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mercoledì 22 dicembre 2010

Approvata dal partito di destra del primo ministro Orban, è il primo caso in Europa di provvedimento restrittivo in tutti i campi dell'informazione. Tra le norme, l'obbligo per i giornalisti di rivelare le fonti. Multe fino a 700mila euro


In Ungheria la legge bavaglio sui media diventa realtà. Approvata con una maggioranza dei due terzi dal partito di destra Fidesz del primo ministroViktor Orban, diventa il primo caso in Europa di legge restrittiva in tutti i campi dell’informazione, dal giornalismo della carta stampata, alla radio, alla televisione fino a internet. Si tratta di 175 articoli che possono costituire un pericoloso antecedente per gli altri paesi europei. Nel merito è già intervenuta l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse): “Riformare i media – ha detto in un rapporto la rappresentante per la libertà dei media Dunja Mijatovic - può danneggiare la libertà dei media e il libero dibattito pubblico, indispensabili elementi di democrazia”. Contro la legge bavaglio sono scesi in piazza 1500 giovani universitari che, con le fiaccole in mano, hanno circondato il Parlamento.

La legge - Il Parlamento ungherese ha approvato a maggioranza dei due terzi la  “legge-bavaglio”, riforma che prevede un ampio controllo da parte dello Stato su tutti i media. Tra le misure adottate la possibilità da parte dell’Autorità nazionale per le telecomunicazioni, nominata daFidesz, lo stesso partito del premier Viktor Orban, di sanzionare tutte le testate giornalistiche in caso di “violazione dell’interesse pubblico”. Tra le misure più restrittive, la soppressione delle redazioni di giornali e radio in modo da concentrare tutta l’informazione primaria sull’agenzia di stampa nazionale Mti, finanziata dallo Stato; l’istituzione di un tetto del 20 per cento per la cronaca nera nei telegiornali; l’imposizione per le radio di inserire almeno il 40 per cento di musica ungherese; multe pesanti a tutti gli organi d’informazione nel caso di “violazione” di un non meglio specificato “interesse pubblico”, per articoli “non equilibrati politicamente” o “lesivi della dignità umana”, con cifre che vanno da 700 mila euro per le tv, a 89 mila per i giornali e siti internet. Ma il provvedimento che davvero rischia di minare alle fondamenta il diritto di essere informati per i cittadini ungheresi è costituito dall’obbligo per i giornalisti di rivelare le proprie fonti per questioni legate alla “sicurezza nazionale”. Una sicurezza nazionale via via stabilita dal potere politico a seconda delle convenienze che potrà arrivare sino alla confisca da parte delle autorità investigative degli strumenti e dei documenti del cronista anche prima di aver identificato un delitto.

La protesta - La legge, solo l’ultima in ordine di tempo fra le mosse messe in atto dal premier Orban per controllare i media, ha immediatamente scatenato la protesta di circa 1500 persone che hanno manifestato davanti al Parlamento di Budapest. L’organizzazione della mobilitazione è avvenuta tramite Facebook con la precisa richiesta che i partiti non aderissero. Il timore dei dimostranti e di molti osservatori è che, per evitare sanzioni e multe salate,  le testate si autoregoleranno come ai tempi del comunismo, praticando quindi una pesante autocensura. Il danno maggiore andrebbe a pesare soprattutto sui giornali più piccoli e indipendenti che rischierebbero la chiusura.

“D’ora in poi, giornalisti e direttori dovranno essere molto cauti su cosa pubblicheranno”, ha dichiarato il direttore del maggiore quotidiano indipendente di stampo liberal, che ha annunciato ricorso alla Corte costituzionale. Ma le possibilità di riuscita del ricorso sono nulle, dato che l’approvazione con la maggioranza di due terzi ha blindato la legge. Csaba Belenessy, direttore generale dell’agenzia Mti, che dirigerà la nuova centrale di notizie, aveva di recente detto che i giornalisti nel suo servizio dovranno essere leali al governo. Orban ha affermato che la nuova legge è “conforme alle norme europee” anche se sia l’Istituto internazionale della stampa (Ipi), sia l’Osce hanno espresso critiche severe nei confronti di una legge definita “liberticida”.


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