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venerdì 28 gennaio 2011
Benzina Prezzi in rialzo del 36% per il barile, ma la domanda di carburanti è ferma. Nel 2010 per il pieno un prelievo «occulto» di 6 miliardi.
Una «tassa occulta» su benzina e gasolio che vale 13 centesimi al litro. Un prelievo che si traduce in 6 miliardi di euro complessivi nel solo 2010. Per colpa e a favore di chi? Degli speculatori internazionali che aprono posizioni finanziarie sul barile di petrolio; dei paesi asiatici (e della Cina) che sono le uniche aree mondiali dove la domanda di greggio sale; ma anche del Fisco italiano che da sempre fa lauti guadagni ogni volta i prezzi salgono, e che viceversa diventa sordo quando si parla di sterilizzare l'Iva sui carburanti. È a queste conclusioni che si arriva elaborando gli andamenti della domanda di greggio e dei prodotti petroliferi, risultati che accomunano Italia e paesi Ocse, perché le proteste sull'impennata dei prezzi della benzina non sono una caratteristica esclusivamente nazionale. Mentre da noi si supera l'euro e mezzo al litro e si profetizza il raggiungimento di quota 1,8 in primavera, negli Usa gli automobilisti assistono con preoccupazione al ritorno della soglia dei 4 dollari per gallone, e temono di toccare nei prossimi mesi i cinque dollari. Cose mai viste finora.
Ma da dove derivano queste valutazioni, che si sommano alle distorsioni tutte italiane come lo «stacco» strutturale di 4 centesimi al litro rispetto all'Europa, l'inefficienza della rete distributiva, le strategie oligopolistiche delle grandi compagnie e le manovre sui listini da parte di qualche gestore? Dalla considerazione che tra 2009 e 2010 i consumi di petrolio e di prodotti petroliferi non si sono discostati così tanto da giustificare movimenti bruschi dei prezzi, in particolare di quelli per autotrazione. I dati dell'Agenzia internazionale dell'energia (Iea) sono chiari: la domanda mondiale di greggio è salita da 85 milioni di barili al giorno nel 2009 agli 87 di oggi, e la metà di questo incremento si deve all'area asiatica e ai consumi cinesi. Nell'ultimo anno, insomma, non ci sono state alterazioni dei «fondamentali», cioè del gioco domanda-offerta.
Malgrado tutto, però, il prezzo del barile ha continuato a crescere. Effetto del dollaro che si è deprezzato? Mica tanto, o non solo: calcolato nella valuta europea il valore medio del barile di brent è passato dai 44 euro del 2009 ai 60 del 2010, con un incremento del 36%. Ballano, insomma 16 euro al barile all'interno dei quali, come dice qualcuno, si annida «la vipera speculativa». Cioè la «tassa occulta» che gli automobilisti riconoscono agli hedge funds o alle banche d'affari che scommettono all'Ipe di Londra o al Nymex di Wall Street. Se si pensa che in Italia il 60% del contenuto di un barile di petrolio finisce in benzina e gasolio per autotrazione si può calcolare il fardello in 6 centesimi al litro. Pari a 2,9 miliardi di euro sui più di 45 miliardi di litri di benzina e gasolio consumati lo scorso anno.
Ma non finisce qui, perché l'effetto «tassa occulta» diventa ancora più elevato se si prende in considerazione il prezzo finale di benzina e gasolio, quello pagato da chi fa il pieno. Prima nota curiosa: nel 2010 la domanda di benzina (14,1 miliardi di litri) e di gasolio (31,1 miliardi) in Italia non è cresciuta. Anzi la prima è addirittura diminuita, a conferma che in questo settore non è la domanda a determinare i prezzi. Che sono invece saliti, in media, del 10 e del 15% a 1,36 euro al litro e a 1,21 euro al litro. Un incremento di 13 centesimi al litro sia per la benzina che per il gasolio. Ovvero 6 miliardi di euro usciti dai portafogli degli italiani e finiti ad ingrassare Wall Street, ad anticipare la crescita dell'economia di Pechino e a tranquillizzare i funzionari dell'Agenzia delle Entrate e, dal primo gennaio, anche quei Governatori di Regione che hanno introdotto le addizionali locali. Mai dimenticare, infatti, che 6 euro su dieci del nostro pieno finiscono dritti nelle casse dello Stato.
Fonte: Stefano Agnoli - Corriere della sera
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Una «tassa occulta» su benzina e gasolio che vale 13 centesimi al litro. Un prelievo che si traduce in 6 miliardi di euro complessivi nel solo 2010. Per colpa e a favore di chi? Degli speculatori internazionali che aprono posizioni finanziarie sul barile di petrolio; dei paesi asiatici (e della Cina) che sono le uniche aree mondiali dove la domanda di greggio sale; ma anche del Fisco italiano che da sempre fa lauti guadagni ogni volta i prezzi salgono, e che viceversa diventa sordo quando si parla di sterilizzare l'Iva sui carburanti. È a queste conclusioni che si arriva elaborando gli andamenti della domanda di greggio e dei prodotti petroliferi, risultati che accomunano Italia e paesi Ocse, perché le proteste sull'impennata dei prezzi della benzina non sono una caratteristica esclusivamente nazionale. Mentre da noi si supera l'euro e mezzo al litro e si profetizza il raggiungimento di quota 1,8 in primavera, negli Usa gli automobilisti assistono con preoccupazione al ritorno della soglia dei 4 dollari per gallone, e temono di toccare nei prossimi mesi i cinque dollari. Cose mai viste finora.
Ma da dove derivano queste valutazioni, che si sommano alle distorsioni tutte italiane come lo «stacco» strutturale di 4 centesimi al litro rispetto all'Europa, l'inefficienza della rete distributiva, le strategie oligopolistiche delle grandi compagnie e le manovre sui listini da parte di qualche gestore? Dalla considerazione che tra 2009 e 2010 i consumi di petrolio e di prodotti petroliferi non si sono discostati così tanto da giustificare movimenti bruschi dei prezzi, in particolare di quelli per autotrazione. I dati dell'Agenzia internazionale dell'energia (Iea) sono chiari: la domanda mondiale di greggio è salita da 85 milioni di barili al giorno nel 2009 agli 87 di oggi, e la metà di questo incremento si deve all'area asiatica e ai consumi cinesi. Nell'ultimo anno, insomma, non ci sono state alterazioni dei «fondamentali», cioè del gioco domanda-offerta.
Malgrado tutto, però, il prezzo del barile ha continuato a crescere. Effetto del dollaro che si è deprezzato? Mica tanto, o non solo: calcolato nella valuta europea il valore medio del barile di brent è passato dai 44 euro del 2009 ai 60 del 2010, con un incremento del 36%. Ballano, insomma 16 euro al barile all'interno dei quali, come dice qualcuno, si annida «la vipera speculativa». Cioè la «tassa occulta» che gli automobilisti riconoscono agli hedge funds o alle banche d'affari che scommettono all'Ipe di Londra o al Nymex di Wall Street. Se si pensa che in Italia il 60% del contenuto di un barile di petrolio finisce in benzina e gasolio per autotrazione si può calcolare il fardello in 6 centesimi al litro. Pari a 2,9 miliardi di euro sui più di 45 miliardi di litri di benzina e gasolio consumati lo scorso anno.
Ma non finisce qui, perché l'effetto «tassa occulta» diventa ancora più elevato se si prende in considerazione il prezzo finale di benzina e gasolio, quello pagato da chi fa il pieno. Prima nota curiosa: nel 2010 la domanda di benzina (14,1 miliardi di litri) e di gasolio (31,1 miliardi) in Italia non è cresciuta. Anzi la prima è addirittura diminuita, a conferma che in questo settore non è la domanda a determinare i prezzi. Che sono invece saliti, in media, del 10 e del 15% a 1,36 euro al litro e a 1,21 euro al litro. Un incremento di 13 centesimi al litro sia per la benzina che per il gasolio. Ovvero 6 miliardi di euro usciti dai portafogli degli italiani e finiti ad ingrassare Wall Street, ad anticipare la crescita dell'economia di Pechino e a tranquillizzare i funzionari dell'Agenzia delle Entrate e, dal primo gennaio, anche quei Governatori di Regione che hanno introdotto le addizionali locali. Mai dimenticare, infatti, che 6 euro su dieci del nostro pieno finiscono dritti nelle casse dello Stato.
Fonte: Stefano Agnoli - Corriere della sera
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