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mercoledì 19 gennaio 2011
Parlamento italianoNon c'è solo lo scandalo locazioni nelle carte top secret scovate dal Giornale. Montecitorio affida all'imprenditore di Affittopoli pure il servizio di ristorazione. La torta dei pasti frutta all'azienda di Scarpellini ben 2 milioni e 660mila euro. Bernardini: “Buttano i soldi e gli uffici sono vuoti”
L’idillio tra il costruttore «rosso» Sergio Scarpellini e Montecitorio è forte anche a tavola. L’imprenditore che ha il monopolio degli affitti d’oro della Camera dei deputati fa la parte del leone anche negli appalti che riguardano la ristorazione dei parlamentari e degli impiegati che lavorano nei Palazzi del potere.
Per agevolare al meglio il compito dei rappresentanti dei cittadini italiani, si sa, non servono soltanto comodi e spaziosi uffici ma anche una ristorazione di qualità. Ecco spiegata la spesa da capogiro ricavata dalle tasche dei contribuenti: la Camera ha speso nel corso di quest’anno quasi 7 milioni di euro per dar da mangiare e da bere a chi frequenta mense e bar degli stabili istituzionali.


La cifra esatta (6.821.947 euro) è riportata nel bilancio di previsione che adesso, grazie alla battaglia dei Radicali per la trasparenza della gestione amministrativa, è pubblicato anche on line sulla pagina Open Camera del sito servizi. A ben guardare le cifre, la società «Milano 90» del costruttore Scarpellini si aggiudica una buona fetta di questa «torta ». Quasi la meta: oltre 2.660.000 euro.
Anche in questo caso, come già per l’affitto dei 12mila metri quadrati dei locali di Palazzo Marini, gli accordi tra Montecitorio e la Milano 90 non fanno seguito a un bando a evidenza pubblica ma sono il frutto di un accordo a trattativa privata. Una trattativa che, spulciando le centinaia di pagine dei contratti, appare molto articolata e copre ogni possibile dettaglio: dall’origine “doc” degli alimenti, al modo di confezionarli e a quello di presentarli, sino ad elencare con puntigliosa precisione anche i menu fissi per ogni giorno della settimana.
Ed è così che si viene a sapere, ad esempio, che nella mensa di piazza San Silvestro il lunedì il cuoco propone farfalle con ricotta e pomodoro o fettuccine alla ciociara, mentre il martedì dominano l’attenzione degli avventori i rinomati rigatoni cacio e pepe e la pasta con le lenticchie. Giovedì ovviamente gnocchi alla romana, mentre il venerdì i cattolici osservanti possono rifocillarsi con il pesce del giorno e calamari fritti (gli agnostici e i laici, invece, hanno a disposizione tacchino ai ferri e saltimbocca alla romana). Questi sono soltanto alcuni esempi tratti da uno dei menu settimanali.
In totale sono dieci (quattro per la stagione primavera-estate e sei per l’autunno-inverno). La puntigliosa precisione del menù è niente, però, in confronto a quanto riportato dal «Capitolato relativo alle derrate alimentari» dove vengono descritti tutti i prodotti che vengono utilizzati nei punti di ristorazione della Camera dei Deputati. Sfogliandolo si viene a sapere che Montecitorio offre ai suoi dipendenti e ai parlamentari soltanto carni bovine provenienti dall’Italia (Chianina, Marchigiana, Romagnola, Maremmana, Podolica, Piemontese), dalla Francia (Charolais, Limousine) e dalla Danimarca.
Un’intera pagina è dedicata alle caratteristiche delle uova, mentre ben otto cartelle elencano tutti i tipi di formaggi ammessi alla dieta dei deputati. E così via. Tutta questa precisione e esattezza ha bisogno ovviamente – solo per i parlamentari perché il resto dei cittadini quando va alla mensa dell’ufficio o al ristorante sotto casa non gode di tali privilegi - di essere verificata costantemente.
Ed è così, quindi, che si spiega la straordinaria cifra di 126mila euro che la Camera spende per chiedere ai ricercatori dell’Istituto superiore di sanità di verificare la qualità del servizio di ristorazione. Cui si aggiungono altri 80mila euro che vengono versati nelle case dell’istituto G. Sanarelli dell’Università La Sapienza di Roma (che si occupa di sanità pubblica). La salute, però, non si difende soltanto a tavola.
I tecnici gestiti dall’Istituto superiore di sanità, per esempio, verificano periodicamente la «funzionalità e l’adeguatezza delle aree attrezzate per fumatori », dietro un compenso annuo per l’Istituto di 48mila euro. Altri 10mila euro li prende poi il Cnr per il «programma di monitoraggio della eventuale presenza di gas radon all’interno degli immobili della Camera dei deputati».
Anche stare seduti a una scrivania però comporta rischi. Ecco quindi entrare in gioco l’Istituto di architettura e ergonomia dell’Univeristà La Sapienza. La «verifica dell’ergonomia dei luoghi di lavoro» dentro il Palazzo costa 19mila euro l’anno. Quando c’è la salute c’è tutto, senza badare a spese.
Tanto paghi tu, sì proprio tu, che hai appena finito di leggere l’articolo.
Autori: Pier Francesco Borgia - Gian Marco Chiocci / Fonte: ilgiornale.it
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1 commenti:

Anonimo ha detto...

E NOI POVERI FESSI, PAGHIAMO LE TASSE. COME DICEVA TOTO'....E IO PAGOOO!!

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