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lunedì 22 novembre 2010

A quasi 20 mesi dal sisma, gli aquilani tornano in piazza per chiamare l’Italia. Chiedono aiuto e soccorso, ma soprattutto giustizia per chi in quel disastro ha responsabilità penali a cui cerca di sfuggire. A rispondergli soltanto altri “disastrati” come loro: i No Tav piemontesi, i siciliani Anti Ponte sullo Stretto, le mamme vulcaniche di Terzigno. Anche i parenti delle vittime diViareggio. Il messaggio è forte: “non siete soli”. Ma solo da una parte: le istituzioni latitano. La sospensione delle tasse sta per scadere, le New Town sono un sogno consumato e l’economiaresta sepolta nell’indifferenza.
L’Aquila sotto l’acqua di novembre sembra ancora più spettrale. Grigio cielo sopra, cemento scoperto sotto. In Piazza D’Armi un grosso bruco multicolore, millepiedi, ricoperto di ombrelli si muove pigramente sotto la pioggia. Si stendono striscioni portati da bambini: i flash scattano di continuo, è ancora il momento di riconoscersi e di salutarsi. Sulla rotonda, al centro della piazza, una grossa lavatrice di cartapesta sforna panni appesi agli alberi: “ora venite a mettervi nei nostri panni”, recita uno striscione. Alle due e mezza il corteo parte, la testa non si vede già più dietro la curva di via Corrado IV.
Ad aprire il corteo dovrebbero esserci i gonfaloni delle città del cratere, invece no. Ne mancano molte. Pierluigi Biondi, primo cittadino di Villa Sant’Angelo, aveva annunciato già giovedì la sua decisione di non aderire alla manifestazione: “Non sono contrario agli obiettivi della manifestazione, ma qui verrannopersone estranee al nostro territorio a protestare contro il Governo, non per L’Aquila. Ci useranno come pretesto, ed io di intrupparmi in una cosa del genere non ci penso neanche”. Lo seguono i sindaci di Sant’Eusanio Forconese, San Demetrio ne Vestini, Fossa, Ocre,  Barisciano, Poggio Picenze, Fagnano Alto, Fontecchio, Tione e Acciano. Nemmeno Donato Circi accetta di esserci, rifiutando una manifestazione politica e non istituzionale. Ma farsi da parte non riduce la portata dell’evento, anzi lascia spazio ad altri politici. A metà corteo passeggia placido e grave Enrico Letta, vice segretario Pd, a portare un testimone di interesse dal centrosinistra. Aderisce anche l’Api di Rutelli e l’UdC di Casini, ma non si rintracciano rappresentanti diretti nel serpentone di manifestanti.
Intanto il corteo avanza su via XX settembre. All’altezza della Casa dello studente, il passo rallenta, il silenzio è più pesante. Molti scattano foto, il senso turistico della tragedia si è infine diffuso per il Paese: ma si prosegue, negli occhi ancora le facce degli Angeli della Casa dello Studente e del Convitto Nazionale. In piazza del Duomo i manifestanti arrivano alle quattro e mezza. Il comitato organizzatore annuncia dal palco il numero: “siamo in 25mila”. La questura ridurrà la cifra a tredicimila. Ma non ci si ferma. Mentre il popolo delle carriole entra nella piazza, centinaia di persone affollano il tendone per la raccolta firme della legge di iniziativa popolare sulla ricostruzione. Son troppe, i residenti dell’Aquila vengono spostati ai prossimi giorni per consentire ai sostenitori venuti da fuori di lasciare il loro contributo. Dal palco vengono ribaditi e spiegati i punti essenziali della legge.
No ai commissari straordinari: la governance spetta ai sindaci e alle istituzioni locali, son loro che conoscono il territorio e possono tradurne le istanze in interventi concreti. Partecipazione dei cittadini alle scelte di ricostruzione, che non possono calare dall’alto e basta. Più occupazione e rilancio dell’economia, perché non è possibile che nel cantiere più grande d’Italia si contino 16mila disoccupati. E infine creare il presupposto indispensabile per la prevenzione di grandi rischi in futuro: un fondo da finanziare tassando i redditi più elevati. Per prevenire alluvioni (come a Vicenza), terremoti, smottamenti, inondazioni. “L’italia non può essere, come ha detto Bertolaso, un paese sempre in emergenza. È una logica da superare, soprattutto se pretendono di risolvere le emergenze uccidendo la democrazia”, scandisce il comitato promotore della legge dal palco.
Al microfono si alternano cittadini e rappresentanti dei comitati: i No Tav fanno il conto dei loro “morti a rilento”, le vittime dell’inquinamento dell’aria nella zona più contaminata da amianto dopo Monferrato, patria dell’Eternit. Un universitario elenca i “miracoli aquilani”, dal mancato allarme del sisma al progetto case in crisi (“pochi costruttori hanno potuto mettere le mani su terreni enormi, hanno costruito strutture minime a 3mila euro al metro quadrato, hanno scavalcato in nome dell’emergenza tutte le leggi urbanistiche e ambientali con guadagni dell’ordine del 3-400%”). I parenti delle vittime di Viareggio, uccise dall’esplosione di una cisterna di Gpl non a norma, chiedono di “bucare il velo del silenzio” e di “consegnare alla giustizia i responsabili: sulla nostra carne hanno guadagnato risparmiando sulle norme di sicurezza, ora devono pagare”. E le mamme vulcaniche accusano i media: “dicono che la monnezza è colpa nostra, non è vero, il nostro territorio sta pagando la mala gestione delle risorse pubbliche e lo sfruttamento per gli interessi delle industrie del Nord”.
L’Aquila torna buia alle 8 di sera. Dopo che i pullman sono partiti per Roma, Firenze, Torino, Milano, Venezia e Napoli, solo tre lampioni restano accesi in via XX settembre. Un sabato sera di silenzio nella città delle macerie dimenticate.
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