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domenica 30 gennaio 2011
Sono i lavoratori in nero che si dividono tra edilizia e agricoltura, pagati a giornata e senza nessun diritto. La Cgil sta cercando di farli uscire dalla paura per chiedere una legge contro il caporalato e, soprattutto, più controlli nei cantieri e nei campi

Salman si sveglia prima dell'alba. Poi va a cercare di far la giornata, a offrirsi a decine di caporali. Se va bene, lo prendono in un cantiere (40 euro al giorno) o in una serra (30 euro). Nove ore di lavoro filate, ovviamente senza alcun contratto. Se va male, resta a casa. Tutte le mattine, ogni giorno è così.

Nel 2002 Salman non era venuto dalla Tunisia per ingrossare le fila di un esercito di sfruttati. Ma ci è finito dentro comunque. E adesso lavora nella zona più oscura del lavoro nero, quella dei due settori più devastati dal fenomeno del caporalato: edilizia e agricoltura. Dove ci si scambia manodopera a bassissimo costo, a seconda delle giornate.

Salman non sarà a Roma il 24 gennaio. Troppo costoso il viaggio dalla provincia di Ragusa dove vive e lavora. Ma per lui e per tutti quelli come lui, lunedì prossimo potrebbe essere un giorno importante. Le organizzazioni Fillea e Flai, i due comparti di Cgil che si occupano rispettivamente degli edili e dei braccianti, hanno indetto un'assemblea nazionale congiunta. Durante i lavori verrà presentata una proposta alla politica: l'introduzione del reato di caporalato con pena da 3 a 6 anni. Ancora oggi, infatti, per i mercanti di braccia è prevista solo una sanzione amministrativa di 50 euro per ogni lavoratore occupato. Lo stabilì il decreto legislativo 251 del 2004. Deterrente zero, controlli zero.

Ecco cosa preme di più alle migliaia di schiavi invisibili del nostro paese: una maggiore presenza di forze dell'ordine e ispettorato del lavoro. «Servono più controlli, molti più controlli», non si stanca di dire Rafik, tunisino di 32 anni, anche lui diviso tra cantieri e serre nel Ragusano. «Quei pochi che si fanno sono inutili. Perché datori di lavoro e caporali se le inventano tutte. In un cantiere dove lavoravo eravamo una decina, ma solo quattro in regola. Bene, quei quattro venivano messi in bella vista sui ponteggi. Noi invisibili, tutti all'interno dell'edificio. Così, se arrivava un ispettore, era facile nasconderci e il nostro capo salvava le apparenze». Valentin, romeno, lavora a Roma da sei anni. Non viene pagato da tre mesi nonostante abbia sempre lavorato. Ne ha viste di tutti i colori. Per lui, l'introduzione del reato di caporalato sarebbe un bel segnale, ma nulla di più. E ci spiega come funziona sotto il cupolone: «Ogni costruttore controlla una zona. Ha contatti ovunque e quando che c'è un'ispezione in vista viene avvertito con un giorno di anticipo. Quando succede, ci raduna e ci intima di restare a casa il giorno successivo».

Due numeri descrivono le proporzioni del fenomeno: le stime elaborate a luglio 2010 dicono che il settore edile italiano si regge sulle spalle di 400 mila lavoratori-fantasma. Più altri 400 mila disseminati per i campi e le serre del nostro paese. Totale: 800 mila schiavi alla mercé di imprenditori e cacicchi di zona senza scrupoli. Ed è una delle cifre più prudenti.

Alcuni lavoratori hanno deciso di partecipare all'assemblea nazionale del 24, racconteranno la loro storia anche alla leader della Cgil Susanna Camusso. Perché ognuno di questi invisibili porta con sé una tessera di un mosaico gigantesco. E ognuno ha una proposta: «Bisogna instaurare un rapporto diretto tra manodopera e datore di lavoro con precisi regolamenti», soistiene Rafik. «Bisogna escludere gli intermediari, tagliarli fuori, altrimenti il circolo vizioso non si spezzerà».

Proprio per togliere di mezzo la figura del caporale, la Cgil ha già proposto al governo una riforma del mercato del lavoro che si basa sulle agenzie tripartite. «I tre soggetti sono datori di lavoro, agenzie di collocamento e sindacati, che svolgono un ruolo di monitoraggio», spiega Stefania Crogi, segretario nazionale Flai. «Questo meccanismo permetterebbe di riprendere il controllo su un mercato che oggi è in mano all'illegalità. Ma il ministro Maurizio Sacconi fino ad ora non ci ha voluto nemmeno ascoltare».

Quella della lotta al lavoro nero è anche una storia di occasioni sfumate. Una delle più importanti fu il ddl 1201, proposto dal governo Prodi. Prevedeva pene da tre a otto anni per i reclutatori illegali di manodopera, più 9000 euro di multa per ogni persona occupata. «Il disegno di legge avrebbe avuto il merito di elevare le sanzioni e di introdurre sanzioni amministrative anche per il datore di lavoro», sostengono gli esperti di Movimento per la giustizia Robin Hood e Avvocati senza Frontiere. «Forse sarebbe stato un deterrente più efficace rispetto alle attuali 50 euro». Poche settimane dopo la presentazione del disegno di legge, l'Unione di Prodi implose. Il resto è storia nota

Flai e Fillea hanno molte antenne sul territorio. Conoscono la spregiudicatezza di alcuni datori di lavoro, che Valentin riassume così: «Noi stranieri siamo costretti a fare lavori che, in un cantiere in regola, avrebbero bisogno di almeno due persone. In media un operaio non riesce a realizzare più di 10 metri quadri di pavimento al giorno. A me ne hanno chiesti anche il doppio. E se mi lamento la risposta è sempre la stessa: 'Se non ce la fai vattene, trovo un'altra persona in cinque minuti'».

Il solito ricatto, la solita guerra fra poveri. «Per noi è del tutto normale passare da un lavoro all'altro», conclude Valentin: «Sappiamo in partenza che la paga non è certa, che il contratto non esiste e quando esiste è una farsa. Sappiamo che a fine mese dovremo sudare per ottenere quello che ci spetta. Ma dobbiamo mangiare. E quindi accettare tutto questo».

Forse la più grande sfida che attende i sindacalisti e i politici è proprio questa: combattere il fatalismo. Dare una risposta alla rassegnazione.

di Federico Formica  l’Espresso

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