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domenica 9 gennaio 2011
L'indicibile odissea di moltissimi piccoli costretti a prostituirsi dai loro stessi genitori.
Eppure c'è chi, sebbene sia difficile, sta conducendo una battaglia per cambiare le cose
Nell'inferno dei bordelli cambogiani dove i bambini sono venduti per 10 dollari
PHNOM PENH - "La vuoi una bambina di dieci anni? O preferisci il mio fratellino, che di anni ne ha otto?". Assieme alla marijuana e all'anfetamina, questo offrono i papponi agli occidentali che scendono negli alberghi da due soldi attorno al lago Bung Kak di Phnom Penh. Anche l'autista di tuk-tuk propone creature di cui abusare: "Conosco un bordello pieno di ragazzine. Costano care, però. Almeno venti dollari".

Che la Cambogia sia ancora un paradiso per pedofili lo dimostrano anche le statistiche: una bambina su quaranta viene venduta ai bordelli, alcune di queste hanno appena 5 anni. Almeno un terzo delle prostitute cambogiane è minorenne. "Eppure, qualcosa sta cambiando", dice Bruno Maltoni dell'Organizzazione mondiale per le migrazioni, direttore di un progetto finanziato dalla Cooperazione italiana contro il traffico di minori a scopo sessuale in Cambogia.


Negli ultimi anni, Maltoni ha addestrato la polizia cambogiana a riconoscere i segni di abuso, a interrogare vittime e carnefici, a compiere perquisizioni. "Il governo ha deciso di affrontare il problema - spiega Maltoni - ma c'è ancora molto da fare, soprattutto a livello giudiziario. Una volta arrestati, è difficile che i pedofili siano giudicati e condannati".

Anche la cronaca recente sembra avvalorare l'ipotesi che le autorità abbiamo finalmente cominciato a combattere il fenomeno. La settimana scorsa, in una pensioncina della capitale sono stati arrestati due tedeschi che stavano girando un video mentre stupravano un minore. Due giorni fa, sulla spiaggia di Sihanoukville, nel sud del paese, la polizia ha fermato un francese, anche lui colto in flagrante, che stava violentando un ragazzino di strada. E ieri, infine, in galera è finita una coppia di cambogiani che aveva venduto la verginità della loro bimba di undici anni. 



Gli orchi sono spesso europei, australiani o statunitensi. Ma ci sono altri mostri, più insidiosi, perché si confondono tra i cambogiani, quindi più difficili da intercettare. Sono quei pedofili, numerosissimi, che arrivano da Taipei, Hong-Kong, Pechino. "Ci sono cinesi che festeggiano la firma d'un contratto comprandosi una vergine cambogiana, perché credono che deflorarla li ringiovanisca e perché temono che con una prostituta potrebbero beccarsi l'Hiv", spiega Seyla Semleamp dell'ong Aple (Action pour les enfants).

"Il problema è che spesso sono le famiglie stesse a fornire loro le bimbe". Bimbe che, quando tornano a casa dopo aver trascorso un paio di notti con il loro stupratore, sono prese a sassate dagli uomini del villaggio, perché considerate srey kouc, anime rotte.
"Perciò, dopo che una madre ha venduto la verginità di una bimba di 10 anni per 500 dollari, la piccola finisce in un bordello".

Secondo Rithy Pech dell'organizzazione Riverkids da quando le autorità hanno cominciato, sia pure blandamente, a reprimere la prostituzione infantile, i prosseneti hanno cambiato le regole del loro commercio. Se una volta le baby-prostitute le trovavi nei quartieri a luci rosse, negli alberghetti e nei bordelli, oggi bisogna andare nei centri di karaoke e nelle sale di massaggi. L'abominio è forse più occultato di una volta, ma non meno diffuso.

Fino a un paio d'anni fa, per esempio, al famigerato "Km 11", un miserabile borghetto a undici chilometri dal centro, per pochi dollari le madri offrivano i loro piccoli sul portone di casa. Oggi, continuano a farlo, ma più di nascosto. "C'è poi un altro sistema per aggirare i controlli", aggiunge Pech. "La mamasan (la ruffiana, ndr) dà al bimbo un cellulare con una ricarica di 10 dollari. E lei va in giro con l'album fotografico della sua scuderia di piccoli schiavi da mostrare al cliente. All'ultimo minuto, chiamerà il prescelto per dirgli dove recarsi".

Il centro che Pech dirige in uno slum della capitale offre assistenza sanitaria, educazione, ma anche un piatto di riso a bambini di strada, la maggior parte dei quali ha subito violenza sessuale. Sono circa trecento, inzeppati in stanzette senza finestre, ma finalmente sorridenti, perché al riparo dai soprusi. "Quelli che vede sono tutti potenziali schiavi sessuali", dice Pech. Quanti di loro lo sono già stati? "Almeno la metà".

Il direttore del centro ci fa conoscere Chenda, una timida tredicenne che è stata ripetutamente violentata dallo zio e che qui studia l'inglese. È difficile che le ragazze come Chenda raccontino il calvario che hanno subito. "Improvvisamente, magari dopo sei mesi che sono da noi, parlano e si liberano del peso che le opprime", spiega Pech.

Come Maltoni e Pech, anche la parigina Françoise Bricout dell'ong La Goutte d'Eau appartiene a quella falange di operatori umanitari che portano sollievo alle piccole vittime del vizio. A Neak Leung, un paesino sulle sponde del Mekong, Françoise coordina un centro con circa duecentottanta bimbi, molti dei quali strappati dai bordelli dove lavoravano da anni, e che adesso cercano di trovare una ragione per continuare a vivere.

Prima di approdarvi, nessuno di loro era mai stato a scuola. Qui viene loro insegnato un mestiere (di meccanico, sarta, barbiere o falegname), per far sì che un giorno sia possibile reintegrarli nella società. Uno di loro si stringe stretto stretto a Françoise, quasi volesse proteggerla. È Sovannarith Sam, un sedicenne handicappato mentale, che fu ritrovato tra le immondizie di Battambang, nel nord del paese, quando di anni ne aveva 10. "Era stato stuprato, più volte. Lo si evinceva dal comportamento ossessivo che aveva con i suoi coetanei", dice Françoise.

"Di solito, i bambini non denunciano i loro padri dai quali sono stati violentati perché sanno che la polizia li arresterebbe e che la famiglia andrebbe in rovina e non avrebbe più di che mangiare". La nuova maledizione del porto di Sihanoukville è la yahma, così viene chiamata una micidiale metanfetamina fabbricata in Thailandia, di cui ne fa uso l'80 per cento delle lolite cambogiane. La vecchia, ma sempre attuale maledizione del luogo sono i pedofili occidentali, che qui guatano le loro prede sulla spiaggia.

Il 65 per cento di loro sono maschietti dagli 8 ai 15 anni. L'ong M'Lop Tapang, letteralmente Sotto l'albero, si occupa proprio dei cosiddetti beach children, bimbi di spiaggia. Il centro che visitiamo è coordinato dall'inglese Margharet Eno, che porta il vanto della hot-line da lei creata per smascherare ed eventualmente acciuffare i pedofili un attimo prima che questi compiano il loro scempio. Dice Margharet: "Alleniamo i bimbi a riconoscerli e a denunciarli quando li molestano. Insegniamo loro i trucchi, le strategie degli orchi. Addestriamo anche la vecchietta che vende bibite ai turisti o il pescatore che ripara la rete".

Grazie al numero verde (pubblicizzato su tutti i tuk-tuk della città così come nelle stanze d'albergo) in questo momento le prigioni di Sihanoukville ospitano sei pedofili. Il problema, spiega Margharet, è che il 95 per cento dei minori viene stuprato dai cambogiani. "E quelli, la polizia non li arresta quasi mai".

Degli oltre trecento bimbi che sono qui, uno su dieci è stato stuprato. Tutti sono a rischio, appena escono da qui. "Inoltre, spieghiamo loro quali sono i loro diritti e che, per esempio, anche la masturbazione o guardare altri fare sesso o farsi filmare mentre si fa sesso è un abuso", aggiunge Margharet.

"Per ricostruire l'autostima di questi piccoli, li facciamo recitare: in alcuni casi, il teatro può avere virtù terapeutiche". Chiediamo a Sylvia Sisowath, cugina del re Sihanouk e presidente dell'organizzazione Les enfants du sourire khmer, in quale misura lo sfacelo di alcune famiglie cambogiane, dove i genitori vendono la verginità delle loro bambine o i loro piccoli agli occidentali, sia imputabile al genocidio perpetrato dai khmer rossi, che tra il 1975 e il 1979 massacrarono un quinto della popolazione del paese.

È possibile che quella feroce dittatura, oltre ad aver falciato quasi due milioni di vite, abbia anche devastato le coscienze così in profondità da consentire tale abominio? "Certo, perché il regime di Pol Pot ha decimato il nostro popolo. A questa impressionante moria, si è aggiunto il dramma provocato dalle mine antiuomo che, in alcune regioni, da trent'anni continuano a uccidere una persona al giorno.

Oggi, tuttavia, c'è più attenzione per i diritti, o meglio, per la sicurezza dei bambini. Un paio d'anni fa, circolò la voce che i piccoli cambogiani venivano portati in Thailandia per l'esporto di organi. Il governo volle vederci chiaro. Da allora le cose stanno lentamente cambiando". Sarebbe bello poterle credere. 


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4 commenti:

Anonimo ha detto...

e' orribile,,,,chi puo' o chi deve ,,,che si faccia qualcosa x questi bimbi,,io solo a guardare quei visi cosi' tristi,,non ho potuto trattenere le lacrime,,,pensando a quello che devono subire,,,senza nessuna forma di difesa,,,i loro occhi chiedono AIUTO'''aiutiamoliii

croxvega ha detto...

E' una vergogna ignobile.

ytik ha detto...

I wonder what the person who take the picture did about that. I wish I could read, that after taking that picture, those 2 bambini got food and medicine. What happen to them after all? Is there a way we, the people who watch this , can somehow directly help them? Who took the pic?

Matteo ha detto...

Un bellissimo articolo che lascia il segno. Complimenti. Personalmente inorridisco al pensiero che esistano uomini capaci di barbarie simili, ai quali auguro una vita di infinito dolore e patimento. Trattengo a stento le lacrime all'idea che piccole creature innocenti sino vittime di questi mostri. Se esiste un modo, anche economico, per contribuire alla battagli contro questo abominio comunicatemelo; la mia mail è matteopisa@hotmail.com

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