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sabato 1 gennaio 2011
Chi credeva che internet fosse uno strumento invincibile per la diffusione della democrazia si è dovuto ricredere. Il regime cinese ha sfidato il motore di ricerca più importante del mondo e ha vinto. Almeno per ora, ha sconfitto il web. È quanto emerge da un cablogramma inviato dall'ambasciata Usa di Pechino il 18 maggio del 2009 e reso pubblico nei giorni scorsi da Wikileaks tramite New York Times, El Pais e The Guardian. "Google Cina paga per aver resistito alla censura", questo il titolo del documento.
Nel dicembre 2009 i server americani di Google sono stati colpiti da un violento attacco informatico del tipo DoS (Denial of Service, che consiste nel portare il funzionamento del sito al limite delle prestazioni, fino ad impedirgli di erogare il servizio). Che ci fosse Pechino dietro all'offensiva era cosa nota. Mancavano le prove, ma sospettare del gigante asiatico era più che ovvio. Come spesso accaduto fino ad ora, Wikileaks non ha rivelato verità imperscrutabili, ma ha dato sostanza alle accuse, forma ai particolari della storia.
Secondo quanto riportato dal cablogramma, un contatto cinese informò l'ambasciata americana dell'attacco, descrivendolo come un'azione combinata fra hacker governativi e pirati freelance arruolati da Pechino. La stessa fonte ha rivelato che a coordinare l'attacco è stato Li Changchun, alto funzionario del Politburo (organo esecutivo del Partito Comunista) e responsabile del ministero della Propaganda. Pare che Li abbia deciso di prendere provvedimenti dopo aver compiuto un'azione banalissima. Ha cercato il proprio nome su Google.
Chiunque abbia accesso a internet ha provato a farlo almeno una volta, ma l'alto funzionario cinese è un uomo davvero suscettibile. Non ha potuto sopportare l'idea che "articoli altamente critici su di lui" fossero accessibili a chiunque. Accanto a Li, nella vicenda ha svolto un ruolo di primo piano anche Zou Yongkang, ugualmente membro del Politburo e fra i massimi responsabili della sicurezza del Paese. Non è chiaro in che modo siano coinvolti Hu Jintao e Wen Jiabao, rispettivamente presidente e premier della Cina. Può darsi che l'ordine di dare il via all'attacco sia arrivato da uno di loro, ma su questo punto neanche la fonte più audace ha avuto il coraggio di sbilanciarsi. Il resto è storia: nella Terra del Dragone, la scorsa primavera Google ha chiuso i battenti.
I dissapori fra Pechino e la compagnia di Mountain View sono iniziati diversi anni fa, ma l'escalation decisiva è iniziata nel 2009, quando Google Cina ha disobbedito agli ordini del governo di Pechino, rifiutandosi di oscurare i siti pornografici e di rimuovere dalla home page locale, google.cn, il link diretto a google.com. Naturalmente, il regime prevedeva anche che il motore di ricerca rimuovesse tutto il materiale considerato "scomodo". (Due esempi classici di "scomodità" sono il Dalai Lama e la rivolta di piazza Tienanmen). A tutte le aziende cinesi di telecomunicazione, inoltre, è stato proibito di lavorare con Google.
Non solo. Nel mirino del Partito c'era anche Google Earth, il programma gratuito che distribuisce rappresentazioni virtuali della Terra ricavate da immagini satellitari. Al governo cinese è sembrato che il software restituisse in maniera troppo nitida le sue strutture governative e militari, potenziali bersagli di attacchi terroristici. Almeno, questa era la scusa ufficiale.
Fatto sta che nel 2006 è partita una comunicazione da Pechino a Washington in cui si chiedeva di ridurre la definizione delle immagini o di prepararsi a subire "gravi conseguenze" nel caso in cui i terroristi avessero tratto vantaggio dal servizio. Imbarazzato, il funzionario americano incaricato di passare la richiesta non ha garantito nulla ai suoi colleghi cinesi, "essendo Google un'impresa privata".
La guerra informatica scatenata dagli hacker di Pechino è andata ben oltre il caso Google, assumendo le dimensioni di un vero e proprio conflitto mondiale del cyberspazio. Dal 2002, attacchi di pirateria sono stati lanciati anche contro i computer di agenzie governative, diplomatici, politici, militari, di gigantesche aziende statunitensi come Yahoo, Symantec, Dow Chemical e Adobe. Per quanto possa suonare assurdo, hanno violato perfino il sistema informatico del Dalai Lama. Nel luglio scorso, Pechino ha inaugurato il primo quartier generale per la guerra cibernetica.
Una strategia che, purtroppo, fin qui si è dimostrata efficace. Tanto da infondere fiducia anche nei più pessimisti fra gli uomini del regime. Secondo un trionfante rapporto sulla regolazione del traffico web presentato la scorsa primavera dall'Ufficio Informazioni del Consiglio di Stato ai vertici del Partito, "in passato, molti funzionari erano preoccupati che la Rete fosse impossibile da gestire". Ma dopo il caso Google sono giunti a una rassicurante conclusione: "Il Web è sostanzialmente controllabile".
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