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mercoledì 24 novembre 2010

Dopo il crollo che ha interessato la “Casa dei Gladiatori” di Pompei, l’annuncio di una sfiducia al ministro Bondi e una ricognizione sulla condizione della “cultura” nel nostro Paese, si riaccende un po’ d’attenzione sulla situazione precaria e vessata dei nostri siti, istituzioni e operatori culturali.
I “beni” culturali che vanno tutelati e difesi vanno ancor prima conosciuti, credo. E ancor prima riconosciuti come un patrimonio che ciascuno deve rispettare (ergo salvare) con azioni e omissioni, dall’incuria e dal vandalismo.
Non possiamo accusare una figura istituzionale, per quanto apicale, di una diffusa condizione d’indigenza del nostro patrimonio storico-artistico. La vetustà aiutata da anni di noncuranza non giustifica nessuno, ma nessuno è completamente responsabile del malgoverno dei nostri “beni culturali” dacché tale malgoverno è insito anzitutto e primariamente in un certo diffuso costume italiano. Quello, voglio sottolinearlo, di considerare la “repubblica” come un tutt’uno a sé stante, un concetto col quale il cittadino può anche non interagire (e liberarsi da molte responsabilità), quando, invece, bisognerebbe considerarla davvero quale “res publica”, quale cosa di tutti proprio perché di ognuno, tutelabile e da tutelare da parte di tutti proprio in quanto bisognosa di salvaguardia da parte di ciascuno.
Senso civico orecchiato e senso d’appartenenza che riaffiora di tanto in tanto specie in occasioni calcistiche o attentati militari di fuori porta, sono la componente negativa del nostro essere italiani. Ed è proprio di ieri, 18 novembre 2010, la puntata di “Annozero” (programma che amo nonostante la conduzione santoriana) nella quale si discuteva diffusamente dei limiti e delle pecche degli organi preposti alla sorveglianza del nostro patrimonio culturale. Illuminante l’intervento di Philippe Daverio, arroccata la difesa di Bondi alla solita zuppa veltroniana (la cultura sta a sinistra e quelli di destra la vivono come un fastidio perciò la trascurano e poi crollano le vestigia pompeiane…), preoccupante in ogni caso il quadro che ne è uscito. Ovvero quello così nitido di un Paese che presto punta il dito e condanna accorgendosi contemporaneamente (ed estemporaneamente) dell’importanza di ciò che si è perduto, dal momento che prima, probabilmente, non sapeva nemmeno di cosa si trattasse.
Nel discorso si è trasversalmente inserita la riflessione sul prossimo centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia, un’occasione in cui capire per bene che siamo un Paese unito con una storia (per quanto spessissimo non univoca) che ci appartiene in qualche modo, e che resta un presupposto fondamentale per conoscere, riconoscere, rispettare e salvaguardare, uno per uno, i componenti di questa lunga ricca e frastagliata storia. Che sono anche le costruzioni di Pompei o le storie dei nostri patrioti, il nonsenso della cultura che “sta a sinistra” o i musei di provincia che snobbiamo.
Ecco, credo che per sentirsi italiani ci sia bisogno di molta conoscenza e di un pizzico di sentimento e per essere cittadini d’Italia, incazzosi a ragione quando un pezzo del proprio patrimonio storico-artistico rovina, ci sia altresì bisogno di una coscienza civica spiccata: la quale impone di rispettare e tutelare individualmente, anche solo con l’attenzione e la memoria personale, ciò che abbiamo ereditato tutti assieme nascendo in questo Paese.
Sarebbe un paradosso voler difendere proprio la Cultura, ciò che spesso sbrigativamente e a gran voce liquidiamo come cultura, con lo strumento affrettato e semplicistico dell’ignoranza e dell’approssimazione.
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