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giovedì 18 novembre 2010


Erano 286 i capi d’accusa che pendevano sulla testa di Ahmed Khalfan Ghailani, il primo detenuto a essere rinchiuso nel carcere di Guantanamo e il primo ad aver affrontato, il 17 novembre 2010, un processo civile. Sono caduti tutti, a eccezione di uno.
Ghailani, 36 anni, originario di Zanzibar, è stato condannato dal tribunale di New York per «avere cospirato per distruggere beni di proprietà degli Stati Uniti». Il riferimento è agli attentati contro le ambasciate americane in Kenya e in Tanzania dell'agosto 1998 che uccisero 224 persone, una delle manifestazioni più grosse della “rete del Terrore”, di cui era stato originariamente dipinto come esecutore materiale. Sconterà comunque almeno 20 anni in carcere.

Vince la linea di Obama
È però passata la linea della difesa che, fin dal primo giorno, lo aveva dipinto come una «operativo minore di Al Quaeda», e mai una figura importante. Ed è passata soprattutto la linea del presidente Barack Obama, che aveva condotto dall’inizio del mandato una battaglia per consentire ai carcerati all’interno di Guantanamo di essere processati da corti civili e non militari.
Il capo di Stato aveva promesso appena eletto che avrebbe chiuso la struttura entro un anno, ma le reazioni politiche internazionali, sommate allo scontento degli americani lo hanno costretto a procrastinare l’effettiva realizzazione del progetto.
Questa è insomma la sua prima vera vittoria sul terreno difficile del terrorismo, e una sconfessione della strategia del suo predecessore George W. Bush.

La speranza per gli altri
Ghilani, che ha chiesto scusa alle vittime e manifestato vero pentimento, era stato arrestato in Pakistan nel 2004 e trattenuto in un centro della Cia fino al 2006, quando venne trasferito a Guantanamo. È stato sottoposto più volte a quelli che il governo statunitense chiama “interrogatori potenziati”: nelle parole dei suoi avvocati, ripetute torture.
Il destino del tanzanese dà speranze ai molti ancora rinchiusi nel carcere speciale; il prossimo che spera di essere processato da un tribunale civile è Sheikh Mohammed, accusato di essere una delle menti dell’11 settembre.


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