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mercoledì 1 dicembre 2010

«Esprimiamo le nostre condoglianze ai parenti delle vittime e siamo profondamente turbati per le violenze avvenute a El Aaioun e nel campo di Gdaim Izyk»: questa è la nota con cui l’ambasciatore britannico e presidente di turno del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, Mark Lyann Grant, ha licenziato l’irruzione armata dei militari marocchini avvenuta l’8 ottobre scorso contro il sit-in di protesta organizzato dalle autorità sahrawi a quindici chilometri circa dalla capitale.
L’Onu non si è quindi espressa sulle tre istanze invocate dai vertici del movimento indipendentista e dalle maggiori organizzazioni umanitarie: una commissione d’inchiesta indipendente che indaghi sui fatti avvenuti nell’ex colonia spagnola, richiesta bloccata  dal rappresentante francese nel corso della riunione del Consiglio promossa dal Messico; l’invio di una delegazione dell’Onu nei territori occupati dal 1975 con la Marcia verde voluta dal re Hassan II del Marocco, una presenza che praticamente manca da 16 anni; l’ampliamento del mandato dei Caschi blu dell’Onu (missione Minurso) alle questioni umanitarie.
Ma la poca attenzione dimostrata in questi giorni per la questione sahrawi non è solo un fatto legato alle decisione prese all’interno del Palazzo di vetro. Mentre in Spagna una mozione che chiedeva una forte presa di posizione contro Rabat è stata votata a favore da quasi tutti i partiti tranne che dai socialisti al governo, a Bruxelles i ministri degli Esteri europei hanno deciso infatti di rinviare l’esame della sanguinosa repressione marocchina alla prossima riunione del Consiglio di associazione Unione Europea - Marocco in programma per il 13 dicembre.
La Casa Bianca continua non sbilanciarsi e, auspicando un “un maggiore impulso politico”, si dice pronta a sostenere le Nazioni Unite per trovare una soluzione pacifica al conflitto; da Roma il ministro degli Esteri italiano Franco Frattini si è invece detto estremamente preoccupato per i morti e per i numerosi feriti registrati nei giorni scorsi e chiede di «mantenere la necessaria calma e moderazione per evitare scontri che causerebbero ulteriori vittime civili e spargimenti di sangue».
In effetti, ad eccezione dell’Algeria, alleato storico del Fronte popolare di liberazione di Saguía el Hamra e del Río de Oro (Polisario), e della Nigeria, che nel dicembre 1984 ha riconosciuto il Sahara Occidentale come Stato sovrano, soltanto l’Unione Africana ha fatto passi concreti. L’organismo intergovernativo con sede ad Adis Abeba, dal quale Rabat si ritirò nel 1984 quando venne riconosciuta l’indipendenza della Repubblica Araba Sahrawi Democratica, ha chiesto apertamente al Marocco di «astenersi da atti di forza, privilegiando la via del dialogo come solo mezzo efficace per risolvere la crisi e creare condizioni propizie alla ricerca di una soluzione durevole alla questione del Sahara Occidentale».
Negli altri casi ha prevalso il pragmatismo politico e gli interessi economici hanno premiato ancora una volta la  posizione marocchina, una posizione espressa dallo stesso re Mohammed VI che nei suoi discorsi parla ancora dei sahrawi come «nostri fedeli sudditi dei campi di Tindouf», le zone autonome in territorio algerino dove sorgono i quattro campi profughi che ospitano circa 50.000 rifugiati:  Auserd, Dakhla, El Aaiun e Semarah.
Nella capitale El Aaioun e nel campo di Gdaim Izyk, montato da più di un mese per chiedere il rispetto dei diritti del popolo sahrawi, i militari sono entrati in azione proprio nel giorno in cui a New York era in programma la ripresa dei colloqui mediati dall’Onu tra Rabat e il Polisario. Nonostante il bilancio delle violenze sia contrastante si contano diverse decine di morti: per i media marocchini i disordini sarebbero opera di criminali che usano metodi simili a quelli impiegati da note organizzazioni terroristiche e gli scontri avrebbero causato la morte di 12 persone, 10 delle quali militari marocchini.
Di tutt’altra opinione il portavoce del Polisario che parla di almeno 36 civili sahrawi uccisi e 4.000 feriti, oltre a più di 2.000 arresti e centinaia di persone scomparse. Le operazioni non avrebbero interessato la sola capitale ma si sarebbero estese ad altre località, comprese El Aaiun, dove si è verificata una feroce caccia all’uomo, e Samarah, città dell’entroterra considerata la “capitale religiosa” del Sahara occidentale.
Di fronte alla possibilità che la presenza degli stranieri potesse portare alla luce dell’opinione pubblica le violenze e la repressione messa in atto nel Sahara Occidentale, le autorità marocchine hanno deciso di isolare la regione. Oltre a negare il visto d’ingresso ai media e agli attivisti delle associazioni internazionali le forze di sicurezza hanno infatti “invitato” i non residenti a lasciare l’ex colonia spagnola e in alcuni casi le persone fermate sono state costrette a firmare una dichiarazione con la quale ammettevano di essersi introdotti nel Sahara Occidentale senza gli appositi permessi.
Durante l’irruzione dell’8 ottobre i pochi attivisti stranieri rimasti all’interno del campo di Gdaim Izyk sono comunque riusciti a diffondere un video nel quale venivano denunciate le atrocità perpetrate ai danni dei civili: maltrattamenti, torture ed uccisioni commesse dalla polizia e dai militari marocchini che, dopo aver soffocato la protesta nel sangue, hanno rastrellato i quartieri sahrawi della capitale a caccia degli oppositori.
Anche se la vita sembra essere tornata alla normalità, fonti vicine alla resistenza descrivono El Aaioun come una città praticamente militarizzata: il coprifuoco è stato ufficialmente tolto e sono stati riaperti i negozi, i mercati e gli uffici, ma gli elicotteri sorvolano le aree di Matallah, Haimatar e Colombina, quartieri ad alta presenza sahrawi, e l’esercito spegne con la forza anche il minimo focolaio di resistenza. Le strade sono controllate dalle truppe  marocchine e dal tramonto all’alba qualunque sahrawi venga fermato rischia di essere arrestato e portato via.
Tra i pochi organismi ad aver ottenuto il permesso di raccogliere informazioni c’è Human rights watch (Hrw), l’organizzazione non governativa americana che sin dai primi rapporti ha parlato di molti sahrawi picchiati fino a perdere conoscenza e di detenuti privati del sonno, del cibo e dell’acqua. Ai cittadini marocchini sarebbero state distribuite delle fasce bianche per distinguerli dai sahrawi e negli ospedali della capitale non si sa quante persone siano ricoverate, ne si conosce il la sorte di quelle dimesse. Anche le strutture di detenzione e il commissariato di polizia della capitale sarebbero ancora pieni di detenuti, così come l’istituto scolastico utilizzato come carcere, e i prigionieri considerati più pericolosi o quelli il cui nome compare sulla lista delle persone ricercate sarebbero estradati in Marocco.
«Il Marocco e il Polisario si sono impegnati in ampie discussioni sul Sahara Occidentale in un’atmosfera di mutuo rispetto, nonostante ognuna delle due parti abbia respinto le proposte dell’altra come base per futuri negoziati»: queste le parole l’inviato speciale delle Nazioni Unite nella regione alla fine dell’incontro tenutosi nei pressi di New York. Christopher Ross ha riferito alla Reuters che i partecipanti si sono accordati per rincontrarsi a dicembre e nei primi mesi del 2011, ma in realtà il terzo round di colloqui informali tra il Polisario e il governo marocchino si è concluso con l’ennesimo nulla di fatto.
Dopo vent’anni di rinvio del referendum per l’indipendenza dal Marocco il governo di Rabat ha ormai blindato la regione e tra gli attivisti sahrawi c’è la convinzione che questa sia una tattica per scatenare una guerra civile, lasciando ai coloni il compito di risolvere una questione politicamente irrisolvibile.

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