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lunedì 6 dicembre 2010

Si mettono in coda con una tanica d’acqua sulla testa e pacchi di biscotti sotto le braccia per passare la sbarra/frontiera di Krakè, il confine tra Benin e Nigeria. Hanno dai cinque anni in su, sembrano andare al mercato, lì a poca distanza, ma almeno 40 mila bambini all’anno difficilmente faranno mai più ritorno al paese di origine. Vengono soprattutto dalle campagne, venduti da genitori disperati che non conoscono il lusso di provare amore per quelle creature. Quando il problema è mangiare, vivere, quei 50 euro che vengono offerti dagli intermediari delle mafie, sembrano una benedizione. Bastano pochi numeri per capire: il 47 per cento degli 8 milioni di abitanti del Benin vive con meno di un dollaro al giorno.

E’ così che l’ex Dahomey (come lo stato si chiamava fino al 1975), è diventata la piattaforma della tratta di bambini nell’ovest africano. I trafficanti, che non di rado sono anche parenti stretti delle famiglie originarie, passate le porose frontiere spalmeranno questo esercito di piccoli uomini e, soprattutto, piccole donne (si stima l’86 per cento) in Nigeria, Gabon, Costa d’Avorio e Congo. Diventeranno schiavi domestici, schiavi lavoratori nelle cave, schiavi tuttofare nelle bancarelle dei mercati. Se la situazione non imponesse serietà verrebbe da fare dell’ironia quando si apprende che esiste un Ministero per la Famiglia e l’Infanzia. Non solo: è stato anche creato un corpo di polizia dedicato a debellare la tratta dei minori. Il numero dei componenti del pool anti-tratta? Dodici agenti! Un po’ pochi per bloccare un traffico simile in un paese dove solo il 60 per cento dei nuovi nati viene registrato all’anagrafe. Gli altri? Nuove e fresche forze per ingrossare l’esercito dei baby fantasmi.
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