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sabato 1 gennaio 2011


La cancelliera Angela Merkel è giunta sabato scorso nel nord dell’Afghanistan per una visita a sorpresa al contingente tedesco. Il fatto che a quasi dieci anni dall’avvio delle ostilità contro il regime talebano (a seguito degli attentati dell’11 settembre 2001 negli USA) i leader occidentali che si recano in questo Paese debbano ancora organizzare il loro viaggio nella massima segretezza per evitare possibili attentati, la dice lunga sul grado di sicurezza che si è finora riusciti a portare nella regione.

Il contingente tedesco, pur essendo dislocato in un’area dell’Afghanistan meno pericolosa di quelle controllate dalle truppe statunitensi e da quelle britanniche, ha già perso in battaglia una quarantina di soldati. Un giovane milite 21.enne è morto proprio poche ore prima dell’arrivo della cancelliera tedesca. La Merkel comunque, da fedele alleata di Washington e da responsabile rappresentante della coalizione occidentale impegnata da anni sul fronte afghano, nei discorsi tenuti durante la sua visita si è guardata bene dal menzionare una data precisa per il rientro in patria del contingente tedesco, pur augurandosi di poter avviare il rimpatrio delle proprie truppe alla fine del 2011.
L’obiettivo di tale prudenza è chiaro: non dare al nemico l’impressione di una fuga occidentale dall’Afghanistan. Ma al di là di tutte le precauzioni e di tutte le strategie volte a far sì che l’estremismo islamico non si rafforzi di fronte alle debolezze dell’Occidente, una cosa appare ormai chiara. Quella condotta dalle truppe occidentali in Afghanistan non è una guerra convenzionale, e come tale, con ogni probabilità non si concluderà con un chiaro vincitore e con un perdente che riconoscerà la propria sconfitta sul campo. Il tentativo di avviare dei negoziati con dei leader talebani moderati è un implicito riconoscimento di tale situazione di stallo.

Una situazione di stallo alla quale non corrisponde purtroppo un allentamento del confronto sul piano militare. Dall’inizio del 2010 ben 700 soldati della coalizione internazionale sono morti in Afghanistan, per non parlare delle vittime civili e delle distruzioni materiali. Se nelle ultime settimane si notano dei miglioramenti, come tendono a sottolineare i vertici militari statunitensi (molto ottimisti sull’apporto che potranno dare i 30 mila soldati addizionali giunti al fronte lo scorso settembre), le condizioni quadro nella regione tutto lasciano immaginare tranne che una soluzione del conflitto nel breve o nel medio termine.

Gli stessi rapporti dell’intelligence statunitense sottolineano l’inaffidabilità del governo afghano e la cattiva volontà di quello pakistano nel mettere sotto stretto controllo il confine con l’Afghanistan, attraverso il quale i talebani si muovono senza difficoltà rifornendosi di uomini e materiale bellico. Alla luce di tali constatazioni è difficile credere in una normalizzazione della situazione in tempi ragionevoli. Se non si vuole precipitare l’Afghanistan nel caos più assoluto, bisognerebbe che il ritiro a tappe dei contingenti internazionali coincidesse con una normalizzazione progressiva all’interno del Paese. Ma non basta organizzare delle elezioni per dare all’Afghanistan la parvenza di una giovane democrazia. Le denunce di brogli durante le votazioni e la persistente corruzione non danno grande credibilità al governo del presidente Hamid Karzai. Mentre i governi dei Paesi coinvolti nel conflitto afghano stanno attraversando momenti difficili a causa della crisi economica internazionale, i soldi e gli uomini destinati alla guerra contro i talebani appaiono sempre più un pessimo e gravoso investimento. Si vuole evitare che l’Afghanistan ritorni in mano ai talebani per evitare che nel Paese si riformino temibili basi dell’estremismo islamico. Ma finora quale modello di sviluppo alternativo si è offerto alla popolazione afghana?

Le coltivazioni di papaveri e la produzione di droga ad esse associate non sono state eliminate, circa i tre quarti della popolazione non ha accesso all’acqua potabile, mentre i combattimenti non facilitano certo le già misere attività economiche del Paese. Non bisogna certo essere degli strateghi per capire che i piani finora seguiti non hanno portato i frutti sperati. Non spetta a noi dare suggerimenti sul come districarsi in una situazione così complessa, possiamo però constatare che di questo passo, se non interverranno delle svolte strategiche, la guerra in Afghanistan si farà sempre più insostenibile, agli occhi dell’opinione pubblica e forse anche di un certo numero di politici.

La cancelliera Angela Merkel ha affermato che non vi è nessuna data precisa per il ritiro del contingente tedesco dall’Afghanistan, ma il prossimo mese di gennaio il Parlamento di Berlino dovrà decidere se autorizzare o meno il prolungamento della missione militare tedesca. Un primo test per verificare di quanta credibilità goda ancora questa strategia di contenimento della minaccia terroristica di matrice islamica.

di Osvaldo Migotto – il corriere del ticino

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