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giovedì 16 dicembre 2010
Notizie di bambini abusati da adulti sono ormai una triste e quotidiana realtà: carta stampata e telegiornali riportano spesso notizie in cui minori sono vittime di soprusi da parte di individui che si abbandonano agli istinti più bassi e più vili, senza preoccuparsi della violazione che stanno compiendo.


Abbiamo incontrato la dottoressa Maria Luisa Mammano, psicologa, psicoterapeuta e consulente del Tribunale dei Minori di Trieste, per parlare con lei di come è possibile ripercorrere il vissuto di questi eventi e risalire così a chi è la causa di quanto avvenuto. “Validare la testimonianza del minore nei casi di abuso – afferma la psicologa – è un compito molto delicato, che richiede l’intervento di uno specialista in grado di interpretare l’accaduto e prestare attenzione ai possibili malintesi che possono annidarsi nelle affermazioni del piccolo e che rischiano di falsare l’interpretazione dei fatti”.
Gli approcci per accertarsi che l’esposizione corrisponda alla verità sono diversi e dipendono dall’età del bambino e dal suo stadio cognitivo. Il gioco e il colloquio rientrano tra i metodi che ricoprono un ruolo di fondamentale importanza nell’accertamento della veridicità di un racconto. “Il colloquio – sostiene la dottoressa Mammano – è il mezzo più sicuro per stabilire il tipo di danno che il bambino ha subito ed è importante affermare che la letteratura inglese ha diffuso delle regole per riuscire a stabilire la validità di una testimonianza e decidere se il racconto è attendibile o meno, se è credibile in parte e se si riferisce alla persona su cui ricadono i sospetti. Per accertare la validità del racconto, la struttura della storia riportata dal minore deve essere compatibile con il suo patrimonio di conoscenze e non deve essere troppo perfetta, poiché nessun evento può essere rammentato in modo troppo minuzioso e preciso”.
Anche i disegni sono un mezzo utile per approfondire e valutare una situazione che desta sospetto. I segnali che possono venire a galla da un disegno devono essere valutati ed approfonditi attentamente ed in molti casi possono essere indicativi di una sofferenza dovuta ad un abuso. “Un segnale indicativo – rileva la psicoterapeuta – è il cambio improvviso della modalità del disegno, che può diventare sessuato, destrutturato, frammentato o non corrisponde al bagaglio di esperienze di un minore. Va sottolineato, tuttavia, che non sempre ciò è sinonimo di abuso sessuale, poiché vi sono altre situazioni che possono determinare un mutamento del modo di disegnare; nel caso di un disegno sessuato, ad esempio, il cambiamento può essere causato dalla visione di materiale osceno custodito incautamente da uno dei genitori”.
Non esistono, in termini di causalità diretta, test specifici che collegano ad un abuso e non ci sono segni e sintomi precisi. “È piuttosto la modalità comportamentale che cambia – sottolinea l’esperta – e che deve essere indagata: il bambino senza un motivo specifico comincia a comportarsi in modo diverso, è più veloce, più agitato, impaziente, più capriccioso, più triste, non vuole re
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“Le blandizie non sono uno stupro e nel caso si decida di avviare una procedura legale e bene sapere che nella mente di un bambino non sarà tanto la carezza che ha ricevuto a procurare danni al suo equilibrio quanto l’iter di interrogatori e domande che dovrà subire”.
stare solo in camera. Appurati i cambiamenti, è il genitore che deve indagare cosa sta accadendo. La carezza o la pacca sulla spalla non possono essere considerate un abuso e molte volte sono i genitori che ingigantiscono la storia facendole assumere proporzioni che non corrispondono alla realtà. Le blandizie non sono uno stupro e nel caso si decida di avviare una procedura legale e bene sapere che nella mente di un bambino non sarà tanto la carezza che ha ricevuto a procurare danni al suo equilibrio quanto l’iter di interrogatori e domande che dovrà subire”.
Se è il bambino – precisa la dottoressa Mammano – a chiedere aiuto ai genitori per delle attenzioni che ha ricevuto e che a suo avviso non doveva ricevere, è certo che sta chiedendo protezione e sottovalutare la sua richiesta significa farlo sentire abbandonato, minare la sicurezza che ripone nelle persone che lo devono proteggere”. Lui insomma è la vittima e vuole in qualche modo essere risarcito del danno che ha subito e soprattutto non vuole essere considerato colpevole. “Nel caso si tratti di una semplice carezza – chiarisce la psicologa – i bambini possiedono degli strumenti di difesa eccezionali per affrontare l’accaduto; altra cosa è l’abuso sessuale, in cui l’esperienza è devastante sia emotivamente che fisicamente. La pratica e la letteratura insegnano che se lo stupro avviene in un clima di blandizie, amore e coccole ha un significato diverso per il bambino, che avrà problemi di un certo tipo e non così devastanti come quelli di un abuso in un clima di minaccia e costrizione assoluta. L’abuso fisico e psicologico annienta la mente”.
Il sostegno dev’essere dato al fine di reintegrare le parti distrutte: la stima di sé, la fiducia nell’adulto e nell’ambiente in cui vive, non dimenticando che questi tre elementi sono in stretta correlazione con l’entità e il tipo di abuso. Nel caso in cui il minore venga affidato ad una famiglia o ad una comunità, lo scopo è permettergli di vivere e collaudare altri modelli relazionali in cui identificarsi e sperimentare altre percezioni di sé, che gli impediranno di impostare le sue relazioni in modo deviante. “Se il minore, nonostante l’accaduto, ha mantenuto integra la stima di sé – puntualizza la consulente del Tribunale dei Minori di Trieste – e ha già messo in atto dei meccanismi di difesa che gli hanno permesso di rielaborare l’accaduto dandogli il giusto significato, non gli si può porre il problema perché si rischia di creargli uno stato di confusione. Non si devono preannunciare lesioni che il bambino non ha manifestato”.
Spesso assistiamo al rifiuto da parte della madre di riconoscere cosa sta accadendo al proprio figlio perché è consapevole che questo rischia di far scoppiare la famiglia e la sua coesione interna. Per tale motivo, la denuncia avviene solitamente durante la separazione o quando ormai la famiglia si è dissolta e, molte volte, la denuncia non è altro che un atto di vendetta nei confronti del coniuge. “In molti casi – conclude la dottoressa Mammano – riuscire a stabilire nei tempi giusti la verità di quanto è accaduto serve anche ad impedire lunghe battaglie legali che rischiano di destabilizzare la serenità del bambino”.
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