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martedì 9 novembre 2010

I am lost in paradise, cantava nostalgicamente Johanna Wang in una canzone divenuta famosa: mi sono smarrita in paradiso. Suggerirei ai governi di adottarla all'apertura del prossimo G20, quando si tratterà di affrontare il tormentato problema dei paradisi fiscali. Da quando il mondo è stato scosso dalla più violenta crisi economica degli ultimi ottant'anni si susseguono le lamentazioni e le indignazioni sul ruolo che nella crisi hanno svolto i circa 50 paradisi fiscali (anche il loro numero è controverso) esistenti nel mondo, i quali - cito da una recente risoluzione del Parlamento europeo - "incitano a praticare l'evasione fiscale, la frode fiscale e la fuga dei capitali".

Tanto vibrata la denuncia, quanto fiacca e irresoluta la risoluzione: l'Unione, afferma l'europarlamento, "condanna con forza (tipica espressione usata da chi è consapevole di mancare di forze, ndr.) il ruolo svolto dai paradisi fiscali". Che cosa propone il Parlamento europeo all'Unione? Assolutamente, niente: "L'Unione è invitata a rafforzare la sua azione e a prendere misure concrete e immediate, come, ad esempio, sanzioni contro i paradisi fiscali" (!). Immagino che i signori dei paradisi avranno tremato leggendo queste righe.

In un altro progetto di risoluzione, presentato da Cohn Bendit e Rebecca Harms a nome del gruppo dei Verdi si leggono considerazioni più sensate. Si constata l'impotenza della denuncia e il vuoto della volontà. In particolare, si rileva la scandalosa assurdità delle conclusioni dell'Ocse che ha cancellato dalla sua "lista nera" la maggior parte dei paradisi contro la semplice promessa di aderire ai principi relativi agli scambi di informazione: come dire, scagionare i delinquenti mafiosi da ogni accusa in cambio della loro assicurazione di comportarsi bene.

Ma vediamo le dimensioni del fenomeno più crudo che si nasconde dietro i paradisi. Che non è la pur gigantesca evasione fiscale. È la criminalità internazionale. Qualche cifra.

Il prodotto lordo mondiale (Plm) ammonta a 4 mila miliardi di dollari. Il Plc, il prodotto lordo criminale, a mille miliardi, un quinto del totale. Di che si tratta? Di tutto: droga, racket, rapimenti, gioco d'azzardo, sfruttamento della prostituzione, traffico di rifugiati, di oggetti d'arte, di specie protette, di organi umani... Il prodotto di questo enorme giro di affari bisogna, ovviamente, riciclarlo. E a questo si provvede grazie all'anonimato dei paradisi, che si sottraggono ad ogni seria informazione. Si calcola che il riciclaggio di denaro sporco ammonti a 600 miliardi di dollari all'anno. Il giro d'affari dei paradisi fiscali è di 1.800 miliardi di dollari.

Le società off shore presenti in paradiso sono 680 mila. Le banche, attraverso le loro filiali sono, dichiaratamente, 10 mila. Ma esistono sistemi bancari paralleli che operano completamente al di fuori del sistema ufficiale, sfuggono anche agli obblighi formali e agli ordinari strumenti di vigilanza e controllo delle autorità competenti. Questi assumono denominazioni folkloristiche. In Cina si parla di sistema Chop Shop. In India di sistema Hundi, in America latina di Stash house.

L'Inghilterra è senza dubbio la madre di tutti i paradisi. La finanza britannica domina più di 20 paradisi dell'arcipelago off shore, dalle lontane isole Cayman alla vicinissima isola di Man. Ed è istruttivo constatare come alle denunce frementi di Blair del terrorismo, definito come la guerra del secolo, corrisponda il protettorato britannico dei 20 casinò che lo finanziano. La doppiezza politica in tema di criminalità internazionale non è però una prerogativa britannica. Non vi si sottrae certamente l'istituzione che più di ogni altra al mondo ha a che fare col paradiso: la Chiesa cattolica. Nel Vaticano opera una delle banche più misteriose del mondo, l'Istituto delle Opere di Religione, Ior. Le sue operazioni sono identificate solo attraverso un codice. Non si rilasciano ricevute, non esistono assegni intestati allo Ior. I suoi bilanci e i suoi investimenti sono noti solo al papa, al Collegio dei cardinali e, naturalmente, alla direzione e ai revisori dell'istituto.

Poiché il Vaticano è uno Stato sovrano, ogni richiesta di rogatoria allo Ior deve essere indirizzata attraverso il governo dello Stato cui appartiene il richiedente. Non si sa se e quante siano state le rogatorie richieste. Ma è certo che nessuna rogatoria è stata concessa dallo Stato del Vaticano. Il Paradiso è ben custodito. Del resto, non risulta che il Vaticano aderisca a organismi internazionali impegnati nella lotta al riciclaggio.

Una vicenda intricata, la sparizione del tesoretto del santuario della Madonna di Loreto, frutto della benevolenza dei fedeli, affidato dall'arcivescovo di Loreto a un consulente finanziario già imputato per bancarotta fraudolenta e di lì sparito attraverso banche marchigiane, e poi svizzere e poi brasiliane, nel paradiso delle Cayman, getta una luce indiscreta sul ruolo che queste ultime svolgono nel mondo della finanza vaticana.

Secondo un articolo diffuso sul Web, "i segreti finanziari del Vaticano vengono conservati nelle isole Cayman, il paradiso fiscale caraibico spiritualmente guidato (!) dal cardinale Adam Joseph Maida, membro del collegio di vigilanza dello Ior. Le Cayman sono state sottratte al controllo della diocesi giamaicana di Kingston per essere proclamate Missio sui iuris, alle dipendenze dirette del Vaticano". È falso? È vero? E non sarebbe il caso che, nello spirito della trasparenza evocato rispetto ad altre e ben diverse accuse, si facesse luce sulle ragioni che giustificano, dopo la cacciata di Adamo ed Eva, l'ingresso in paradiso di così illustri trafficoni? Forse, la Madonna di Loreto ha le sue buone ragioni per piangere.

Quel che è certo è che la Chiesa cattolica opera finanziariamente non solo in condizioni di totale assenza di controlli, ma anche di straordinario privilegio fiscale. Gli aiuti economici dello Stato italiano, di varia natura, ammontano complessivamente a un miliardo di euro all'anno, e sono finiti nel mirino dell'antitrust europeo, con la possibilità dell'apertura di una inchiesta per aiuti di Stato illegali. Torniamo alla cosiddetta mobilitazione del mondo politico contro i paradisi fiscali: grandi discorsi, un mare di ipocrisia.

Se i governi avessero intenzione di eliminare questa verminaia potrebbero farlo in ventiquattr'ore, attraverso l'eliminazione completa e rigorosamente osservata del segreto bancario. Ma non possono, perché la criminalità è parte integrante del processo di accumulazione capitalistico. Non la più importante, ovviamente, ma comunque determinante. È un aspetto organico del mercato mondiale. Si può dire che lo è sempre stato.

La novità di questi ultimi decenni è che la imprescindibile presenza della criminalità sta aumentando. L'aumento è dovuto in larga misura alla globalizzazione, che ha ampliato enormemente le dimensioni dell'impresa criminale e che ha determinato, con la libera circolazione dei capitali, un varco crescente tra il mercato, diventato mondiale, e il governo politico, rimasto, malgrado ogni tentativo di "coordinamento", locale.

In questo varco si inseriscono le zone franche, che assicurano al capitalismo mondiale protezione dal fisco e riparo da ogni pretesa di controllo. Come suona un disinibito slogan, move your money and fuck the system: fa circolare il tuo denaro e fotti il sistema.
In conclusione, tre verità sembrano inoppugnabili.
La prima. L'impegno solenne dei governi democratici alla lotta contro i paradisi fiscali è una menzogna. Basterebbe la reale abolizione del segreto bancario per renderli inutili. I governi non possono permetterselo perché in tal caso inaridirebbero una parte imponente dell'accumulazione capitalistica. Pertanto la cosiddetta lotta contro i paradisi fiscali è un combattimento con una mano legata dietro la schiena.

La seconda. Il libero (e segreto) movimento dei capitali è al tempo stesso fonte di due esiti contraddittori. Da una parte, esso mobilita imponenti risorse che consentono di strappare milioni di uomini e di donne a un destino di miseria. Dall'altra, consegna altre risorse imponenti nelle mani della criminalità mondiale organizzata.
La terza. Questa contraddizione non potrà essere eliminata finché esisterà un varco tra la libertà dei mercati e la sovranità politica a livello mondiale: insomma, finché non ci sarà una qualche forma di governo mondiale capace di imporre la piena trasparenza dei capitali "liberati".
In tali condizioni risultano penosamente ipocriti le grida rivolte ai paradisi fiscali; e al di là di quelle, le chiacchiere edificanti sull'etica degli affari e i vasti silenzi che le accompagnano. Delle prime si può dire ciò che diceva agli imprenditori il pragmatico Mac Millen: se volete l'etica dovete chiederla all'arcivescovo. Degli altri, salta agli occhi in particolare il silenzio della Chiesa e del pontefice romano sul paradiso del Vaticano che non è propriamente quello di Adamo ed Eva. Anche la Chiesa è posta di fronte alle sue contraddizioni. Così come, nel caso dell'aborto, essa tuona contro l'assassinio di bambini inesistenti, pretendendo che vengano al mondo bambini veri votati agli stenti e alla morte, nel caso delle conseguenze sociali dell'economia, alla vibrante condanna del mercatismo esasperato e al mirabile impegno di milioni di cattolici operanti nelle imprese umanitarie si contrappone la tacita complicità con il crimine organizzato che si realizza nei paradisi del denaro.


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