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venerdì 7 gennaio 2011

PRIMA DEL 7 gennaio 2010, prima di quelli che qui chiamano “i fatti”, i migranti africani a Rosarno erano 2500. Poi i giorni della violenza, qualcuno tra i “bianchi” comincia a “sparare” ai neri. Scoppia l’inferno. È guerra per giorni, la Statale 18 bloccata, il centro messo a ferro e fuoco. Vince la rabbia. Poi si scatena la “caccia al nero”. Lo schema “è mafioso: una minoranza di rosarnesi si spende nella caccia, megafono e spranga in mano, mentre la maggioranza sta zitta, chiude le persiane”, spiega Agostino Pantano, giornalista che a Rosarno conosce ogni singolo sasso. Catapecchie del centro, la ex cartiera, scheletri di edifici abbandonati nel triangolo ad alta densità mafiosa tra Rosarno, San Ferdinando e Gioia Tauro, regno delle famigerate famiglie di ‘ndrangheta dei Pesce e dei Bellocco. Prima dei “fatti” quei tuguri erano le case da Terzo mondo di questi disperati che dal vero Terzo mondo sono scappati. Adesso, un anno dopo, che cosa è cambiato? Ci sono più immigrati dell’Est europeo, soprattutto bulgari. Gli africani sono molti meno: 700 anime (poco più di mille in tutta la Piana di Gioia Tauro, di cui almeno la metà sono cosiddetti clandestini), veri fantasmi. Mentre prima affittavano in nero una stanza senza luce, acqua, riscaldamento, da qualche italiano senza scrupoli a 150 euro al mese per posto letto – anche dieci o venti stipati in uno stesso locale – adesso la maggior parte di loro è costretta a vivere nelle campagne attorno a Rosarno. In casolari apparentemente abbandonati, per cui alcuni giurano di non pagare neppure un centesimo. In realtà nulla è gratis nella miseria di Rosarno. Tra campi di agrumi e oliveti il Terzo mondo è qui.

Il fango sale fino alla gola, poco lontano dal centro del paese, dove cominciano le distese di campagne che sono il luogo di lavoro e di vita dei “fantasmi”. Tra di loro ci sono i caponeros, parlando meglio degli altri l’italiano, trattano con il padrone, sono i nuovi caporali, “schiavi” che hanno scalato un gradino nella piramide delle caste dell’inferno. Usano le loro automobili per portare al lavoro i braccianti.

Il piccolo viaggio in macchina costa 2,50 euro. La giornata di lavoro ne varrà 25, quando va bene, a volte anche meno di venti. E non si lavora tutti i giorni. Su trenta persone che affollano questa catapecchia di campagna, quindici questa mattina non sono andati nei campi di agrumi. Restano ad aspettare tutto il giorno che i compagni ritornino con qualcosa da mangiare anche per loro. Fanno passare il tempo riscaldandosi con il fuoco, tutti attorno a un tavolo. Ma è un giorno speciale, perché c’è la visita del sindaco. Elisabetta Tripodi è primo cittadino di Rosarno da neanche un mese, con una giunta di centrosinistra dopo due anni di commissariamento per infiltrazioni mafiose. Arriva con un furgoncino messo a disposizione dalla Cgil, in servizio da “sindacato di strada”, per portare assistenza ai fantasmi. Ha i tacchi alti il sindaco, non è la calzatura ideale per camminare nel fango che circonda questo pezzo di Africa nera nel cuore della Calabria. Infatti, procede a fatica. E scuote la testa, quando si ritrova davanti alle scene di ordinaria disperazione quotidiana della vita di questa gente.

Una pentola è sul fuoco, l’acqua deve bollire per poter essere utilizzata per la doccia. Una doccia di fortuna, ovviamente, delimitata da qualche cartone e lamiere. Non ha parole il sindaco, a cui Abrham, 46 anni, da quasi venti al lavoro nei campi tra la Calabria e la Puglia, chiede: “Cosa potete fare per noi? Avete visto le condizioni in cui viviamo? Non abbiamo i documenti, non possiamo ritornare in Africa a vedere i nostri figli, le nostre mogli. E qui dobbiamo vivere così. Ma adesso non ci mandi i carabinieri, non ci faccia cacciare”. Il sindaco scuote ancora la testa e poi scappa via. Abrham insiste: “Costa potete fare per noi?”. Il sindaco Tripodi gli volta le spalle e a denti stretti, sussurra: “Niente, non posso fare niente”.

Ha già realizzato questa triste considerazione o è solo la disperazione del momento, ma in via ufficiale Tripodi spiega che “la Protezione civile installerà venti container per accogliere gli immigrati”, in attesa della costruzione di un centro di prima accoglienza. Non è abbastanza , lo sa il sindaco, che denuncia: “In questo ultimo anno, almeno a livello di strutture di accoglienza, non è cambiato proprio nulla”. Però si dissocia dai “mass media che un anno fa hanno descritto i rosarnesi come razzisti: la solidarietà di cittadini, associazioni e parrocchie c’è sempre stata”. E la Cgil, inseme all’associazione Rete Radici, domani sarà impegnata in due manifestazioni: una a Rosarno e l’altra a Reggio Calabria.

Non hanno aderito i ragazzi dell’Osservatorio migranti Africalabria: “Solo passerelle, il problema qui è cosa succede dall’8 di gennaio. Cosa che già sappiamo, non perché siamo indovini, ma perché è sempre così: restiamo solo noi”. Peppe Pugliese, anima e corpo dell’Osservatorio, passa le giornate al telefono con i migranti: “Peppe ci serve un materasso”, “Peppe non abbiamo la luce”, “Peppe è un mese che cammino senza scarpe”. Peppe parte da casa in macchina, nel pomeriggio, passa sulla Statale 18, davanti agli edifici adesso vuoti dell’ex Opera Sila. Pochi giorni fa Eugenio Ripepe, responsabile della Protezione civile calabrese ha annunciato l’avvio della bonifica di quei luoghi che sono stati il simbolo dei “fatti” di un anno fa. Tutto è cominciato qui, sulla 18. Dopo gli sgomberi la polizia presidiò per giorni la struttura e oggi qui non dorme più nessuno. Peppe, intanto, procede verso Gioia Tauro, dove dovrà comprare un generatore elettrico. Con 250 euro, regalo della Chiesa Battista: “Andiamo avanti così, con la beneficenza”. Ritornando verso Rosarno sosta anche in una farmacia, “per comprare dell’acqua ossigenata per un ragazzo, che si è tagliato, ha un dito gonfio da far paura, spero vada anche dal medico domani”. A Rosarno le giornate cominciano all’alba, quando lungo le strade gruppi di migranti aspettano l’arrivo delle auto o dei furgoni di caporali e caponeros, e finiscono quando gli stessi ritornano e si dirigono verso i tuguri dove dormono. Nel mezzo c’è la vita in strade dissestate “arricchite” dalla spazzatura. Già, succede, a Rosarno – nonostante l’inceneritore che domina il panorama proprio là dove c’è l’ex Opera Sila adesso non più abitata dai migranti – che, periodicamente, i cassonetti vomitino metri e metri di sacchetti, scene che in questi mesi siamo abituati a ricollegare subito al dramma di Napoli. Perché l’inferno è un’opera completa. E allora deve ricordare la miseria ad ogni angolo di Rosarno, dove, se non c’è la spazzatura, ci sono arance buttate in nome dello spreco, perché in questo momento il calo dei prezzi, insieme a strategie criminali, ne rallenta il raccolto. Tanto che, paradosso dei paradossi, in un pomeriggio rosarnese al bar è possibile sentirsi negare una spremuta da dietro il bancone: “Mi dispiace, abbiamo finito le arance”.

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