La trappola del Vaticano


Il “turbamento” di Tarcisio Bertone di fonte al Rubygate,  il richiamo di Ratzinger a “ritrovare le radici morali” e lo “sgomento” di Bagnasco, equamente distribuito fra il premier poco sobrio e i magistrati che indagano troppo, riportano alla mente i casi di Noemi Letizia e di Patrizia D’Addario.
Un precedente istruttivo. Anche allora Boffo, direttore di Avvenire, criticò cautamente la scarsa “sobrietà” del premier, attirandosi la sua ritorsione, e i vescovi fecero qualche generica tirata sui costumi. Anche allora il centro-sinistra coltivò l’illusione che la Chiesa rompesse col governo e La Repubblica lesse le critiche  di Avvenire come “Un segnale preciso della gerarchia” (25 luglio 2009).
Ma il plauso alle (supposte) censure contribuì solo a rafforzare l’idea che il Vaticano abbia qualche titolo per porsi come faro e giudice senza che avvenisse, oltretutto, nessuna rottura. Al governo bastò lanciare una campagna contro la pillola Ru486, promettere un testamento biologico alla vaticana, offrire soldi ai preti, per ottenere il perdono: Fisichella, che poi sancirà anche il diritto del premier a bestemmiare in pace e a comunicarsi in deroga alle norme canoniche, sdoganò il razzismo leghista; la Cei invitò a votare per la destra alle regionali. Chi si era illuso ebbe il danno e le beffe.
Una complicità ininterrotta. Oggi la manfrina rischia di ripetersi, in forme ancora peggiori, con un centro-sinistra che plaude alla presunta svolta della Chiesa, attribuendola a considerazioni etiche, a un soprassalto di coscienza, anziché chiedersi perché non sia avvenuta prima e cosa significhi.
Che Berlusconi frequentasse escort (e minorenni) in dosi industriali era già noto al trio Ratzinger, Bertone, Bagnasco, almeno da quando ne parlarono Veronica Lario e Patrizia D’Addario. Ed erano loro note, soprattutto,  le vergognose imprese del governo: le leggi razziali, i respingimenti in mare, la precarizzazione del lavoro, i ponti d’oro agli evasori fiscali, la guerra sempre più devastante in Afghanistan, le collusioni con la camorra, lo scambio fra favori sessuali e carriera politica, la corruzione che coinvolge politici, imprenditori e “gentiluomini” di sua santità.

Tutto questo non ha mai “turbato” i Sacri palazzi. In qualche caso, per salvare la faccia davanti al gregge disorientato, la Chiesa ha fatto generici predicozzi su amore e accoglienza, impartendo però ordini di voto solo su morale famigliare e inizio o fine vita, d’intesa con la destra. Ancora un mese fa Ratzinger ringraziò il governo per l’imposizione del crocifisso e fino a qualche settimana fa la CEI ha fatto pressing sull’Udc, perché appoggiasse il governo “amico”. E allora?
Le ragioni della “svolta” (eventuale). Certo, il Rubygate si somma agli scandali precedenti e ha dimensioni molto maggiori. In più, nel tentativo di coprirlo, il premier avrebbe ancheconcusso la questura. Si aggiunga, e per di più proprio in un periodo di gravi difficoltà economico-sociali, la paralisi del governo, costretto a comprarsi una  maggioranza giorno per giorno. Ciò gli impedisce il rilancio dell’economia chiesto da Confindustria e il federalismo chiesto da Bossi per dar qualcosa in pasto alla sua base. Di conseguenza malumori, proteste, richieste di dimissioni si estendono e riprende forza perfino una debole opposizione.
In questa situazione la Chiesa potrebbe prima o dopo convincersi che Berlusconi non può più darle quanto si attendeva dal suo governo o che è comunque destinato a cadere. Sono le sole ragioni  (e non certo motivi “etici“ o timore di scandalizzare il gregge col proprio berlusconismo) che possono indurre la Chiesa a rompere con Berlusconi, come sono le sole che l’hanno indotta a cambiare cavallo anche in passato.
Al tempo del fascismo ad esempio il Vaticano, fiutata l’aria favorevole a Mussolini, non esitò a confermargli il suo sostegno anche dopo il delitto Matteotti, lasciò tranquillamente ammazzare i preti antifascisti, costrinse Sturzo all’esilio, collaborò alla fascistizzazione del paese. Protestò solo per l’attacco all’Azione cattolica, cioè al suo potere.  E  prese prudentemente le distanze quando il regime era ormai spacciato, per non restare coinvolta nella sua rovina e poter ritessere la sua tela in libertà con i successori.
Dal Berlusconismo al catto-razzismo? Anche oggi la Chiesa, che ha sviluppato in duemila anni di esperienza un forte fiuto per l’odore di carogna, dopo aver cooperato al consolidarsi del berlusconismo e al dilagare della corruzione e del degrado morale, potrà denunciarlo e rompere con Berlusconi un momento prima del suo crollo. Lo sfrottare di Ratzinger, di Bertone, di Bagnasco, in un gran fruscio di sottane, non concorrerà a determinare la fine del regime ma si limiterà a certificarla – come la fuga dei topi avverte che la nave affonda.
Il linguaggio felpato e bilanciato di Bagnasco e della Cei il 24 gennaio sembra dire che la Chiesa non è ancora certa che Berlusconi sia morto stecchito e sta a vedere. Ma il problema non è questo. Il problema è  l’atteggiamento di attesa, come di fronte all’oracolo di Delfi, con cui i media hanno atteso le parole della Cei e la prostrata reverenza con cui le hanno commentate.
Pensare che la Chiesa possa contribuire alla caduta di Berlusconi e cercare di coinvolgerla come alleato invece che denunciarla come complice, significa permetterle di condizionare – in cambio di niente – modi e tempi della transizione, legittimando al contempo un perpetuo diritto vaticano all’intromissione nella nostra vita politica e sociale. Ciò a tutto favore, nel caso migliore, del clerico-moderatismo targato Udc. Nel caso peggiore, e assai più probabile, di un’alleanza fra gli avanzi del berlusconismo, forse la stessa Udc , e la Lega Nord, col bastone di comando passato definitivamente in mano a quest’ultima. Cioè al nuovo totalitarismo catto-razzista, pronto a mangiarsi l’Italia o a dividerla.
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