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domenica 28 novembre 2010

Grazie alla volontà ostinata di un pugno di magistrati, per effetto del contributo di nuovi collaboratori di giustizia, le inchieste sulla strage di via d’Amelio, sul biennio stragista e sulla trattativa Stato-Mafia sono andate avanti, e pur tra molte difficoltà, a distanza di quasi vent’anni, stanno aprendo qualche varco alla verità.

Da un passato che l’establishment riteneva ormai archiviato, e che probabilmente in tutti questi anni ha alimentato un sistema di ricatti incrociati, stanno emergendo nomi, fatti e circostanze di una scomoda verità: pezzi dei servizi di sicurezza e della politica trattavano con gli emissari di Cosa Nostra mentre fedeli servitori dello Stato e vittime innocenti andavano incontro al massacro. Sullo sfondo, la creazione di un nuovo partito di massa per mano di un buon amico dei clan, che dopo lo scombussolamento della stagione di Mani Pulite andrà al governo e dominerà la scena per oltre quindici anni.

Accanto alle indagini giudiziarie anche l’inchiesta giornalistica è andata avanti e ha prodotto un intero scaffale di libri che ricostruiscono il contesto e mettono in fila i dati di fatto fino ad ora acquisiti. L’indagine giudiziaria cerca le prove per individuare le responsabilità penali, quella giornalistica fornisce documenti per consentire alla collettività di farsi un’opinione. Sono due binari che devono procedere in parallelo, in modo indipendente (e in questo caso inevitabilmente contrario) rispetto al potere politico dominante.

Quel che la parte sana della società italiana deve e può fare è sostenere l’indagine giudiziaria, difendendola dai continui attacchi e sabotaggi (come intendere in altro senso, per esempio, la revoca del dispositivo di protezione nei confronti di Gaspare Spatuzza, uno dei collaboratori considerati più attendibili dagli inquirenti?) e mettere a frutto l’indagine giornalistica, per alfabetizzarsi e diffondere informazione e consapevolezza.

E’ un compito fondamentale, perché - come dice spesso Antonio Ingroia, del quale nel video è riportato l’intervento al presidio delle Agende Rosse di sabato scorso a Palermo - “occorre ritrovare la volontà collettiva di fare verità e giustizia, a cominciare dalle stragi di mafia, perché senza questa volontà collettiva, come dimostra la storia dell’antimafia, neanche la magistratura riesce a scoprire la verità”.

La sequenza di “stragi di Stato” depistate e impunite non induce all’ottimismo, anzi sta a dimostrare che il sistema di potere nazionale non è compatibile con l’accertamento della verità. Ma provarci è irrinunciabile. “Io non credo”, sostiene ancora Ingroia, “che si possa costruire una Repubblica dalle fondamenta solide se non si fa chiarezza sul sangue delle stragi del 92-93 e sulla trattativa fra Cosa nostra e settori dello Stato”.

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