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lunedì 22 novembre 2010


Sono sempre più numerose le segnalazioni di utenti che si sono visti cancellare da Youtube i loro video, benché non violassero nessuna delle regole legate alla netiquette e al copyright.
Il Comitato Pandora è stato creato proprio allo scopo di tenere sotto osservazione questo modo di fare del tutto “particolare” che ha adottato, negli ultimi tempi, il più famoso sito di condivisione dei filmati.
Dalla ricerca del Comitato, che ha subito reso pubbliche le sue scoperte, è emerso che ci sono grosse lobby e aziende, come per esempio Mediaset, o il gruppo-Berlusconi più in generale, che hanno un interesse del tutto privato, affinché alcune cose non vengano viste e che, pertanto, si impegnano con ogni mezzo a impedirne la diffusione e la condivisione. Il problema è che queste “cose da tenere oscurate” siano, nella maggior parte dei casi, delle dichiarazioni pubbliche che però, forse perché infelici o imbarazzanti, sarebbe meglio “dimenticare” e dunque rimuovere da tutti quei canali che promuovono la memoria.
Il gioco funziona così: anche se i filmati non violano alcun copyright, l’azienda/lobby minaccia causa al canale di diffusione che in questo caso è Youtube. Il canale di diffusione non ha alcun interesse a battersi per la libertà di informazione, e d’altro canto ha comunque un bel po’ di materiale che gli frutta denaro. In percentuale i video sensibili a queste pratiche censorie sono pochi rispetto alla maggioranza, dunque Youtube non subisce alcun danno e tutto da guadagnare se decide di accontentare le richieste di qualcuno che promette tribunali e processi.
Non c’è niente di strano. Come è già accaduto per Facebook, e innumerevoli volte e su altre questioni con Microsoft, l’azienda guarda al profitto e non all’ideale.
Quello che lascia l’amaro in bocca, è che Youtube appartiene al gruppo Google, e Google è stato lanciato sul mercato, alla sua nascita, con uno slogan particolare: “Don’t be evil”. Si presentava, dunque, al mondo come una azienda etica. Poi i fatti hanno fatto emergere diverse contraddizioni fra i comportamenti di queste “aziende etiche” e le aspettative con cui hanno entusiasmato il mondo.
La rete potrebbe essere davvero una novità di democrazia e libertà, ma appare sempre più evidente che la realtà spesso distrugge i sogni. Tuttavia, per un possibile futuro di libertà, bisognerebbe eliminare il centralismo di alcuni servizi, abbandonare le “marche” affermate e puntare sulle alternative e sui servizi distribuiti come diaspora che vuole essere una felice opzione a Facebook.
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