commissione ecomafie sulla vicenda delle navi dei veleni. Lavoro che non potrà non tenere conto di questo aspetto, tra l’altro sottolineato dallo stesso presidente Pecorella. Di ritorno da una trasferta della commissione a Bologna, affermò che «in qualche misura, per un certo periodo, i servizi segreti hanno gestito lo smaltimento dei rifiuti pericolosi». Un dato «evidente perché riscontrato da altri uditi e da elementi obiettivi», In sostanza, quello che emergerebbe sarebbe una collusione tra servizi segreti e parte influente della politica. Un filone che, sempre secondo Pecorella avrebbe «una sua logica nel senso che i rifiuti pericolosi venivano prodotti dalle aziende di Stato e a un c e r t o punto bisognava eliminarli». Anche illegalmente, perchè «in quel momento non c’era un sistema diverso. Ad esempio i fanghi radioattivi dove sono finiti?». Una prima risposta a questa domanda aveva provato a darla Francesco Fonti, il pentito che con le sue dichiarazioni nell’autunno del 2009 alzò di nuovo il sipario sulla vicenda. Nel suo memoriale un posto di primo piano spetta all’agente Pino. «Il mio filtro con il mondo della politica è stato, fin dal 1978, un agente del Sismi che si presentava con il nome Pino. Un trentenne atletico, alto circa un metro e ottanta con i capelli castani ben pettinati all’indietro, presentatomi nella Capitale da Guido Giannettini, che alla fine degli anni Sessanta aveva cercato di blandirmi per strapparmi informazioni sulla gerarchia della ‘ndrangheta. Funzionava così: l’agente Pino contattava a Reggio Calabria la cosca De Stefano, la quale informava il mio capo Romeo, che a sua volta mi faceva andare all’hotel Palace di Roma, in via Nazionale. Da lì telefonavo alla segreteria del Sismi dicendo: «Sono Ciccio e devo parlare con Pino». Poi venivo chiamato al numero dell’albergo, e avveniva l’incontro” Il contenuto degli appuntamenti, era sempre simile. “L’agente Pino mi indicava la quantità di scorie che dovevamo far sparire “, spiega Fonti, “e mi chiedeva se avessimo la possibilità immediata di agire”. La maggior parte delle volte, la risposta era positiva. Ed era un ottimo affare: “Si partiva da 4 miliardi di vecchie lire per un carico, e si arrivava fino a un massimo di 30″. Soldi che venivano puntualmente versati a Lugano, presso il conto Whisky all’agenzia Aeroporto della banca Ubs, o in alcune banche di Cipro, Malta, Vaduz e Singapore. Raggiunto telefonicamente in questi giorni, Fonti ha confermato tutto quanto già dichiarato. Ma ha poi aggiunto: «In tanti anni di collaborazione, mi sembra strano che nessuno sia riuscito ad individuare questo agente. Perchè, ad esempio, nessuno mi ha mai fatto vedere qualche fotografia di agenti dei servizi come accaduto con Ciancimino e il signor Franco?».

Ma torniamo al documento del 1995 e a ciò che ne seguì. In una relazione al sostituto procuratore di Reggio Calabria Francesco Neri, datata 12 ottobre 1996, l’allora maresciallo Moschitta racconta come «”forze occulte”, di non facile identificazione, abbiano controllato passo passo gli investigatori nel corso delle varie attività’ svolte». Rino Martini, ex colonnello del Corpo forestale dello Stato, ha raccontato di quando si trovava, per un incontro sulla vicenda delle navi dei veleni, in un ristorante chiuso al pubblico. «A un certo punto – ha detto – sono arrivate due persone a bordo di un’auto che è poi risultata essere dei servizi segreti». Episodi già raccontati, anche con maggiore dovizia di particolari, il 20 gennaio di un anno fa dal procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Brescia, Nicola Maria Pace. I due, all’epoca, insieme con il procuratore Neri, collaboravano nelle indagini sulle navi affondate. Pace, in qualità di procuratore di Matera: «Per sviare gli antagonisti con Neri decidiamo di vederci non a Matera o a Reggio Calabria, ma a Catanzaro e durante la trasferta, mentre personalmente non mi accorsi di niente perché nella mia macchina non avevo scorta e durante il viaggio sonnecchiavo, Neri che aveva una scorta si accorse con i suoi e verificò con i computer di bordo di essere seguito da una macchina della ’ndrangheta. Fece scattare l’allarme, mi telefonò, prendemmo direzioni diverse e riuscimmo a tornare». Il pool investigativo, poi, fu oggetto di attenzioni “particolari” anche durante una trasferta a Brescia: «Fui proprio io – continua Pace – a scoprire che qualcuno ci stava filmando da un camper parcheggiato a poca distanza dalla sede del Corpo forestale dello Stato. Proposi di perquisire il camper, ma si considerò più opportuno far finta di niente». Seguirono i 15 giorni più inquietanti di tutta l’inchiesta: improvvisamente, il colonnello Martini, regista delle indagini e delle attività strettamente investigative, si dimette. Ma, soprattutto, muore il comandante Natale De Grazia: «Quando è giunta la notizia della morte io, Neri e altri non abbiamo avuto dubbi sul fatto che quella morte non fosse dovuta a un evento naturale. Avevo sentito De Grazia alle 10:30 di quella mattina, mi aveva detto che si sarebbe recato prima a Massa Marittima e poi a la Spezia». Nello stesso colloquio, De Grazia comunicava a Pace che lo avrebbe aspettato a Reggio Calabria per portarlo con una nave sul punto esatto. Quello dove era affondata la Rigel.

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