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martedì 16 novembre 2010


Non è del tutto vero che in Cina hanno censurato Avatar. In Cina hanno tolto dalle sale Avatar in 2D, lasciando solo quello in 3D.
Guardate che non è una cazzata casuale. E’ un segnale importante, anche per noi italiani.
Avatar in 3D, infatti, è roba per pochi: costa di più e (soprattutto) le sale attrezzate stanno solo nelle città. Quindi Avatar non potrà essere visto dai milioni di cinesi non benestanti che vivono nelle immense regioni interne, nelle campagne. Proprio quei contadini che possono trovare in Avatar un incentivo alla ribellione, alla sommossa contro gli espropri forzati di terre per far posto alle fabbriche e ai cantieri.
Non serviva dunque censurare del tutto il film: bastava evitare che diventasse una scintilla nello scontro tra campagna e città proprio di tanti Paesi in via di rapido sviluppo, come appunto la Cina.
Certo, la censura di classe non è una novità, ma è sempre più utilizzata in una logica in cui quello che conta è chiudere le orecchie alla “pancia del paese”- i ceti meno avvertiti culturalmente – in modo da preservarne il consenso o almeno la non opposizione.
In Birmania, ad esempio, tutti possono avere un telefonino o un ricevitore satellitare, in teoria. Ma tra tasse e autorizzazioni, per averli si pagano migliaia di dollari. Immaginate chi li possiede veramente: solo i ricchi e i papaveri del regime. Gli altri, meno comunicano meglio è.
Tutto questo ha a che fare anche con il nostro Paese. Dove a nessuno viene in mente di chiudere i giornali o siti Web d’opposizione, per carità. L’importante è che la “pancia del Paese” – il 90 per cento della popolazione – continui a farsi un’opinione basandosi sui media controllabili, Rai e Mediaset in testa.
Sia chiaro, a prevenzione delle facili contestazioni: non sto dicendo che siamo come in Cina o in Birmania. Sto dicendo che la censura ha sempre di più una nuova declinazione, diversa da quella che si usava in Italia durante il fascismo o nei paesi del socialismo reale. Non si chiude più un medium con la forza, ma si cerca di impedire che i media potenzialmente ostili si diffondano oltre un bacino minoritario.
In altre parole: non ci si occupa più di bloccare l’emissione di un messaggio scomodo, ci si occupa di limitarne al massimo la ricezione. L’obiettivo non è impedirti di parlare, è evitare che in tanti ti ascoltino.

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