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martedì 21 dicembre 2010

L'esperimento Grecia sta funzionando: scomparsa dello Statoderegolamentazione delmercato e del lavoroprivatizzazione dell'economia nel suo insieme, erosione della democraziaabbrutimento della società, ottenuti in appena otto mesi di realizzazione dellapolitica di austerità più dura che il Paese abbia mai conosciuto.
L'esperimento è quello ideato dai creditori europei del Paese, dal Fondo Monetario Internazionale e dai centri internazionali dispeculazione finanziaria, un esperimento teso a testare la resistenza della societàalla realizzazione del capitalismo più genuino, ovvero quello più feroce, perché meno legato agli 'intralci' posti dallo stato sociale. Non solo, la democrazia stessa e i diritti che essa garantisce stanno diventando unostacolo da spostare sempre più verso il margine, creando una sorta di capitalismo autoritario dal vago odor d'Asia.

La prima cosa su cui interrogarsi è se davvero fosse necessario colpire stipendi e pensioni, come governo mezzi d'informazione mainstream hanno sostenuto (ai limiti della vera e propria propaganda), il ricorso al meccanismo di salvataggio (della Bce, del Fmi e dell'Ue) e all'asfissia economica, politica e sociale che da esso deriva.
Nel 1936, la Grecia rifiutò (pur riconoscendo l'esistenza dell'obbligazione) il pagamento del debito contratto con la banca belga Société Générale de Belgique. Il governo belga, allora, intentò causa innanzi alla Corte Internazionale della Società delle Nazioni contro la Grecia, accusando quest'ultima del mancato rispetto di un patto internazionale. Il Paese ellenico rispose che l'insolvenza era giustificata dal pericolo che il pagamento avrebbe significato per il popolo e lo Stato. Nel promemoria, il Governo greco scrisse: ''Il governo di Grecia, preoccupato circa gli interessi vitali del popolo ellenico, dell'amministrazione, dell'economia, delle salute pubblica e della sicurezza interna ed esterna del paese, non aveva altra scelta'' che quella della ristrutturazione del debito contratto con la banca belga (Yearbook of the International Law Commission, 1980, v.II., parte I, p.25-26). Nel 1938, ilTribunale riconobbe le ragioni della Grecia, creando un precedente giuridico su cui, tra l'altro, si basò il governo argentino nel 2003.

Successe nel 1936; è inquietante che il governo greco del 2010, invece, dimentico della propria storia giuridica, sia riuscito a convincere la maggioranza dell'elettorato, circa l'ineluttabilità del ricorso al meccanismo di salvataggio.
Si facciano semplici calcoli: alla fine del 2009, il denaro che serviva alla Grecia per pagare gli interessi debitori rappresentava il settanta per cento del Pil nazionale, mentre al funzionamento dello Stato era necessario il quarantacinque percento del Pil. Una somma che dà come risultato l'ammontare del debito greco del 2009, ovvero il 115 per cento del Pil. La sottrazione, a sua volta, riconoscerebbe al Paese un surplus del cinquantacinque percento del Pil. Tuttavia si sa, la sottrazione, ovvero la ristrutturazione del debito nazionale, non è mai stata un'opzione per questo governo che, invece, si accontenta della promessa europea relativa al prolungamento dei tempi di pagamento del debito di 110 miliardi contratto l'aprile scorso.

Quando, agli inizi di maggio, la Grecia si gettò nelle mani della triarchia creditizia del meccanismo di salvataggio (Bce, Fmi e Ue), fu firmato il Memorandum dell'accordo, o meglio, del contratto di prestito. Oltre agli impegni che tale Memorandum impone alla Grecia, due aspetti assumono un valore particolare, creando condizioni di eccezionalità che mal si adeguano al corretto funzionamento delle istituzioni democratiche.

La prima questione si individua nelle garanzie del prestito previsteipoteche sui beni immobili dello Stato greco.
La seconda questione sorge dalla clausola che permette al ministro delle Finanze di firmare, in perfetta solitudine istituzionale, ogni successiva revisione del Memorandum stesso e fin'ora ce ne sono state due, che hanno ulteriormente aggravato la pressione fiscale, i tagli alla salute e all'istruzione, nonché alle pensioni e agli stipendi.
Dal 1974, anno di instaurazione della Democrazia in Grecia, il Parlamento ha introdottodiciotto leggi attraverso l'iter d'urgenza, mentre in appena un anno di governo, il Pasok ha fatto passare, con lo stesso iter, ben sette disegni legislativi. In questo quadro di costituzionalità spinta ai limiti, si pone anche l'approvazione, di martedì 14 dicembre, dellamaxi-legge su lavoro e imprese pubbliche. Il relativo disegno di legge è stato presentato dal Governo la sera di giovedì 9 dicembre, imponendo alla Camera l'iter di urgenza che, dopo una discussione durata poche ore, è stato approvato dalla maggioranza parlamentare del partito al governo (Pasok) e getterà nel caos della non esistenza il diritto del lavoro degli ultimi tre decenni.

La nuova maxi-legge prevede che i contratti di categoria si debbano applicare anche ai lavoratori in imprese che non hanno preso parte ai negoziati con i sindacati. Gli stipendi e i posti di lavoro in una società in crisi, però, potranno essere ridotti attraverso un ''contratto collettivo speciale d'impresa'', mentre non sono previste le percentuali di riduzione degli stipendi, istituendo solo la soglia di € 740 posta dal contratto collettivo nazionale. D'altra parte, vanno sottolineati il prolungamento dei tempi di assunzione di lavoratori 'in affitto', dai diciotto ai trentasei mesi, e la riduzione delle indennità in caso di licenziamento. Quanto alle imprese pubbliche, sono previste riduzioni orizzontali degli stipendi che non potranno superare i 48mila € annui per tutti i lavoratori, con l'eccezione di presidenti, consiglieri d'amministrazione e direttori, e riduzione del personale, attraverso trasferimenti.
Risanare e riformare, per il Governo geco, significa solo tagliare, mentre il ministro delle Finanze, Ghiorgos Papakonstantinou, giustifica la fretta legislativa con la cinica ammissione che altrimenti ''avremmo venti giorni di proteste''.

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1 commenti:

Anonimo ha detto...

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